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domenica 20 luglio 2008

Grande scienziato, ma pro-vita e contro Darwin. Meglio censurarlo…

Era un grande genetista ma contro l’aborto. Così Lejeune fu messo ai margini dal mondo scientifico…

di Francesco Agnoli


In Italia su di lui si sa molto poco. Gli unici quattro libri, a quanto mi consta, li ha pubblicati Cantagalli (l’ultimo è di Clara Lejeune, sua figlia: “La vita è una sfida”). Il suo nome è sconosciuto ai più, anche in tempi in cui di genetica si parla spesso. Eppure Jérôme Lejeune è uno dei grandi scienziati che ha fatto fare alla conoscenza umana un balzo in avanti.

Nato nel 1926 a Montrouge sur Seine, è infatti colui che ha scoperto la prima anomalia genetica, la trisomia 21, quella che determina la sindrome di down. Sino alla sua scoperta si credeva che il mongolismo fosse una tara razziale, oppure che fosse determinato da genitori alcolisti o sifilitici. Lejeune dimostrò che non vi era nulla di disdicevole nei genitori di quei bambini, nessuna contagiosità, in quelle creature in cui era avvenuta la triplicazione di un cromosoma, un eccesso di informazione genetica, e che vengono colpite nella facoltà dell’intelligenza, dell’astrazione, anche se conservano integre affettività e memoria. Lejeune per questa scoperta, e per altre che la seguirono, ottenne riconoscimenti internazionali, premi e onoreficenze. Divenne famoso e per lui fu creata la prima cattedra di Genetica Fondamentale all’Università di Parigi.

Ma Lejeune non era solo un ricercatore. Il suo intento fu sempre quello di guarire i suoi malati, così socievoli, così allegri, così fanciulleschi. “Se si riuscisse a scoprire come poter curare la trisomia 21 – scrive la figlia Clara – allora sì la strada sarebbe aperta per poter curare ogni altra malattia genetica”. Scoprire la prima aberrazione cromosomica è, nella mente di Lejeune, il primo passo per compiere l’opera del medico, che è, da sempre, quella di curare. Così anche la scoperta della diagnosi prenatale, a opera dell’amico di Lejeune, il professor Liley, originario della Nuova Zelanda, è collegata al desiderio di poter individuare quanto prima e curare più precocemente i bambini. Curare il prima possibile, in utero: è l’idea che entusiasma entrambi. Ma i due scienziati, che “si conoscono e si stimano”, “impotenti, assisteranno allo snaturamento delle loro scoperte”.

Infatti nel 1970 in Francia la proposta di legge Peyret apre il dibattito sull’aborto, sull’eliminazione dei bambini che sono identificati come portatori di handicap già prima della nascita. In quel momento, ricorda Clara, “l’unico handicap riconosciuto prima della nascita è la trisomia”. Lejeune, di fronte alla proposta Peyeret e al dibattito sull’aborto in generale, dinanzi alle menzogne sulla natura del feto o sul numero degli aborti clandestini, non riesce a tacere: sostiene la sacralità della vita, palesa il suo amore per i suoi piccoli malati, ovunque, arrivando ad affermare, all’Onu: “Ecco una istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte”. Lejeune non è un ingenuo: sa di aver intrapreso una strada pericolosa fonte di innumerevoli antipatie. La sera stessa del suo discorso all’Onu, scrive alla moglie: “Oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel”. Ed è proprio così. Non garba, a coloro che lo insultano, a coloro che scrivono sui muri: “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”, che qualcuno rivendichi con carità e con forza la verità, e lo faccia con l’evidenza della scienza.

Scrive Lejeune: “La genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita. Vera e propria perifrasi dell’inizio di un vecchio libro che ben conoscete, tale credo è quello del genetista più materialista possibile…”. In principio è il Logos, al principio della vita è l’informazione del dna, tutta già compresa nella prima cellula: “Tutto questo lo sappiamo con una certezza assoluta che vince ogni dubbio perché se tale informazione non fosse già contenuta in essa, non potrebbe entrarvi mai più; nessuna informazione, infatti, entra in un uovo dopo che sia stato fecondato”.

Per stroncare Lejeune le proveranno tutte: odio, molestie anche fisiche, controlli fiscali… Gli verrà negato l’avanzamento di carriera per ben 17 anni, verrà escluso dai congressi scientifici, gli verranno soppressi i crediti per la ricerca e negati i finanziamenti per i suoi pionieristici studi sull’acido folico per le mamme in gravidanza. Può continuare a lavorare grazie a sussidi americani, inglesi, neozelandesi. Si batte in questi anni per evitare il disastro nucleare, e confuta il darwinismo materialista e ideologico di Jacques Monod, che riduce l’uomo a un figlio del caso. In nome dei suoi studi di genetica Lejeune sostiene la credibilità di Adamo ed Eva e, anticipando di dieci anni le scoperte di Gould ed Eldredge, confuta il gradualismo step by step di Darwin, sostenendo che l’evoluzione ha dovuto per forza fare dei salti In ogni cosa, come padre di cinque figli, come scienziato, come polemista contro l’aborto e il darwinismo materialista, ciò che più colpiva, in lui, come rammenta la figlia, era “l’assenza di paura. Non aveva paura. Cosa si può fare contro un uomo che non desidera niente per se stesso?”. Timete Dominum et nihil aliud, diceva.

Il Foglio, 12 giugno 2008


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domenica 10 febbraio 2008

Il nuovo puritanesimo

La sala operatoria invece della camera da letto. Quarant’anni dopo “la rivoluzione sessuale”, l’incontro tra i due sessi è minacciato da nuove e potenti forze. Allora chi si richiamava al progresso, e alle nuove scienze, si sforzava di liberare l’incontro tra uomo e donna dai numerosi vincoli che lo frenavano e regolavano. Oggi tecnoscienziati di grido, e governanti politicamente corretti lavorano per rendere inutile, e neppure nominabile, l’incontro tra il maschio e la femmina dell’uomo.

di Claudio Risé

In questo neopuritanesimo la Chiesa è dall’altra parte. Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica, la “Deus caritas est” ha esaltato l’atto d’amore tra uomo e donna come un gesto di forte contenuto religioso, e la radio vaticana è in prima fila nella preoccupazione per la nuova sessuofobia tecnoscientifica.

Quarant’anni fa, la ricerca del piacere nella relazione era accompagnata dalla psicoanalisi: la forza del “godimento” lacaniano, del “desiderio” del filosofo Gilles Déleuze, della “totalità” che Jung vede rappresentata, appunto, dall’unione tra maschile e femminile. Oggi, in prima fila nel sogno di una riproduzione asessuata ci sono invece i tecnici della genetica, che propongono la sostituzione degli scenari ospedalieri dei prelievi e delle sale operatorie a quelli carichi di affettività delle camere da letto. Un tecnico in camice, con contorno di macchine, invece di un maschio, nudo.

Sarà davvero un affare per le donne? C’è da dubitarne. Di sicuro costerà di più, anche se pure molti uomini (e donne), comportavano prezzi da pagare. L’amore non si è sempre rivelato gratuito, ma almeno si poteva pensare che lo fosse, e comunque i variegati luoghi dell’intimità erano probabilmente più interessanti, ed emozionanti, di quelli precostituiti dalla burocrazia ospedaliera.

Nei nuovi scenari che si annunciano però (e l’insistenza fa pensare che non siano solo provocazioni mediatiche), un fenomeno appare con chiarezza: la cacciata dell’uomo dal ciclo riproduttivo. Era già stata annunciata dalle legislazioni abortiste, che gli toglievano quasi sempre (con particolare durezza in Italia), ogni diritto di parola sulla decisione della compagna di abortire il bimbo concepito con il suo seme. Con alcune conseguenze: l’esperienza psicoterapeutica dimostra che la disponibilità, ma anche la capacità, dell’uomo a generare, è direttamente legata alla sua sicurezza che il figlio faccia parte di un progetto condiviso dalla donna, e che la vita del piccolo non venga messa a rischio da ripensamenti successivi.

Certo, ci sono anche sempre stati, e ancora ci saranno, maschi irresponsabili, superficiali, o nevrotici, incapaci di assumersi la responsabilità riproduttiva. Nella sua maturità e integrità psichica e affettiva però, l’uomo si sente profondamente coinvolto nella riproduzione, e vive il suo fallimento (aborto compreso, perfino quando lui è consenziente), come una profonda ferita, ed un fallimento personale.

Come potrà vivere, l’uomo maschio, la sua eventuale espulsione dal processo riproduttivo? E come vive, già oggi, questi primi annunci del suo possibile destino di emarginazione? Sicuramente con tristezza, e rabbia. Se non servi a far continuare la vita, a livello profondo ti percepisci come inutile. Soprattutto se il tuo corpo, e la tua psiche, sono stati invece programmati per quello.
Nessuno protesti più, o si stupisca, per le depressioni dei maschi, o i loro incomprensibili scoppi di violenza. Sono i primi effetti dei tecnoscienziati onnipotenti, o dei politici che cancellano con un tratto di penna il non più nominabile nome del padre.

Il Mattino di Napoli, 4 febbraio 2008

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mercoledì 8 agosto 2007

La verità vale più della democrazia

di Alessandro Maggiolini

Le osservazioni che pongo in questo intervento possono sembrare elementari, perfino semplicistiche. Eppure stanno alla base di una valutazione della democrazia come metodo per giungere alla verità. Dire democrazia significa parlare di un metodo per stabilire la verità: un metodo dove la verità è fissata dalla maggioranza dei pareri delle persone che compongono una società.

Se cento cittadini concorrono a esprimere il loro parere su una questione, non è necessario che tutti concordino nella loro espressione di opinione: basta la maggioranza; basta, cioè, che 51 manifestino una medesima posizione su un problema, per affermare che quella soluzione deve essere considerata quella giusta. Non servono tanto le ragioni che si portano per giustificare il proprio parere: basta che si manifesti il proprio parere. Né ha molta attinenza con la verità dell’opinione espressa il fatto che coloro che la pensano diversamente siano tanti o pochi. Il metodo democratico può sembrare sbrigativo, ma un solo voto può decidere un problema anche di grave portata.

Ciò non significa che la consistenza di un’opinione si misuri con il pallottoliere: la quantità delle opinioni non misura la verità delle opinioni stesse. Se in uno Stato si decidesse che la pena di morte è legittima almeno in alcuni casi, o che debbano essere legalizzati l’omicidio, la rapina o la soppressione della vita nel caso di una malformazione fisica, questa decisione, anche se assunta a pieni voti, non dovrebbe avere nessun valore. La verità prevale sulla libertà dei singoli. Per impedire che una maggioranza di persone - magari stragrande - eserciti il potere in maniera indiscriminata, si deve ammettere che esistono alcune verità le quali - ci si esprima con le parole di Benedetto XVI - sono «indisponibili», vale a dire non possono essere messe ai voti, non dipendono dalla maggioranza dei pareri che le appoggiano. Ciò fa capire che deve esistere una verità più forte del voto della maggioranza: una verità in base alle quale, per esempio, far morire un uomo innocente, anche se malato gravemente, è un orribile ingiustizia.

Può sembrare macchinosa questa procedura democratica contemporanea; eppure essa si propone come l’alternativa più valida o semplicemente valida, nel caso in cui la verità sia considerata meno importante della volontà della maggioranza. La democrazia post-moderna si apre così gradatamente - quasi insensibilmente - al relativismo e allo scetticismo. Finché nella società vigevano ancora i valori e i principi morali e religiosi intangibili, tali valori e principi si ponevano come limite invalicabile alla iniziativa umana: alla libertà non normata da verità incontrovertibili.

I fondatori dello Stato democratico moderno non avrebbero potuto stendere alcuna Dichiarazione di Indipendenza e di Tutela dei Diritti umani, se al fondo non avessero affermato la «verità dell’uomo»: una verità non arbitraria, ma riconosciuta grazie all’esistenza della legge naturale completata dalla legge rivelata: la verità, in altri termini, è più solida e fondante di una libertà senza norme. Se non si è più che attenti la democrazia si orienta a diventare la «dittatura del relativismo», come si esprime Papa Ratzinger: la democrazia è la forma moderna della Torre di Babele, il simbolo della umanità che si sgancia dal riferimento all’autorità che proviene da Dio, per affermare che «il potere appartiene al popolo».

Queste considerazioni possono apparire ostiche a coloro che cedono a una sorta di sub-pensiero contemporaneo: la democrazia - comunque la si intenda - sarebbe da interpretare come un bene assoluto messo nelle mani degli uomini. E, anche nel nome di una laicità fortemente intrisa di anticattolicesimo e di odio per la religione, si avvia a diventare l’unico elemento «assoluto» - «divino» si direbbe - della cultura contemporanea.

Per cui, si profila per il secolo che inizia uno scontro di civiltà che schiera da un lato la Chiesa e tutti i cattolici che riconoscono la necessità di ancorare il metodo democratico a una verità intangibile dell’uomo; dall’altro, le democrazie relativistiche e nichilistiche, per esempio dell’Unione Europea, che predicano e diffondono il verbo dello scetticismo. Si pensi ai problemi della bioetica.

Si pensi alla potenza pseudo-democratica che possono avere gli strumenti di comunicazione di massa che formano (in chiave vagamente gramsciana) la mentalità corrente. L’impegno per gli uomini di buona volontà si profila chiaro.

il Giornale.it, 8 agosto 2007


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