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domenica 24 agosto 2008

Una guerra civile tra cattolici e massoni

“L'Italia è l'unico Paese d'Europa (e non solo dell'area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale. L'incompatibilità tra patria e religione, tra Stato e cristianesimo, è in un certo senso un elemento fondativo della nostra identità collettiva come Stato nazionale”: così scrive Ernesto Galli della Loggia. L'unità d'Italia, a suo giudizio, è il frutto di una guerra civile, un'“autentica” guerra civile, combattuta tra cattolici e non cattolici. Guerra che è stata dimenticata, perché “non poteva che essere rimossa, restare non detta e non dicibile” [Cfr E. Galli Della Loggia, Liberali che non hanno saputo dirsi cristiani, in "Il Mulino", n. 349, Bologna 1993 pp. 855-866].

di Angela Pellicciari


Una guerra civile a fondamento dello Stato unitario?

A cominciare da Pio IX e Leone XIII nel secolo scorso, l'opinione di Galli della Loggia è ampiamente condivisa dai cattolici. I Pontefici (diretti testimoni dei fatti del Risorgimento nazionale) lo ripetono in numerosi pronunciamenti ufficiali: l'unità d'Italia è il risultato della guerra scatenata dalla massoneria nazionale e internazionale contro la Chiesa cattolica. Pio IX inizia una meticolosa cronistoria dei fatti nel 1849, all'epoca del suo esilio a Gaeta (esilio cui è costretto perché i rivoluzionari di ogni dove sono piombati a Roma trasformandosi in "romani purosangue" a modello del genovese Mazzini), la continua nel 1855 (dopo la soppressione nel Regno di Sardegna degli Ordini contemplativi e mendicanti) e la riprende nel 1861 all'indomani dell'unità.

Il Papa mette a confronto parole e fatti: da una parte le belle parole d'ordine di liberali, repubblicani e socialisti; dall'altra le violenze e la persecuzione anticristiana che a quelle parole fanno seguito. I massoni, ricorda il Papa, proclamano ai quattro venti di agire nell'interesse della Chiesa e della sua libertà. Si professano cristiani e pretendono di rifarsi alle più genuine volontà di Cristo. Le cose non stanno invero così: "Noi desidereremmo prestar loro fede, se i dolorosissimi fatti, che sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti, non provassero il contrario". È in corso una vera e propria guerra, ricorda Pio IX (ma anche Leone XIII e così pure il vescovo di Torino, Fransoni, prima imprigionato poi esiliato): "Da una parte ci sono alcuni che difendono i princìpi di quella che chiamano moderna civiltà; dall'altra ci sono altri che sostengono i diritti della giustizia e della nostra santissima religione". L'obiettivo che i massoni perseguono è "non solo la sottrazione a questa Santa Sede e al Romano Pontefice del suo legittimo potere temporale", ma anche, "se mai fosse possibile, la completa eliminazione del potere di salvezza della religione cattolica" [Cfr l'allocuzione Iandudum cernimus, in "Acta Pii IX", I, III, pp. 220-230]. Nel loro magistero i Papi fanno quanto possono per evitare che la popolazione presti ingenuamente fede alla propaganda liberale e cada nell'inganno che le tendono nemici che si proclamano amici. Se le cose stanno come dicono i Pontefici, bisogna capire che cosa spinge i massoni a professarsi cattolici quando tali non sono.


Una strategia coperta

Nell'Italia dell'Ottocento quasi tutti sono cattolici e la civiltà cristiana, insieme con la lingua, costituisce l'identità vera e profonda di una popolazione che peraltro è da secoli politicamente divisa. Per far trionfare il proprio punto di vista assolutamente minoritario, i liberali ricorrono a una strategia che si potrebbe definire "coperta": da un lato provano in ogni modo a infiltrarsi all'interno della Chiesa per condizionarla dal di dentro (questo obiettivo viene espresso con massima chiarezza in una circolare del 1819 inviata alle varie logge dell'Alta Vendita [Cfr J. CRÈTINEAU-JOLY, L'Église romaine en face de la Révolution, II, Paris 1861, pp. 76-78]); dall'altro colgono ogni possibile occasione per definirsi cattolici perfettamente ortodossi; da ultimo, promuovono sul piano interno e internazionale una campagna di denigrazione e falsificazione sistematica sulle condizioni di tutti gli Stati italiani a eccezione del Piemonte. Si distingue in quest'opera il cattolico Massimo D'Azeglio, teorizzatore della "congiura" all'aria aperta. In I miei ricordi racconta egli stesso del suo incontro a Roma con il "settario" Filippo e del suo aderire alla cospirazione filosabauda per l'ottima ragione di voler scampare alla noia e alla depressione ("perché provavo il bisogno d'aver un'occupazione che sopraffacesse nell'animo mio i pensieri che mi tormentavano", per "aver un modo di passar la malinconia, e finalmente il mio gusto per la vita d'avventure e d'azione"). Con questi sistemi, uniti alla capillare corruzione dei quadri dell'esercito borbonico, la massoneria ritiene di poter convincere la popolazione che sotto i Savoia si può vivere la propria fede in modo più cattolico che sotto il Papa; che i liberali incarnano gli autentici desideri di Cristo meglio del suo presunto Vicario terreno; che la Chiesa può tornare all'originario splendore quando privata delle preoccupazioni terrene, vale a dire quando tutte le proprietà che possiede e che le sono state donate dalla pietà dei fedeli (compresi i conventi in cui vivono monaci e frati con i relativi edifici di culto, i libri, i quadri, le sculture, gli oggetti e gli arredi sacri, incluso ovviamente lo Stato che le appartiene), saranno diventate possesso di quei nobili e borghesi anticristiani che le sapranno far fruttare debitamente in nome delle regole del profitto e del libero mercato.

Con questa operazione che fanno condurre dall'unica Casa regnante disposta, in nome di importanti acquisti territoriali, a svendere la prestigiosa tradizione religiosa, culturale ed etica della nazione, le potenze massoniche e i massoni italiani (tutti esuli a Torino eletta "capitale morale" d'Italia, nuova Gerusalemme, a dire di Pascoli) ritengono di poter finalmente associare l'Italia al novero delle prospere potenze europee che già da tempo (con la Riforma protestante e la Rivoluzione francese) si sono liberate dal "giogo" del cattolicesimo.

Paradossalmente è proprio Galli della Loggia, intellettuale e politologo laico, a rispolverare oggi la guerra civile combattuta durante il Risorgimento. Guerra che la storiografia contemporanea, quella cattolica in testa, ha smesso di ricordare più o meno dal 1925, anno in cui Mussolini pone fuori legge la massoneria.

Per accertare se Galli della Loggia (e i Papi) abbiano o no ragione non ci resta che seguire il metodo di Pio IX: confrontare parole e fatti. Il Regno di Sardegna si autoproclama vessillo dell'onore nazionale, perché unico Stato costituzionale e parlamentare della penisola. I Savoia giustificano l'invasione e l'annessione degli altri Stati (tutti retti da sovrani assoluti) proprio con il pretesto del regime politico costituzionale. Vittorio Emanuele, dicono, non può in alcun modo rimanere insensibile alle grida di dolore che verso di lui si levano da tutte le parti dell'Italia oppressa.


La soppressione degli Ordini religiosi

Esaminiamo allora come i Savoia traducono in pratica questo tanto propagandato amore per la legalità costituzionale e per le libertà dei cittadini. Il primo articolo dello Statuto (che entra in vigore il 4 marzo 1848) dichiara: "La religione cattolica apostolica e romana è la sola religione di Stato". Che cosa fa la Camera dei deputati del Regno sardo-piemontese? Non appena convocata, nella primavera inoltrata del 1848, si esibisce in un attacco frontale alla Chiesa cattolica. È in corso la prima guerra di indipendenza contro l'Austria e le sorti dell'esercito del piccolo Regno sono già compromesse, ma i rappresentanti dell'1,70% della popolazione che ha diritto di voto combattono una loro guerra personale: la guerra contro i gesuiti e gli Ordini affini, definiti "gesuitanti". Per più di due mesi i deputati subalpini si esercitano in interminabili requisitorie contro la Compagnia di Gesù (accusata di essere "rappresentante di un funesto passato", "corruttrice", "appestata", "lue", "eretica", "torbida malaugurata compagnia") e contro gli Ordini religiosi che i deputati ritengono infettati dall'Ordine incriminato. Teorizzano che la Compagnia è una vera e propria peste e che chiunque le si accosta rimane contagiato.

Alla fine di interminabili discussioni, la Camera ratifica la decisione già presa dal re di sopprimere la Compagnia di Gesù, decide di imporre il domicilio coatto ai religiosi (che non si sono macchiati di alcun tipo di reato e sono condannati per il solo "nome" di gesuiti), delibera la requisizione di tutti i beni dell'Ordine (gli splendidi collegi finiscono per trasformarsi per lo più in caserme) e accomuna alla sorte dei figli di sant'Ignazio quegli Ordini religiosi giudicati più pericolosi per la conservazione dell'ordine liberale.

Per qual ragione i deputati Sabaudi fanno tutto ciò? Per amore, ripetono in continuazione, della "vera morale" e della "pura religione". Omettono naturalmente di dichiarare che la morale e la religione cui si rifanno non sono quelle cattoliche.

Nel 1854-1855 è la volta del governo. Il Ministro Cavour-Rattazzi, il governo del connubio tra centro e sinistra costituzionale, si assume la responsabilità di un attacco in grande stile contro la Chiesa cattolica e presenta un progetto di legge per la soppressione (e relativo incameramento di beni) degli Ordini contemplativi e mendicanti [Cfr "Atti del Parlamento subalpino. Documenti", XII, pp. 1631-1640].

Il governo ritiene che monache di clausura e frati abbiano fatto il loro tempo. Pensa che siano istituzioni ottime per un periodo di violenza e di barbarie, ma nocive in un'epoca pacifica e liberale. Il ragionamento di Rattazzi è semplice: gli Ordini contemplativi e mendicanti sono inutili: se tali, sono allora nocivi (sic!). L'argomentazione di Cavour è invece più complessa, perché il conte non ritiene l'inutilità motivo sufficiente a giustificare la soppressione. Cavour si fa pertanto carico di dimostrare "matematicamente", "con fatti e con teoremi", che gli Ordini in questione sono nocivi. Nocivi a che cosa? Al progresso della moderna civiltà. Nocivi alla prosperità economica, industriale, agricola e perfino artistica del Paese. Cavour ritiene di dimostrare il proprio assunto ricorrendo a una prova inoppugnabile: la realtà dei fatti. E la realtà che costata è la seguente: sono molto più ricchi, moderni e progrediti quegli Stati in cui gli Ordini sono già aboliti da tempo. Non solo: là dove non esistono più francescani, domenicani o altri religiosi, è lo stesso attaccamento della popolazione al cristianesimo a essere più profondo. Per tutti questi ottimi motivi gli Ordini, secondo Cavour, sono nocivi. Ergo, a buon diritto vanno soppressi.

Con i discorsi di "Lord Camillo" alla Camera e al Senato [Cfr "Atti... Discussioni", XXI, pp. 2862-2871; cfr anche "Atti... Discussioni Senato", VIII, pp. 767-771] si tocca l'apice della costituzionalità del Regno sabaudo: il presidente del Consiglio di uno Stato ufficialmente cattolico, per sua stessa ammissione, ritiene migliori sotto ogni punto di vista (quello religioso compreso) gli Stati protestanti.

Un'ultima considerazione. Rattazzi, quando in qualità di Guardasigilli e ministro del culto espone alla Camera la necessità di sopprimere gli Ordini religiosi, lo fa ribadendo un'esigenza di stretta competenza del dicastero che dirige. Il ministro Guardasigilli ritiene giunto il momento di fare giustizia. Di fare giustizia all'interno della Chiesa. Di fare giustizia ai beneamati parroci che, tanto utili alla popolazione, vivono con poche lire mentre i molti religiosi che non fanno nulla vivono nel lusso: "È forse giusto, è forse consentaneo ai princìpi della religione che esista questa disparità fra i membri del clero? No certamente". Un ministro di Vittorio Emanuele si propone così di realizzare una giustizia di tipo redistributivo, sottraendo risorse finanziarie e proprietà ad alcuni per beneficiare altri. Il principio è quello che chi possiede più soldi deve dividerli con chi ne ha meno. Il principio è anche quello che chi lavora deve guadagnare per lo meno tanto quanto chi induge nell'ozio.

Nei medesimi anni numerosi intellettuali cattolici, primo tra tutti Donoso Cortés, mettono in guardia i liberali: con i metodi che adottano, preparano la strada al comunismo. Anche Pio IX è al riguardo profeta inascoltato. A cose fatte, è indubitabile che tra liberismo e comunismo c'è una continuità obiettiva. Lenin si limiterà ad applicare, su più ampia scala, i princìpi così ben enunciati dai liberali. Questi "fanno giustizia" solo ai parroci poveri entro la Chiesa (una giustizia che ritorna a loro vantaggio perché si impadroniscono con pochi soldi dell'ingente patrimonio di cui la carità cristiana ha fatto dono alla Chiesa), i comunisti "fanno giustizia" a tutti i poveri con i beni degli stessi liberali.

Ma l'incognita tra princìpi e prassi non si limita a quanto finora rilevato. Così l'articolo 24 dello Statuto recita: "Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge". Tutti, meno i religiosi. Tutti, meno quanti donano beni alla Chiesa. I loro testamenti per diventare operativi devono essere approvati dal governo che li deve purgare "dal sospetto di captazione". E ancora l'articolo 28: "La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi". Libera: a essere libera davvero è la stampa liberale (di cui non viene punito alcun abuso); quella cattolica, invece, non è libera per niente.

Un esempio convincente? Nel 1848, di fronte alla persecuzione che si abbatte sui gesuiti, il provinciale dell'Ordine, padre Pellico, così scrive a Carlo Alberto: "Era semplicemente dichiarato da V. M. nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l'onore delle persone e dei ministri della Chiesa. Ma pare che nell'avvilire e calunniare i gesuiti non si tema di trasgredire la legge […] esposti per la sola qualità di gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali e i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo" [Cfr A. MONTI, La Compagnia di Gesù nel territorio della Provincia Torinese, V, Chieri 1920, pp. 78-79].

Un altro esempio? Nel 1852 il Guardasigilli Boncompagni fa arrestare e imprigionare a carcere duro il conte Ignazio della Costa, consigliere di Cassazione, reo di aver pubblicato un libro dal titolo Della giurisdizione della Chiesa cattolica sul contratto di matrimonio negli Stati cattolici. Il conte è incriminato per offesa al re, incitamento al sovvertimento dell'ordine costituzionale e disprezzo della legge dello Stato. Quale la colpa? Richiamare alla coerenza e ricordare che, se si è cattolici, bisogna rispettare i decreti del Concilio di Trento. Un particolare che sta stretto a Boncompagni, il quale, mettendo da parte i decreti tridentini, ritiene ugualmente di essere un buon cattolico [Cfr M. D'ADDIO, Politica e Magistratura (1848-1876), Milano 1996, pp. 31-32]. Un ultimo esempio? Cavour vieta nel cattolico Regno di Sardegna la pubblicazione delle encicliche del Papa. Segnaliamo infine l'articolo 29, che enuncia: "Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili". Tutte? Tutte, meno quelle della Chiesa.


Monopolio scolastico

Chiudiamo questi esempi di buon governo liberale, ricordando come insorge in Italia l'ostilità alla scuola privata. I liberali sono all'incirca l'uno per cento della popolazione. È evidente che, potendo scegliere, i cattolici mandino i propri figli a scuole non liberali. A scuole dunque (dal momento che lo Stato è in mano dei liberali) non statali. Si tratta allora di impedire ai cattolici di scegliere, di sopprimere le corporazioni religiose dedite all'insegnamento e di vigilare perché non se ne formino altre. Nessuna libertà di stampa, di parola, di associazione. E nessuna libertà di insegnamento. I cattolici non sono ancora pronti e devono essere pazientemente educati.
La libertà di insegnamento, e cioè la scuola privata, potrà essere reintrodotta solo quando gli italiani avranno imparato a preferire la scuola laica. In pratica, solo quando a nessun genitore verrà più in mente di dare ai propri figli un'istruzione incentrata sul rispetto della fede. A esplicitarlo in modo chiarissimo è uno dei membri più illustri dell'emigrazione italiana a Torino, il filosofo Bertrando Spaventa, che sul Progresso del 31 luglio 1851 scrive: "Noi certo vogliamo la libertà in tutto e per tutto, ma l'applicazione assoluta di questo principio suppone l'eguaglianza di tutte le condizioni". Conclude il filosofo: "Adunque, considerando la questione in modo assoluto, noi vogliamo la libertà d'insegnamento; ma giudichiamo che per essere attuata essa abbisogni di alcune condizioni generali, richieste dallo stesso principio d'uguaglianza e di libertà, le quali ora non si trovano nel nostro Paese". Fedeli a questa logica i governanti liberali del Regno d'Italia sopprimono tutte le corporazioni insegnanti con la conseguenza di riuscire nell'opera meritoria di dimezzare le scuole esistenti.

La prassi politico-ideologica dei governi liberali mette in luce che i princìpi liberali valgono solo e soltanto per coloro che sono liberali. E tutti gli altri? Tutti gli altri devono venire progressivamente illuminati dal credo liberale che a poco a poco lieviterà le masse cattoliche allontanandole dalla superstizione della loro religione. Per il momento è comunque chiaro che i cattolici non devono e non possono contare assolutamente nulla.

Un breve scambio di battute tra Cavour e uno dei membri più influenti della destra, il maresciallo Ignazio della Torre, chiarisce bene questo stato di cose. Siamo nel 1855 e la Camera subalpina discute il progetto di legge governativo per la soppressione degli Ordini religiosi. Della Torre, per smentire la supposta popolarità della legge, invita a entrare in una qualsiasi delle chiese di Torino stracolme di gente e a chiedere per che cosa si stia pregando: "Tutti quelli che interrogherete vi risponderanno che si sta pregando per il progetto di legge". Questa la risposta di Cavour: "L'onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall'onorevole maresciallo l'opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate" [Cfr "Atti... Discussioni Senato", VIII, p. 830.]

Galli della Loggia ha riportato alla luce la guerra civile combattuta in Italia durante il Risorgimento. Non ha però spiegato perché quella guerra è stata "rimossa", essendo "non detta e non dicibile". Gli esempi che abbiamo addotto hanno riempito la lacuna.

Comunque è sicuramente vero: in Italia "l'incompatibilità tra patria e religione, tra Stato e cristianesimo, è in un certo senso un elemento fondativo della nostra identità collettiva come Stato nazionale". L'aspetto singolare è semmai perché la storiografia di questo secolo abbia tardato tanto ad accorgersene.

Altra questione è la domanda: ci è convenuto?

Studi Cattolici n. 437/438, luglio/agosto 1997


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venerdì 22 agosto 2008

Con i Mille a Palermo e Napoli


II 5 maggio 1860 Garibaldi ed i suoi Mille partono da Quarto alla volta del Regno delle Due Sicilie.

Cavour è onnipresente e onniveggente e, mentre accredita il Piemonte come unico baluardo europeo contro la rivoluzione, guida le fila della rivoluzione italiana.

A ricordarlo è ancora una volta La Farina in un intervento al Parlamento del 19 giungo 1863: «La spedizione di Sicilia è uno degli atti più audaci e più rivoluzionari che sieno compiuti nella età moderna. Si era in pace col re delle Due Sicilie; non vi era dichiarazione di guerra; ambasciatori andavano e venivano da Napoli a Torino, ed in questo momento il partito capitanato dal conte di Cavour aiutò la spedizione con tutti i mezzi».

Cavour e la Società nazionale non sono i soli a parteggiare per l'impresa: ritornata in auge nel suo instancabile appoggio all'unificazione italiana, con la Francia che per il momento sta a guardare, c'è ancora una volta l'Inghilterra che fornisce a Garibaldi uomini, mezzi, consigli e soprattutto soldi.

Nell'aprile del 1864, mentre è accolto da trionfatore nel paese cui tanto deve, Garibaldi lo ammette senza esitazioni: «Senza l'aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l'ammiraglio Mondy non avrei potuto giammai passare lo stretto di Messina».

Lo storico Adolfo Colombo chiarisce nel citato L'Inghilterra nel Risorgimento italiano a cosa Garibaldi si riferisca: «fu provvidenziale che la presenza di navi inglesi a Marsala facesse ritardare il bombardamento alle navi borboniche accorse ad impedire lo sbarco dei Mille; che un corrispondente del Times, l'ungherese Eber, fornisse Garibaldi di preziosissime informazioni che gli aprirono la via a Palermo e che l'ammiraglio inglese Mondy, facendosi mediatore fra Garibaldi ed i Borboni ottenesse la sospensione del bombardamento di Palermo e la firma di un armistizio favorevole a Garibaldi ed ai suoi successi futuri».

Con quali buone ragioni i Mille invadono il Regno delle Due Sicilie? I pareri a questo riguardo sono unanimi: a causa della barbarie del governo borbonico. Citiamo, a mo' di esempio, l'opinione di un alto grado della massoneria sarda, il «Venerabile» Filippo Delpino.

il 10 maggio 1860 all'inaugurazione della loggia Ausonia che abbiamo già ricordato, Delpino compiange, e lo fa con le stesse parole del re, la sorte di quei milioni di italiani che «gemono ancora sotto una dinastia maledetta da tutti per le sue fosche gesta, per la ferocia del suo assolutismo e per i suoi spergiuri».

Chi sono i Mille che salpano accompagnati dalle benedizioni dei liberali di tutti i continenti? Garibaldi li descrive così: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».

Persone di tal fatta sgominano un'armata di 100.000 uomini: «Quando si vede un regno di sei milioni ed un'armata di 100 mila uomini, vinte colla perdita di 8 morti e 18 storpiati, chi vuoi capire, capisca», così scrive Massimo D'Azeglio al nipote Emanuele il 29 settembre 1860.

Chi vuoi capire! Per provare a capire analizziamo tre autorevoli fonti di parte liberale: il Diario privato politico-militare dell'ammiraglio Carlo Pollion di Persano, l’Epistolario di La Farina, l'opuscolo Cavour o Garibaldi? di Pier Carlo Boggio.

Carlo Persano è l'ammiraglio che porta alla disfatta la flotta italiana a Lissa nel 1866. Incriminato, si difende rendendo pubbliche le sue gesta all'epoca dei Mille.

A quel tempo Persano svolge mansioni delicate: gestisce, per conto di Cavour, la corruzione sistematica dei quadri dell'esercito borbonico; organizza il rifornimento di uomini ed armi; è incaricato (insieme a La Farina) di marcare stretto Garibaldi sorvegliandone da vicino le mosse.

Qualche saggio del compito organizzativo che grava sulle spalle dell'ammiraglio: «Ho dovuto, Eccellenza - scrive a Cavour nell'agosto 1860 -, somministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti, giusta invito del marchese di Villamarina, e quattromila al comitato [...] Mi toccò contrastare col Devincenzi, presente il marchese di Villamarina; egli chiedeva più di ventimila ducati; ed io non volevo neanche dargliene tanti». La politica di Cavour nei confronti degli ufficiali borbonici è della massima comprensione: «Mandi a Genova - scrive a Persano - quegli fra gli ufficiali di marina napoletani che hanno dato le loro dimissioni regolarmente. Non potrò forse dar loro subito un impiego, ma li rassicurerò sulle loro sorti».

Persano racconta che «Cavour aveva data facoltà di assicurare gradi e condizioni vantaggiose a coloro che promuovessero un pronunciamento della squadra borbonica in favore della causa italiana» e che in casi particolari aveva autorizzato «a spendervi qualche somma».

L'ammiraglio svolge bene il compito affidatogli e comunica a Cavour: «possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della regia marina napoletana».

Anche sul fronte delle armi fila tutto liscio: «noi continuiamo, con la massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane». Persano è preoccupato solo per la qualità degli uomini che arrivano dal continente: «Converrebbe tener gli occhi ben aperti — scrive a Cavour - sulle spedizioni degli individui che da noi si fanno per qui, e veder modo di ritenere molta gentaglia che muove per queste contrade a nessun altro scopo, se non per quello di pescar nel torbido».

Il risultato di questa sistematica infiltrazione in tutti i gangli vitali della nazione napoletana è il miracolo che stupisce il patriota Ippolito Nievo. Il romanziere veneto così scrive alla sua Bice: «Che miracolo! Ti giuro, Bice! Noi l'abbiamo veduto e ancora esitiamo quasi a credere». Succede l'incredibile: i picciotti «fuggivano d'ogni banda; Palermo pareva una città di morti; non altra rivoluzione che sul tardi qualche scampanìo.

E noi soli 800 al più, sparsi in uno spazio grande quanto Milano, occupati senz'ordine, senza direzione (come ordinare e dirigere il niente?), alla conquista d'una città contro 25 mila uomini di truppa regolare, bella, ben montata, che farebbe la delizia del ministro La Marmora! Figurati che sorpresa per noi straccioni!».

Lo «straccione» Nievo finisce in fondo al mare con la sua nave, carico di tutti i documenti e le ricevute dell'enorme flusso di denaro che accompagna la calata dei Mille in Italia meridionale.

I documenti giacciono ancora sotto una morbida coperta di acqua.

FONTE: Ducexius no. 31

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Il peccato originale dell'Unità d'Italia

da "IL CONTRIBUTO DI SALEMI ALL'INUTILE STRAGE" di Salvatore Riggio Scaduto (magistrato)


Così come la nostra progenitrice Eva osservò che il frutto dell'albero proibito «era buono a mangiarsi, piacevole all'occhio e desiderabile», ne colse il frutto e ne mangiò, istigata a far ciò dal serpente tentatore, allo stesso modo accadde, sia pure nel suo piccolo, ai nostri progenitori ottocenteschi, i quali stanchi del discreto governo borbonico, si lasciarono tentare dalle teste calde liberal-massoniche del tempo e credettero di poter trovare la panacea a tutti i nostri mali, intrinseci d'altronde a tutte le società umane, nel mito dell'Unità Italica.

Per la verità la stragrande maggioranza del popolo siciliano rimase però indifferente e così i mestatori e gli illusi ebbero successo.

Nel compendio del nuovo catechismo cattolico del pontefice regnante Benedetto XVI leggiamo che il peccato originale «è un peccato da noi contratto, non commesso; è una condizione di nascita e non un atto personale» e che si trasmette a noi con la natura umana «non per imitazione, ma per propagazione».

Applicando tali basilari e lineari principi al così detto «risorgimento italico», non c'è chi non veda che questo apportò la perdita e l'affossamento per noi siciliani della plurimillenaria indipendenza ed autonomia e che le conseguenze di tale dannosa quanto insensata perdita sono ricadute sulle generazioni seguenti e quindi su di noi così come è avvenuto con il fatidico peccato originale di Adamo ed Eva.

A questo punto il lettore sprovveduto si domanda: Ma in sostanza in che cosa è consistito questo peccato originale conseguente all'unità d'Italia di cui noi tutt’oggi ne risentiamo le conseguenze? La risposta semplice, lineare ed inequivocabile a questa domanda è una ed una sola e cioè che i nostri progenitori non scelsero contrattualmente e liberamente di aderire all'anzidetta unità ma furono assoggettati e soggiogati, con la forza bruta della guerra, alla conquista da parte del Regno del Piemonte guidato da Casa Savoia. Infatti è di una evidenza solare ed indiscutibile che il Regno delle Due Sicilie, come pure tutti gli altri Stati all'epoca esistenti nella penisola italiana, fu conquistato con la forza bruta della guerra, tra l'altro mai dichiarata nei confronti del legittimo Stato Borbonico, all'epoca vigente in Sicilia. Le cruente battaglie di Milazzo e del Volturno, senza parlare della battaglia-scaramuccia di Calatafimi, vinta dagli invasori garibaldini per il chiaro e palese tradimento del generale borbonico Francesco Landi, costituiscono le prove inconfutabili della conquista bellica della Sicilia da parte dei Savoia, senza la libera adesione del popolo ad un progettato Stato italico.

Qualche sprovveduto esaltato e gioioso dell'impresa garibaldina potrebbe obiettare che a prescindere da ogni altra considerazione più o meno esatta e veritiera, il popolo nella sua stragrande maggioranza ratificò con il plebiscito del 21 Ottobre 1860 l'unione della Sicilia al Regno Savoiardo Piemontese. Nulla vi è di più falso e menzognero. Al voto del plebiscito vennero ammessi appena 432.720 elettori su una popolazione di 2.400.000 abitanti. Il voto tra l'altro era palese e non segreto e pertanto il detto plebiscito è radicalmente nullo. Infatti i voti venivano depositati coram populo in due distinte urne: una per il sì e l'altra per il no. Il voto, quindi, tra l'altro non fu nemmeno libero, ma controllato. Il risultato fu di 432.053 sì e di appena 67 no. Stranamente non vi furono astensioni: cosa veramente strana e forse unica nel suo genere. Nemmeno Stalin della Russia Sovietica potè vantare risultati elettorali così vergognosamente spudorati e fasulli.

Da questa mancata libera adesione del Popolo Siciliano alla così detta unità d'Italia, rivelatasi una vera e propria conquista dello Stato Piemontese, nacquero le incomprensioni, le resistenze attive e passive, le rivolte e la sfiducia persistente verso lo Stato, nato da una vera e propria occupazione violenta e non contrattata. Da questo gravissimo peccato di origine ne discende la mancata amalgamazione dei Popoli dello Stato Italiano tuttora persistente così come sarà meglio chiarito in seguito.

Questa succinta premessa a mio giudizio, può aiutare il lettore a capire gli avvenimenti, i fatti ed i comportamenti tenuti dal popolo, e non solo siciliano, verso lo Stato unitario, italiano, che in seguito saranno trattati con particolare riferimento alla prima guerra mondiale del 1915-'18.

FONTE: Ducexius no. 29

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sabato 9 agosto 2008

Italia culla di civiltà... prima del Risorgimento!

Dal diario di Fè'dor Michajlovic Dostoevskij (1821-1881):

"... per duemila anni l'Italia ha portato in sé un'idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l'idea dell'unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale.

I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un 'idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l'arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E' sorto un piccolo regno di second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, ... un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second'ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!"

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1861: Inizio dell'emigrazione

Da Rai due:




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sabato 15 dicembre 2007

L'altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata

Se si guarda alla storiografia ufficiale, quella insegnata ancora nelle cosiddette “scuole dell’obbligo”, si comprende come le nuove generazioni, ormai da piú di un secolo, siano state e siano educate con una serie di informazioni lacunose, spesso “di parte”, molte volte false. Cosí che delle tante vicende che compongono il racconto delle esperienze dei nostri padri abbiamo finito col farci un’idea che non corrisponde alla realtà e che continua a condizionare i nostri giudizi, non solo su quanto è accaduto, ma anche su quanto sta accadendo.

In verità, da alcuni lustri, si sono moltiplicati i lavori di “revisione storica”, ma essi restano appannaggio di pochi specialisti e appassionati. Tra questi lavori rientra il libro che qui segnaliamo: L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata.

In esso l’Autrice tratta alcuni importanti aspetti di quella leggenda che vorrebbe far credere che l’unità d’Italia fu un appassionato lavoro di amor patrio fortemente contrastato dalla Roma reazionaria e papalina che vedeva come fumo negli occhi la libertà degli Italiani. Sulla scorta dei documenti dell’epoca, si compone invece un quadro complessivo nel quale i soggetti principali sono il liberalismo antireligioso piemontese che da quella sparuta minoranza che fu, riuscí a violentare il sentimento religioso della maggioranza dei Piemontesi e degli Italiani; l’odio contro ogni istituzione cattolica e la persecuzione sistematica a cui vennero sottoposti la Chiesa e i cattolici; l’arrivismo e l’ingordigia di potere di uomini politici che ancora oggi affollano le nostre piazze con le loro effigi di pietra.

Se è comprensibile che il passato debba essere rivisto con un certo spassionato distacco, non è accettabile che questo avvenga quando esso segna ancora fortemente il presente e il futuro prossimo. Leggendo questo libro, che parla di vicende apparentemente “vecchie”, è come se sotto gli occhi del lettore scorresse la falsariga di quanto è accaduto alla Chiesa e dentro la Chiesa da un quarantennio ad oggi. Con la differenza che la lotta alla Chiesa e alla Religione, allora condotta da tutti i suoi nemici dichiarati, oggi viene condotta dai suoi falsi amici utilizzando le stesse argomentazioni e quasi le stesse tecniche.

Fu in nome della libertà religiosa che si volle allora la fine dello Stato Pontificio, mentre in realtà si voleva la demolizione della Religione; ed è in nome della libertà religiosa che oggi si continua a perseguire la demolizione della Chiesa.

«Rifiutando la Rivelazione, i liberali non capiscono piú, e, non capendo, ritengono prive di senso le modalità dell’esistenza cristiana. I liberali non si limitano a non capire: giudicano ciò che non capiscono, lo condannano e lo negano. Ritengono assolutamente vero e giusto solo quanto è ritenuto tale dalla Ragione, che inevitabilmente finisce col coincidere con la loro ragione.»
«… l’ideologia liberale non rinuncia all’assoluto, cambia semplicemente il luogo in cui cercarlo e da Dio passa al Progresso. Appellandosi al progresso, e quindi al continuo cambiamento verso il meglio, il pensiero liberale trova una nuova fede e una nuova ragione di vita: la fede nella mancanza di assoluto. I liberali negano «in assoluto» la possibilità per l’uomo di fare scelte «assolute». La contraddizione è evidente e tuttavia sono in molti a non rendersene conto. Rifiutata la fede nella Rivelazione perché ascientifica, si finisce per credere «scientificamente» alla (propria) ragione.» (pp. 142-143)

Questa lunga citazione aiuta a comprendere lo spirito che ha finito col prevalere nell’Autrice, via via che si è addentrata nello studio delle vicende storiche del secolo scorso. C’è da augurarsi che molti preti modernisti si soffermino a leggerlo… chissà, potrebbe aprirsi in loro uno spiraglio di luce.

ANGELA PELLICCIARI, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme Edizioni, Casale Monferrato, 2000, pp. 288, € 15,90.

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