martedì 30 dicembre 2008

FNS: un comunicato d'impronta cristiana

Trovo davvero confortante che, in un momento storico in cui perfino i partiti politici d'Europa che si richiamano esplicitamente ai valori cristiani di cristiano non hanno più nulla, esista un movimento partito, da sempre a difesa della libertà e dell'identità del Popolo Siciliano, ovverosia il Fronte Nazionale Siciliano (FNS), che emette un comunicato stampa a favore delle feste e delle tradizioni cristiane in Sicilia.

Un comunicato per nulla scontato, anzi alquanto controcorrente dati i tempi in cui viviamo caratterizzati da un clima generale di annichilimento e di scristianizzazione della società. Il comunicato stampa è del 6 dicembre scorso. Mi scuso per il ritardo con cui ve lo ripropongo. Ma trovo che il FNS conosca bene e si faccia portatore dell'identità "vera" e del sentire comune "vero" del Popolo Siciliano. Personalmente si tratta di una scoperta che va a colmare un mio predugizio e una mia ignoranza nei confronti di questo movimento partito. Un personale e sentito ringraziamento oltre ai miei migliori auguri di Buone Feste cristiane va a Giuseppe Scianò e Corrado Mirto, firmatari del comunicato stampa.


Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ritengono che debbano essere riaffermati e difesi i valori religiosi e Cristiani delle festività che caratterizzano il mese di Dicembre, soprattutto in Sicilia, dove, alle celebrazioni dell'8 Dicembre per la Madonna e a quelle, più largamente condivise, delle feste natalizie, si aggiunge la festa di Santa Lucia.

Tutto ciò, ovviamente, nel rispetto della laicità delle Istituzioni Civili e nel rispetto delle credenze religiose altrui.

Sarebbe veramente triste e preoccupante se, - contro il Natale "Cristiano", - si scatenassero i fanatici della DECRISTIANIZZAZIONE ad ogni costo. Anche a costo di sfiorare il ridicolo e di violare le libertà "costituzionali".

Così come è avvenuto negli anni scorsi, allorquando, in alcune scuole del Nord Italia, nei canti natalizi spariva ... Gesù Bambino. Ciò in omaggio a Religioni, senza dubbio rispettabili, ma i cui esponenti non hanno, talvolta, alcuna tolleranza verso coloro che la pensano diversamente. Al punto che, com'è risaputo, in alcuni Paesi integralisti vengono discriminati e perseguitati i Cristiani, quando addirittura non vengono assassinati. Una situazione, questa, dalla quale bisogna uscire, in nome della pace e della fratellanza universale. Ed in nome, ovviamente, della libertà di pensiero e di religione.

L'FNS invia, pertanto, a tutti un invito alla tolleranza e alla comprensione reciproca. Ma chiede anche che, almeno in casa propria, anche i Popoli prevalentemente Cristiani, come quello Siciliano, possano essere liberi di esercitare e di vivere le rispettive tradizioni religiose. Senza condizionamenti politici e religiosi, interni o esterni.

Palermo, 6 Dicembre 2008


IL PRESIDENTE
(Corrado Mirto)

IL SEGRETARIO POLITICO
(Giuseppe Scianò)
(fnsnews@alice.it)


Si ringrazia per la cortese attenzione
L'Addetto alla Comunicazione e alle P.R.
(Giovanni Basile)

FONTE: FNS.it

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lunedì 29 dicembre 2008

Pio XII: il papa che seppe come opporsi ad Hitler

La forza e la carità di Papa Pio XII.

Solo la Chiesa si è schierata apertamente contro la campagna di Hitler per la soppressione della verità. Non ho mai avuto un particolare amore per la Chiesa prima d’ora, ma sono costretto a confessare che ora apprezzo senza riserve quello che un tempo disprezzavo
- Albert Einstein


Eugenio Pacelli nacque a Roma nel 1876: qui studiò all’Università Gregoriana. Ordinato sacerdote nel 1899, entrò al servizio del Papa nel 1901 e fu il principale assistente del cardinale Gasparri nel lavoro di codificazione del diritto canonico.

Nel 1917 il Papa Benedetto XV lo nominò nunzio a Monaco di Baviera e nel 1920 nunzio della nuova repubblica tedesca. Furono anni laboriosi, di grande lavoro diplomatico. Nominato cardinale nel 1929, nel 1930 divenne Segretario di Stato vaticano. In quegli anni fu ampiamente diffamato dalla stampa nazista che lo definiva il cardinale "amico degli ebrei", a causa delle oltre cinquanta lettere di protesta inviate ai tedeschi. Mentre la seconda guerra mondiale era alle porte, fu eletto Papa in un conclave durato soltanto un giorno. Avendo scelto il motto Opus iustitiae pax (la pace è l’opera della giustizia), Pio XII si considerava il Papa della pace, e fino al 1 settembre 1939 lottò per impedire lo scoppio della guerra con azioni diplomatiche, fino a lanciare un appello dalla Radio Vaticana: "Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!".

Nei quasi venti anni di pontificato, Pio XII pubblicò molte encicliche tra cui la Mystici corporis (1943), dove spiegava la natura della Chiesa come Corpo mistico di Cristo, e la Divino afflante Spiritu (1943), con la quale permetteva l’uso dei moderni metodi storici di analisi nell’esegesi della Sacra Scrittura. Nel 1951 e negli anni seguenti riformò l’intera liturgia della Settimana Santa. Sempre fedele devoto della Madonna, nel 1950 definì il dogma dell’Assunzione al cielo della Vergine in corpo ed anima. Canonizzò trentatré santi, tra i quali il Papa Pio X. Creò un numero senza precedenti di cardinali provenienti da varie nazioni, riducendo così il numero degli italiani ad un terzo del Sacro Collegio. Fu il primo Papa che divenne molto noto usando frequentemente la radio e la televisione.

Durante tutta la guerra diresse, attraverso la Pontificia Commissione Assistenza, un vasto programma per l’aiuto alle vittime del conflitto. Quando poi Hitler nel 1943 occupò Roma, Pio XII fece del Vaticano un rifugio per innumerevoli profughi, tra cui molti ebrei.

Eppure oggi alcuni ebrei accusano la Chiesa e Pio XII di ambiguità nei confronti del regime nazista: sono accuse infondate! Infatti, ci sono numerosissime testimonianze di ebrei, di rabbini e di ogni sorta di organizzazione ebraica, che ha elogiato e ringraziato in ogni modo Papa Pacelli.

Tra questi, il futuro premier israeliano Golda Meir che definì Pio XII "un grande servitore della pace". Israël Zolli, grande rabbino di Roma, che si convertì al cattolicesimo e chiese udienza al santo Padre per "esprimere in forma ufficiale al Santo Padre il ringraziamento degli ebrei di Roma per quanto è stato fatto in loro favore". Nel dicembre 1940, in un articolo del Time magazine, il grande scienziato ebreo Albert Einstein scrisse: "Solo la Chiesa si è schierata apertamente contro la campagna di Hitler per la soppressione della verità. Non ho mai avuto un particolare amore per la Chiesa prima d’ora, ma sono costretto a confessare che ora apprezzo senza riserve quello che un tempo disprezzavo". Si tratta di persone che avevano vissuto il periodo storico incriminato, mentre molti di coloro che oggi attaccano Pio XII o erano molto giovani o addirittura non erano ancora nati quando il nazismo commetteva i suoi crimini.

Durante l’occupazione tedesca di Roma, Pio XII diede segretamente istruzione al clero cattolico di salvare quante più vite umane possibili, con ogni mezzo. Così salvò migliaia di ebrei italiani dalla deportazione. Mentre circa l’80% degli ebrei europei morirono in quegli anni, l’80% degli ebrei italiani furono salvati. Non a caso a Roma si trova oggi la più numerosa comunità ebraica d’Europa. Solo in Roma, 155 conventi e monasteri diedero rifugio a circa 5 mila ebrei. A un certo punto, non meno di tremila trovarono scampo nella residenza papale di Castel Gandolfo, sfuggendo così alla deportazione nei campi di sterminio tedeschi. Seguendo le dirette istruzioni di Pio XII, molti preti e monaci favorirono il salvataggio di centinaia di vite ebraiche mettendo a repentaglio la loro. E’ vero che il Papa non denunciò mai in pubblico le leggi antisemite e la persecuzione degli ebrei, ma il suo silenzio fu un efficace approccio strategico volto a proteggere più ebrei dalla deportazione. Del resto a convincere il Papa furono anche moltissimi ebrei. Ci si può chiedere, naturalmente, cosa poteva essere peggio dello sterminio di sei milioni di ebrei. La risposta è semplice e terribilmente onesta: l’assassinio di centinaia di migliaia di ebrei in più. La protesta pubblica avrebbe inoltre impedito alla Chiesa di svolgere il lavoro nascosto di assistenza.

Del resto due episodi ci danno la riprova. Nel 1937 Pio XI pubblicò l’unica enciclica scritta in tedesco Mit Brennender Sorge (Con gravissima preoccupazione), una denuncia feroce del nazionalsocialismo e del razzismo. La bozza dell’enciclica fu scritta proprio da Pio XII, allora Segretario di Stato. Si può dire che è il più duro documento che la Santa Sede abbia mai promulgato contro un potere politico in tutta la sua storia. Venne letta da tutti i pulpiti in Germania. Quale fu il risultato? Fu rallentata la persecuzione degli ebrei? Assolutamente no. Hitler montò su tutte le furie, e le misure contro gli ebrei furono aggravate. Il secondo episodio significativo è del 1942: l’Olanda era occupata dai nazisti che cominciarono la deportazione degli ebrei. In tutte le chiese cattoliche in Olanda venne letta una lettera di protesta pubblica. Come conseguenza la deportazione degli ebrei venne accelerata, e vennero deportati ed uccisi anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo, tra questi c’erano Edith Stein e sua sorella.

Comunque, al di là di considerazioni di carattere "politico", le virtù di Papa Pacelli sono così note che è in corso la causa di beatificazione! Innanzitutto le virtù teologali: fede, speranza e carità. Pio XII era un uomo di grandissima fede, pregava molto. Non mancava mai di infondere speranza. Anche nei momenti più brutti, lui invitava ad avere fiducia nell’opera dello Spirito Santo. É stato inoltre un uomo di grandissima carità: si è prodigato non solo per gli ebrei ma per tutti i perseguitati, ha cercato di aiutare la gente vittima del nazismo e del fascismo anche dopo la fine della guerra. Quanti treni carichi di cibo, abiti, scarpe e medicinali sono partiti per aiutare le vittime della guerra. Coerente con le virtù che praticava, Pio XII era un uomo estremamente sobrio, mangiava pochissimo, dormiva solo poche ore, spesse volte lavorava fino alle due di notte si alzava alla sei dopo una breve siesta. Per solidarietà con le misere condizioni delle popolazione rinunciò a bere una sola tazza di caffè, sapendo che la gente non aveva il caffè. Sapeva che mancava il riscaldamento e lui non si è più riscaldato neanche durante l’inverno. Suor Pascalina, sua assistente, ha raccontato che la biancheria del Santo Padre era tutta rattoppata. Papa Pacelli disponeva all’inizio del suo pontificato di un significativo patrimonio familiare: lo ha speso tutto in opere di carità!

Pio XII ci fa essere grati al Signore per averci dato, ancora una volta, un grande Papa, come suo vicario, in un momento storico così difficile per l’umanità come fu quello da lui vissuto.

Stefano della Redazione di BASTABUGIE


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L'ignoranza di Fini, la buona fede della Chiesa Cattolica

L'Osservatore Romano risponde a Fini e alle sue critiche alla Chiesa


Nuovi inediti di papa Ratti: «Mi vergogno come italiano».

Di fronte alle leggi razziali fasciste Pio XI disse di vergognarsi «come italiano» e di essere «veramente amareggiato come Papa»: ieri, in un articolo sull’«Osservatore Romano», il prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, monsignor Sergio Pagano, torna a smentire, con documenti e citazioni inedite, le affermazioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini, su un atteggiamento accomodante della Santa Sede verso i provvedimenti presi da Mussolini nel 1938.

Pagano riporta frasi pronunciate da papa Ratti anche in udienze con rappresentanti del regime fascista: «Io non come Papa, ma come italiano, mi vergogno (...) Lo dica pure a Mussolini. Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide (...) Qui sono diventati tutti come tanti Farinacci. Sono veramente amareggiato come Papa e come italiano», disse in un’occasione. E ancora: «Si dimentica che tutto il genere umano è una sola, grande universale razza umana».

Nell’articolo, tuttavia si ammette che «nonostante le forti e reiterate espressioni di riprovazione e di condanna da parte di Pio XI, in cui egli fu sempre pienamente sorretto dai suoi più diretti collaboratori a cominciare dal cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli, vi furono uomini di Chiesa meno coraggiosi e meno 'profeti' del Pontefice».

«Per lo più - si legge sul giornale vaticano - si trattò di ecclesiastici e religiosi mossi dall’intento di attenuare i toni dello scontro, a volte aspro, tra Pio XI e il governo fascista, nell’illusione di poter raggiungere per quella strada una modifica, o un ammorbidimento, delle posizioni disumane del regime». «Altri prelati peraltro, ad esempio nell’Epifania del 1939, si pronunciavano all’unisono contro la discriminazione degli ebrei: basti pensare all’arcivescovo di Bologna, Giovanni Battista Nasalli Rocca, all’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster e al delegato apostolico in Turchia Angelo Giuseppe Roncalli.

Ieri il presidente della Camera Fini è tornato sulla questione ribadendo il suo punto di vista: «Ho pronunciato un discorso scritto, centellinato, meditato. Ci sono state delle polemiche? Io sono convinto di aver detto una cosa che corrisponde al vero».

20 dicembre 2008

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Gesù affascina pure i suoi nemici

Da "Indagine su Gesù" (Antonio Socci, Rizzoli, 250 pagine), vi propongo due brani intorno al fascino esercitato da Gesù tra i suoi avversari:

PERFINO MARX (E ALTRI AVVERSARI) FURONO STUPITI E COMMOSSI DA GESU’…

Pansa, Scalfari e non solo: affascinati da Gesù…


PERFINO MARX (E ALTRI AVVERSARI) FURONO STUPITI E COMMOSSI DA GESU’…

Chi è Gesù di Nazaret? “Il più bello fra i figli dell’uomo”, risponde il Salmo 44. (…) Ma chi è precisamente questo enigmatico Gesù che da duemila anni affascina tutti, perfino i nemici? Chi è questo giovane rabbi ebreo, che doveva essere cancellato dalla faccia della terra 2000 anni fa con una feroce esecuzione capitale da schiavo, se oggi, dopo 20 secoli, quel suo supplizio è ricordato in ogni angolo del mondo? (…) Interroghiamo Jean Jacques Rousseau, che fu un nemico filosofico della Chiesa ed essendo stato un faro sia dei rivoluzionari francesi che dei romantici è un autore pressoché universale. Ecco quali pensieri e sentimenti rivela, parlando di Gesù, in un libro peraltro condannato sia nella Parigi cattolica che nella Ginevra calvinista:“Vi confesso che la santità del Vangelo parla al mio cuore. Osservate i libri dei filosofi, con tutta la loro pompa! Come sono piccoli in confronto a quello… Può darsi che Colui di cui fa la storia sia egli stesso un uomo? E’ questo il tono di un invasato o di un settario ambizioso? Che dolcezza, che purità nei suoi costumi! Quale grazia toccante nei suoi insegnamenti, quale elevatezza nelle sue massime, quale saggezza nei suoi discorsi, quale presenza di spirito, quale finezza, quale esattezza nelle sue risposte! Quale dominio delle passioni! Dove è l’uomo, dove è il saggio che sa agire, soffrire e morire senza debolezza e senza ostentazione? (…). Ma dove aveva Gesù preso i suoi precetti, presa questa morale elevata e pura, di cui Egli solo ha dato gli insegnamenti e gli esempi? (…) La morte di Socrate che filosofeggia tranquillamente coi suoi amici, è la più dolce che si possa desiderare; quella di Gesù che spira fra i tormenti, ingiuriato, canzonato, maledetto da tutto un popolo, è la più orribile che si possa temere. Socrate che prende la coppa avvelenata benedice colui che gliela offre e che piange; Gesù, nello spaventoso supplizio, prega per i suoi accaniti carnefici. Sì, se la vita e la morte di Socrate sono quelle di un saggio, la vita e la morte di Gesù sono di un Dio”.

Stupisce anche lo sguardo su Gesù del giovanissimo Karl Marx. Egli scrisse che “l’unione con Cristo dona un’elevazione interiore, conforto nel dolore, tranquilla certezza e cuore aperto all’amore del prossimo, ad ogni cosa nobile e grande, non già per ambizione né brama di gloria, ma solo per amore di Cristo, dunque l’unione con Cristo dona una letizia che invano l’epicureo nella sua filosofia superficiale, invano il più acuto pensatore nelle più riposte profondità del sapere, tentarono di cogliere; una letizia che solo può conoscere un animo schietto, infantile, unito a Cristo e attraverso di Lui a Dio, una letizia che innalza e più bella rende la vita”.

Indagando, interrogando, Gesù emerge sempre come l’uomo più sconvolgente di tutti i tempi (com’è noto il tempo stesso, in buona parte del mondo, da secoli, si computa a partire dalla sua nascita). Non c’è nessun individuo che gli si possa paragonare per l’importanza, la vastità e la durata della sua influenza. Nessuno scatena amore e odio come lui. E’ anche il più rappresentato e cantato dall’arte di tutti i tempi. Anche la letteratura moderna ne è testimone.

“Sembra che molti autori” scrive Luigi Pozzoli “pur non riconoscendo il Cristo della fede, siano pronti a condividere le parole e i sentimenti che Dostoevskij ha confidato un giorno a una persona amica”. Ecco le parole dello scrittore russo: “Non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo” e “non solo non c’è, ma non può esserci”.

A tal punto che “se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità”. Certo in Dostoevskij l’incontenibile ammirazione per Gesù arriva al paradosso, ma la sua osservazione esprime davvero il sentimento di molti: “Quest’uomo fu il più eccelso sulla terra, la ragione per cui la terra esiste. Tutto il nostro pianeta, con tutto ciò che contiene, sarebbe una follia senza quest’uomo. Non c’è stato e non ci sarà mai nulla che gli sia paragonabile. E’ qui il grande miracolo”.

In effetti la personalità di Gesù continua a sorprendere anche i non credenti. Dice Alfredo Oriani: “Creduli o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa”.

Perfino il simbolo del laicismo italiano, Gaetano Salvemini, rimase folgorato dall’altezza sublime della sua figura e del suo insegnamento. Raccontò, in “Empirici e Teologi”, di essersi trovato in una stagione della vita come “sperduto nel buio e fu una impressione disperata”. Si sentì illuminato allora da una pagina di Pascal in cui una vecchietta dice: “io non so dimostrare a me stessa che c’è un Dio. Ma mi regolo come se ci fosse”. Salvemini spiega: “quella vecchierella mi insegnò la via da seguire. Debbo aggiungere che nel seguire quella via, ho trovato un’altra guida e mi sono trovato bene a lasciarmene guidare. E questa guida è stato Gesù Cristo che ha lasciato il più perfetto codice morale che l’umanità abbia mai conosciuto. Io non so se Gesù Cristo sia stato davvero figlio di Dio o no. Su problemi di questo genere sono cieco nato. Ma sulla necessità di seguire la moralità insegnata da Gesù Cristo non ho nessun dubbio”.

Sfogliando il diario del turbolento e inquieto autore di “On the road”, Jack Kerouac, ci si può imbattere in questa annotazione: “so che soltanto Gesù conosce la risposta definitiva”. Nell’itinerario tormentato di Giovanni Testori perfino la “bestemmia” è segno dell’impossibilità di dimenticarlo e proprio perché non si può sradicare dal cuore è spada che lacera. Nel tempo della sua lontananza dalla Chiesa il poeta lombardo scriveva: “T’ho amato con pietà/ Con furia T’ho adorato./ T’ho violato, sconciato,/ bestemmiato./ Tutto puoi dire di me/ Tranne che T’ho evitato”.

Sembra che sia rimasta nel mondo – per chi non è cristiano – una nostalgia incolmabile di lui. Con altrettanta drammaticità infatti Pier Paolo Pasolini grida al vuoto divorante della sua assenza: “Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto/ in ogni mio intuire. Ed è volgare,/ questo non essere completo, è volgare,/ mai fui così volgare come in questa ansia,/ questo ‘non avere Cristo’ ….”.

Jorge L. Borges, da non credente, dichiara: “Gli uomini hanno perduto un volto, un volto irrecuperabile e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (…) che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era dunque la tua faccia? (…) Abbiamo perduto quei lineamenti come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde per sempre un’immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli”.

Lo scrittore argentino confessa di “non vedere” personalmente il volto di Cristo nella sua vita, tuttavia “insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra”. (…) Un grande scrittore ebreo, Franz Kafka, interpellato dall’amico Janouch con una domanda inattesa: “E Cristo?”, dette la sensazione di una scossa all’anima: “chinò il capo. ‘E’ un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi’ ”. Umberto Saba, poeta triestino, ebreo, confidandosi in alcune sue lettere con l’amico monsignor Giovanni Fallani, dichiarava di non avere la fede, ma scriveva anche: “io amo Gesù come l’uomo che più si è avvicinato al divino o, almeno, a quello che i poveri uomini immaginano essere il divino. Sì, amo infinitamente Gesù, ma (se così oso dire) lo amo come un ponte fra l’uomo e il Divino. Lo amo come un ‘fratello’; infinitamente grande, infinitamente buono e amabile. Ho bisogno di credere, di appoggiare, in ogni caso, la mia disperazione a Gesù”.

Antonio Socci, 7 dicembre 2008


Pansa, Scalfari e non solo: affascinati da Gesù…

Giampaolo Pansa non finisce mai di stupire. E’ appena uscito “Tracce” (il mensile di Comunione e liberazione) dove si trova una sua commovente confessione personale sul Natale. Prende spunto da due citazioni di Benedetto XVI e di don Luigi Giussani, la cui frase, scrive Pansa, “va dritta al cuore, non solo all’intelligenza. Mi ci ritrovo tantissimo, come mio modo di essere”.
Prima Pansa ha rievocato la sua infanzia, quando faceva il chierichetto. Poi è venuto al suo presente di grande giornalista laico. Confida: “Oggi, la sera, quando vado a dormire, con mia moglie preghiamo i nostri genitori”. Diverse volte, negli anni scorsi, Giampaolo mi ha raccontato questo suo gesto di religiosità laica, compiuto da non credente. Da sempre i popoli hanno sentito i propri avi come intermediari col Mistero. Stavolta però, su “Tracce”, Pansa ha aggiunto qualcosa di più e di stupefacente. Dice che con sua moglie parla di Dio, “ma non di un Dio anziano, col barbone. No, di un Dio bambino, buono, tenero. Penso a Dio con quelle fattezze, perché mi sembra più disposto a perdonare le mie sciocchezze, i miei peccati”.

Già qui Pansa coglie, istintivamente, il cuore del cristianesimo. E aggiunge: “Ho sempre pensato che ci fosse il nulla dopo la morte. Ora ne sono sempre meno convinto. Preferirei che ci fosse il famoso giudizio”. E ancora: “Natale è Dio che viene sulla terra, ma che resta perennemente bambino, che è buono”. Ricordando quando faceva il presepio da piccolo, con la sorella, rammenta la tenerezza per quel fanciullo che nasceva da profugo, a quel freddo. Poi spiega: “Ecco, io sono rimasto a quel bambino lì, in quella capanna. Il Papa parla di ragione e ragionevolezza. Beh, io forse non sono un ‘uomo ragionevole’. Lavoro molto con il cuore, con il mio bisogno. Non so se questa parabola mi porterà ad essere credente. Ma se dovessi riscoprire Dio credo che sarei guidato da quel bambino, dal Dio di Natale, dal Dio della nascita. E sarei spinto dal bisogno che ho di Lui. Lo avverto in un modo prepotente, soprattutto la sera, dopo aver lavorato tutta la giornata. Ho bisogno di Lui. Anche soltanto dieci anni fa non ci pensavo”.

Confesso di essere ammutolito a queste parole. Pansa ci ha abituato al suo anticonformismo, alla sua totale libertà intellettuale: sia quella che traspare dai suoi articoli (dove dice sempre verità scomode), sia quella drammatica dei suoi libri storici con i quali ha demolito una retorica cinquantennale che esigeva omertà sul mare di sangue del nostro passato. Ma oggi la sua libertà morale supera l’ultimo tabù, quello che, nella società dei salotti senza tabù, nessuno mai osa violare: mettere il proprio cuore a nudo, confessare francamente l’immensa domanda di cui siamo fatti, lo struggente bisogno di perdono e di amore che “siamo”. E il “bisogno di Lui” che abbiamo, come dice Pansa.

E’ rarissimo, soprattutto fra gli intellettuali, trovare un coraggio così. Nella mia generazione ricordo soltanto Giovanni Testori (e prima, in parte, Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini). Per capire il coraggio di Pansa nel demolire l’ultimo tabù del nostro tempo, si può leggere sulle stesse pagine di Tracce la risposta sul cristianesimo di Ezio Mauro, direttore della “Repubblica”. Si vede che Mauro ha studiato, con una certa pignoleria, l’argomento. Ha una sua cultura teologica. Giustamente sottolinea “il fatto storico di Gesù Cristo”. Aggiunge pure che “questa presenza e queste parole hanno segnato la civiltà occidentale. E hanno segnato il modo in cui siamo cresciuti ed educati ed è una presenza importante dentro la nostra società”. Ma tutto questo è una constatazione – per così dire – politica o culturale. Di fronte alla quale, per Mauro, non ci sono gli incasinatissimi esseri umani che siamo noi, ma ci sono due categorie astratte di persone – credenti e “non credenti” – che sono costituite a priori. Sembra che si sia nati già credenti o già non credenti. Sembra che non esistano ragioni né per gli uni né per gli altri. Sembra che non vi siano domande, né cambiamenti possibili. Quello di Mauro è il mondo di oggi: il mondo del partito preso. Conclude dicendo che lui non crede. Ma non ci dice perché. Non ci dice niente delle sue domande, del suo cammino o – per dirla con Pansa - di cosa pensa la sera, dopo una giornata di lavoro. E’ l’Italia dei giornali. Dove esistono destra e sinistra, juventini e interisti, romanisti e laziali, etero e omo (che han preso il posto di uomini e donne), laici e credenti: tutte marionette di un teatrino di ombre, tutti Gabibbi dei salotti televisivi. Ma dove è difficilissimo vedere o ascoltare uomini, cioè creature di carne, che non sanno chi sono, che cercano veramente, che fanno domande o che cambiano (idee e vita) e fanno un cammino e scoprono e si sorprendono e si commuovono.

Viviamo un mondo virtuale, ma non virtuoso: irreale. L’irrompere del “fatto” di Gesù è lo choc più forte che riporti alla realtà. Che è palpitante, viva, contraddittoria, dolente. Fra coloro che rispondono a “Tracce” colpisce il filosofo Pietro Barcellona, il quale prima fa una constatazione analoga a quella di Mauro, una constatazione culturale (“La nascita di Gesù per me, che non sono credente, è il più grande evento della storia dell’uomo. Questa nascita è di una portata immensa”), ma poi si mette in gioco, esce dalla contrapposizione ideologica “credenti/non credenti” e fa parlare la sua umanità: “La frase del Papa (‘occorre l’umiltà dell’uomo che risponde al’umiltà di Dio’) è di una portata immensa perché è un punto di partenza. Comunque, questa nascita per me rimane un problema aperto, anzi un problema di carne che brucia”.

Oggi sembra venuto il tempo in cui l’urto del “fatto” di Gesù si fa più facilmente largo nei cuori. Cosicché capita di leggere sulla Repubblica di una conferenza tenuta alla Luiss da Eugenio Scalfari durante la quale, ad un certo punto, il fondatore del quotidiano “confessa di essere da sempre ‘profondamente colpito e innamorato della figura di Gesù e delle sue predicazioni evangeliche, pur non credendo nell’Assoluto’ ”. E poi aggiunge che questo fascino per la figura di Gesù è un “terreno comune” su cui credenti e non credenti , laici e cattolici, “possono incontrarsi, dialogare”, persino “collaborare”.

Sarebbe interessante saperne di più, capire meglio. Si ha la sensazione che vi sia spesso, in molti, un’attrazione trattenuta, imbrigliata. Come di uno che sbarcasse su un bellissimo continente sconosciuto e, pur essendone incantato, affascinato, avesse paura di inoltrarvisi (paura di esserne travolto? Di dover ribaltare le proprie idee, la propria immagine di sé?). Così si fa un po’ di violenza a se stessi e si rimane sulla soglia, ci si nasconde in un’etichetta.

Spesso questo fascino di Gesù Gesù ci raggiunge attraverso lo stupore per l’umanità eccezionale dei suoi amici. Uomini del nostro tempo che hanno nel volto la sua stessa Bellezza. Pippo Corigliano ha raccontato di aver ricevuto, quando è morto Karol Wojtyla, la telefonata di Antonio Ramenghi, vicedirettore dell’ Espresso: “mi disse che la direttrice del settimanale, Donatella Hamaui e gli altri membri della direzione, desideravano vegliare brevemente la salma del Santo Padre ma per motivi di lavoro non potevano attendere in fila per una giornata intera… Come sono imprevedibili i sentieri della Provvidenza! Chi l’avrebbe detto, vent’anni prima, che mi sarei trovato con l’intera direzione dell’Espresso a pregare nella Basilica di San Pietro!”.

Quel papa polacco aveva stupito i cuori di tutti. Anche all’Espresso. E, come dicevano i filosofi greci, “la meraviglia è l’origine del conoscere”. Ma poi la conoscenza piena è un’avventura da sperimentare, un cammino che ha bisogno di andare avanti nella scoperta. Con il Natale entra nel mondo la Realtà. Solo facendosi violenza si riesce a chiudere gli occhi o a reprimere il suo fascino a un’emozione episodica.

Antonio Socci, 12 dicembre 2008

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Coraggio Presidente!

Segnali inquietanti arrivano da Palermo. Ce ne riferisce Terra di Mezzogiorno, un blog vicino al Movimento per l'Autonomia. Da un lato il vertice romano di Udc e Pdl, avvenuto in segretezza, a cui è seguito il disegno di legge presentato all'ARS che menziona esplicitamente la "morte del Presidente della Regione". Dall'altro lato il piano della nuova cupola palermitana di "liquidare" Lombardo.

L'accostamento di questi due fatti ci ripropone un tragico déjà vu a cui noi Siciliani in genere, e Palermitani in particolare, siamo stati abituati fin dal dopoguerra; la replica di un dramma fatto di terrore e morte che ha portato la nostra Capitale a essere identificata in ogno angolo della terra come capitale della mafia. Ciò a cui stiamo assistendo è la perfetta riedizione di un'infamia: la mafia politica italiana che decreta piani di morte e il suo esercito para-militare in Sicilia (Cosa Nostra) che li mette in atto.

Gli articoli di riferimento:

- Presidente siamo con te!!!
- Prove tecniche...per silurare il Presidente della Regione Siciliana.Ma,se Lombardo....
- Articolo del Corriere della Sera: Lombardo è in pericolo

Sono vicino al Presidente anche con le mie preghiere quotidiane. Che il buon Dio lo protegga, e che noi Siciliani sappiamo stringerci come popolo attorno al Nostro Presidente, mettendo per un attimo da parte egoismi e divisioni ideologiche in un momento storico così delicato.

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venerdì 12 dicembre 2008

«Ed ora, il Governo mondiale»

Ricevo da un affezionato lettore un interessante articolo di Maurizio Blondet che accende i riflettori su un'altro interessante articolo apparso sul Financial Times a proposito di Governo mondiale.

I nostri amici del FT colpiscono ancora, e ci mandano a dire qual è il punto di visto della Massoneria sulla politica mondiale. In breve: noi frammassoni abbiamo provocato la crisi finanziaria per vedere fino a che punto vi tenevamo in pugno, l'esperimento è riuscito benissimo, vi abbiamo fatto impoverire al punto da terrorizzarvi (proprio come fanno i mafiosi), adesso che vi abbiamo fatto pagare il pizzo abbiamo deciso di allentare la cinghia per darvi una piccola boccata d'ossigeno (vedi il prezzo del petrolio sceso di quasi 100 dollari al barile), ma in cambio voi popoli del pianeta vi sottomettete tutti, cancellate le vostre inutili identità nazionali e vi rendete tutti nostri schiavi!... Altrimenti per voi saranno guai!... L'avvertimento in perfetto stile mafioso è stato lanciato. Tutto il mondo è avvertito. In pratica la Massoneria si sta sfregando le mani, cominciando finalmente a pregustarsi i risultati di due secoli di rivoluzioni, guerre, annichilimento dei popoli, scristianizzazione dell'Europa, liberalismi, fascismi, comunismi, nazismi, leghismi, eccetera. Mai come oggi erano riusciti a tenere così in pugno l'Occidente e il mondo intero.

Trovo particolarmente interessante l'elogio fatto dal Financial Times a Barack Obama. D'altro canto qui si gioca in casa: Obama ha designato ben due pezzi grossi della Federal Reserve (alias massoneria finanziaria americana) nella sua squadra di governo: Timothy Geithner al Tesoro e Paul Volcker come consigliere finanziario. Il Financial Times ancora una volta ci crede tutti fessi.

A seguire l'articolo in questione.



«Ed ora, il Governo mondiale»

E' il titolo apparso sul Financial Times, il massimo organo dell'establishment finanziario della City ed è firmato dal Gideon Rachman, uno dei suoi maggiori columnist (1).

Ovviamente, il Financial Times e i suoi padroni vedono nella devastante crisi finanziaria una opportunità storica.

«E' sempre più chiaro che i più difficili problemi che hanno di fronte i Governi nazionali sono di natura sovrannazionale», scrive Gideon: «il riscaldamento globale (sic), la crisi finanziaria globale e la guerra globale al terrorismo».

Noi mondialisti, continua, pensavamo che l'instaurazione del Governo mondiale avrebbe richiesto due secoli. «Ma il mutamento di atmosfera politica segnala che possiamo arrivarci molto prima. La crisi finanziaria e quella climatica spingono i Governi nazionali verso soluzioni globali, anche in Paesi come la Cina e gli USA, tradizionali guardiani della sovranità nazionale».

Tutte le speranze del mondialista sono poste, occorre dirlo?, in Barak Obama: «Obama non condivide l'avversione dlel'amministrazione Bush per i trattati e gli accordi internazionali. Nel suo libro "The Audacity of Hope", Obama scrive: 'Quando la sola superpotenza mondiale auto-limita volontariamente il suo potere, e accetta a standard di condotta contrattati a livello internazionale, manda il messaggio: vale la pena di stare alle regole'. L'importanza che Obama assegna all'ONU è dimostrata dal fatto che egli ha scelto Susan Rice, una delle persone a lui più vicine, come ambasciatore dell'America alle Nazioni Unite, e non solo: le ha assegnato un posto nel Governo».

Infatti è la prima volta che l'ambasciatore USA all'ONU ha il livello di ministro.

Un segno delle idee che circolano nella cerchia più vicina ad Obama è un recente rapporto del Managing Global Insecurity Project (MGI), un ente in cui figura John Podesta, l'uomo che Obama ha scelto per guidare il «transition team», e Strobe Talbott, il presidente della Brookings Institution, di cui fa parte anche Susan Rice.

«Il rapporto del MGI sostiene la necessità di creare un alto commissariato dell'ONU per l'anti-terrorismo, un accordo sul cambiamento climatico negoziato sotto gli auspici dell'ONU e legalmente obbligatorio, nonchè la creazione di una "forza di pace" a disposizione dell'ONU forte di 50 mila uomini. I Paesi dovrebbero conferire la loro parte di truppe a questa armata, ma l'ONU ne avrebbe il comando diretto».

Gideon Rachman ammette: «Questo è un genere di idee che nel vecchio cuore dell'America, fa sì che gli ascoltatori dei radio-talk mettano mano ai loro mitragliatori. Ben conscio della delicatezza politica di tali idee, il rapporto MGI adotta un linguaggio edulcorante. Mette l'accento sulla necessità della leadership americana; usa il termine "sovranità responsabile" quando fa appello alla cooperazione internazionale, evitando la frase più radicale che si usa in Europa, "sovranità condivisa". E parla di "global governance" al posto di governo mondiale».

Infatti è l'Unione Europea che Rachman ha in mente come modello del futuro Governo mondiale.

«L'Unione Europea è già riuscita a mettere insieme un Governo continentale per 27 Paesi».

Il vero governo mondiale non è solo «cooperazione fra nazioni»; deve essere una entità con «caratteri di Stato, sostenuti da un corpo di leggi». E «la UE ha una corte suprema, una moneta, migliaia di pagine di leggi,una vasta burocrazia e la capacità di dispiegare forze armate. Non c'è ragione di ritenere che il modello europeo non possa «diventare globale».

D'accordo, ammette Rachman, l'idea è impopolare in USA e altrove. E che cosa importa?

«Anche nella UE l'idea rimane impopolare. La UE ha sofferto una serie di umilianti sconfitte nei referendum, tutte le volte che i piani per una unione più stretta sono stati sottoposti ai votanti». Ma il progetto eurocratico «procede veloce quando accordi di grande conseguenza sono conclusi tra i tecnocrati e i politici, e poi imposti senza fare appello diretto ai cittadini.

La "governance internazionale" tende ad essere efficiente solo quando è anti-democratica», perchè - spiega - «l'identità politica del cittadino medio resta testardamente locale».

L'ostacolo potrà essere superato facilmente, perchè Obama «e la sua cerchia» possono far conto su personalità parimenti «illuminate» dall'altra parte dell'Atlantico. Fra cui Rachman cita l'ebreo Jacques Attali, «consigliere del presidente Sarkozy», il quale sta dalla nostra parte. Attali infatti dice che «la frase 'global governance' è solo un eufemismo per 'governo globale'. E il motivo della crisi finanziaria internazionale è che abbiamo mercati finanziari globali, e manchiamo di un corpo giuridico globale».

E' dunque il vecchio progetto delle oligarchie transnazionali che torna, dietro Obama, dettandogli l'agenda. Chiusa la parentesi del potere neocon, che ha «disturbato» e deviato il progetto di Governo mondiale col suo unilateralismo talmudico, tornano in campo i pensatori della «interdipendenza», i Kissinger e i Brzezinski; tornano in attività i «laboratori culturali» del «progressismo globale», come appunto la Brooking Institution. E se Brzezinski e Kissinger sono alquanto vecchi, hanno però i loro allievi già piazzati al comando: Susan Rice, John Podesta, Strobe Talbott.

E' un progetto antico. Il 6 giugno 1991, nell'aprire l'annuale riunione del gruppo Bilderberg (quell'anno era a Sand in Germania), David Rockefeller si congratulò con i direttori di giornali presenti (c'era come sempre Arrigo Levi, direttore di La Stampa): «Ringraziamo i principali media e grandi giornali», disse il miliardario, «i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni rispettando per più di quarant'anni il loro impegno di discrezione. Ci sarebbe stato impossibile sviluppare il nostro progetto sotto i riflettori. Ma oggi il mondo è più maturo e disposto a procedere verso un Governo mondiale... La sovranità sovrannazionale di una élite di banchieri mondiali è preferibile all'autodeterminazione che si praticava nei secoli passati».

Da «più di quarant'anni» i media ufficiosi avevano retto il bordone ai miliardari riuniti in segreto; oggi, possiamo dire, lo fanno da sessanta.

Anche i metodi per rendere superata l'«autoderminazione», ossia la democrazia politica, sono stati messi a punto da molto, molto tempo.

Era il primo settembre 1967 quando uno degli «illuminati» del Council on Foreign Relations, Daniel Boorstein, spiega su Fortune che la democrazia politica doveva essere cambiata in una «democrazia dei consumi».

«Una comunità di consumi è fatta di gente che sente di avere comuni interessi e comuni preoccupazioni che vengono dal consumare lo stesso genere di oggetti (...)», scriveva.

Il vantaggio rispetto alla democrazia, per le élite transnazionali, era parimenti spiegato: «La comunità di consumi è non-ideologica. Per fare parte della comunità di consumi non è richiesta alcuna professione di fede, nessun credo od ortodossia... La comunità dei consumi è democratica. E' la grande democrazia americana del denaro», spiegava senza ridere Boorstein, «che esaspera tanto gli aristocratici dei vecchi mondi. Le comunità dei consumi accettano volentieri gente di qualunque razza, provenienza, occupazione e livello di reddito, solo che possa pagarsene l'accesso».

E, accennando alla rivoluzione studentesca americana, che avrebbe contagiato la gioventù europea nel '68: «La lotta per i 'diritti civili' in USA è stata in gran parte una lotta per il diritto a consumare, per allargare e completare la democrazia del consumo» (2).

Proprio questo fu il senso e l'esito del Sessantotto: una rivoluzione «culturale» (volta non a prendere il potere, ma a cambiare la cultura corrente, la mentalità) in senso libertario-trasgressivo; la nuova mentalità, una volta instaurata, segna il trionfo di quel che Augusto Del Noce chiamò «lo spirito borghese allo stato puro», ossia la voglia di possesso e godimento privato «purificata» da ogni scrupolo religioso o morale.

Fu un movimento «spontaneo» molto ben guidato da chi sa creare gli ètats d'esprit adeguati.

Il 20 marzo 1969 il dottor Richard Day, già direttore della Planned Parenthood Federation of America (l'organizzazione finanziata dai Rockefeller per diffondere i contraccettivi, sotto la dizione edulcorante di «pianificazione familiare») lo spiegò molto chiaramente ad un congresso di medicina, dopo aver chiesto ai presenti di chiudere i registratori e smettere di prendere nota.

Uno dei medici, dottor Lawrence Dunegan, prese tuttavia degli appunti di nascosto; si segnò le frasi salienti, e tornato a casa cercò di ricordare il contesto in cui erano pronunciate (3).

Il dottor Day annunciava all'assemblea stranita che il nuovo ordine mondiale era in marcia: «Progettiamo di cominciare il 21mo secolo con un sparo d'inizio; ogni cosa è al suo posto ormai e nessuno può più fermarci», disse.

Poichè il congresso medico era dedicato alla cosiddetta pianificazione familiare, il dottor Day cominciò ovviamente ad illustrare quella parte del progetto.

La prima necessità, disse, è il «controllo della popolazione». A questo scopo, il sesso andrà separato dalla riproduzione: l'urgenza sessuale è troppo forte perchè la gente vi rinunci. Avremo sesso senza riproduzione, e riproduzione senza sesso. Il trucco consiste non nell'attenuare la pulsione sessuale, ma nell'esaltare la pratica della sessualità non-riproduttiva. La contraccezione dovrà essere universalmente disponibile a tutti. Presto, profetizzò il dottor Day, essa non sarà fornita dalle farmacie, dove il richiedente può essere imbarazzato a chiedere; sarà esposta all'aperto, in distributori automatici.

L'educazione sessuale sarà educazione alla contraccezione. L'istruzione diverrà un mezzo per accelerare l'instaurarsi della pubertà.

Le parole usate dal dottor Day furono: «Possiamo spingere l'evoluzione ad essere più veloce e nella direzione che vogliamo».

E non basta: «L'aborto non sarà più un delitto. L'aborto sarà accettato come normale», disse Day. Lo disse nel 1969, quattro anni prima che la celebre sentenza della Corte suprema (Roe vs Wade) aprisse la strada alla legalizzazione, prima in USA e poi in Europa.

Ancora: «Sarà permesso essere omosessuali», profetizzò Day.

Una semplice «pillola dell'addio» (demise pill) consentirà l'eliminazione degli anziani, una volta divenuti non-produttivi. Papà e mamma la assumeranno spontaneamente, si spinse a prevedere, dopo una festicciola d'addio coi figli.

Del resto, «appariranno nuove malattie, difficili da diagnosticare e da trattare»...

Nel 1969, questi propositi apparvero assurdi. L'opinione pubblica si sarebbe opposta, si sarebbero opposte le famiglie.

Day sorrise a tanta ingenuità: «Oh, la gente dovrà abituarsi all'idea del cambiamento. Sarà così abituata al cambiamento, che si aspetterà cambiamento. Nulla sarà permanente».

Il metodo per cambiare leggi e costumi è già in opera, aggiunse: «Ogni cosa (che noi proponiamo) ha due scopi. Uno è lo scopo palese, che la farà accettabile alla gente; il secondo è lo scopo reale, quello che farà avanzare il nuovo ordine e lo consoliderà».

A volte, spiegò, basta «cambiare le parole» ammesse nel linguaggio pubblico, sui media.. e nelle Scritture.

Sì, il dottor Day parlò anche delle Scritture. Perchè, annunciò, nel nuovo ordine mondiale «la religione non è necessariamente male. A quanto pare molta gente ha bisogno di una religione, coi suoi misteri e i suoi rituali... e così gliela daremo».

Sarà una religione che mescola molte religioni attuali, funzionale al progetto. A questo scopo, la Bibbia deve essere cambiata. Ma non ci sarà bisogno di riscriverla: basterà «gradualmente sostituire» le parole essenziali con altre, aventi altre sfumature di significato. Questo ci consentirà di usare la variabilità di senso come strumento per cambiare il significato complessivo delle Scritture, nel senso voluto da noi, ma accettabile dai sacerdoti.

Perchè il dottor Day assicurò: «Molti di voi probabilmente credono che le chiese si opporranno; al contrario, ci aiuteranno!».

L'ostacolo è la Chiesa Cattolica Romana, disse. Ma una volta piegata questa, il resto delle denominazioni cristiane facilmente seguirà.

Era il 1969. A proposito del nuovo ordine , il dottor Day disse: «magari voi credete che io stia parlando di (una forma di) comunismo... ebbene, ciò di cui parlo è molto più grosso del comunismo!».

Anche in questo caso, non faceva che riecheggiare un più vecchio progetto, quello dichiarato da Aldous Huxley nel suo romanzo utopico «Brave New World»:

«Non c'è ragione che il nuovo totalitarismo assomigli al vecchio. Il Governo del manganello, dei plotoni d'esecuzione, delle carestie artifficiali e delle deportazioni di massa non è solo inumano; è inefficiente, e in questa età di tecnologia, l'inefficienza è il peccato contro lo Spirito».

«Uno Stato totalitario veramente efficiente sarà quello in cui gli onnipotenti direttori generali e il loro esercito di burocrati controlla una popolazione di schiavi che non ci sarà bisogno di coercire, perchè essi ameranno la loro servitù. Il compito di fargliela amare è assegnato, nell'odierno Stato totalitario, ai ministri della propaganda, ai direttori dei media e agli insegnanti elementari...».

Coloro che hanno provocato la crisi si aspettano dunque questo: che l'umanità da loro ridotta a gregge di schiavi consumisti, li implori di instaurare la loro dittatura mondiale per salvarli dal disastro della penuria, o anche solo della frugalità.



1) Gideon Rachman, «And now, for a world government», Financial Times, 8 dicembre 2008. Gideon Rachman è ebreo, ed è il commentator esteri del Times; prima è stato all'Economist, il settimanale dei Rotschild di Londra. Fra i personaggi che cita: Susan Rice, l'ambasciatire all'ONU di Obama, è una Rhodes Scholar, premiata dal primo centro mondialista della storia, il britannico Royal Institute of International Affairs (RIIA, alias Chatham House); inoltre è una consulente della McKinsey; ha fatto carriera politica all'ombra di Madeleine Albright. Strobe Talbott è uno «scienziato politico», laureato a Yale, dove è stato membro della società segreta Skull & Bones (1967-68); è membro della Trilateral e del Council on Foreign Relations; è stato vicesegrtario di Stato dal 1994 al 2001, sotto Clinton. Lasciato il Governo, è tornato a Yale a dirigere il Center for the Study of Globalization. Jacques Attali è stato l'eminenza grigia di Mitterrand nell'economia, ed è banchiere internazionale: per lui è stata creata la EBRD, European Bank for Reconstruction and Development, di cui l'eurocrazia l'ha fatto presidente.

2) Daniel Boorstein, «Welcome to the consumption community», Fortune, 1 settembre 1967.

3) «New order of barbarians», dalla trascrizione del dottor Dunegan. Le cassette audio sono distribuite da «Pro-Family Forum» P.O. Box 1059, Highland City, FL 33846-1059 ($20.00).


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Commento a "La me Patria"

Pippo Barbagallo ha lasciato un commento alla poesia di Turi Lima La me Patria. Innanzitutto lo voglio ringraziare perché mi sento davvero onorato del fatto che abbia voluto condividere con me - con noi - questa piccola biografia del padre. Ho provato sincera ammirazione e un pizzico d'invidia (tutta positiva, s'intende) nello scoprire che il padre di Pippo fu amico fraterno di Turi Lima. Riporto di seguito il commento in questione, dando a esso lo spazio che merita in quanto piccola pagina di storia personale di chi il Separatismo lo ha vissuto o lo ha respirato in casa. Si tratta dei nostri padri della Patria... di quella vera!

Mio padre, da giovanissimo incontrò Venero Maccarrone, che poi diventerà "Turi Lima", il poeta della Sicilia che non s'arrende. Assieme, papà e Venero, militavano nella Lega Giovanile Separatista, il movimento giovanile dell'eroico Mis-Movimento indipendentista siciliano-che dal 1943 al 1948 fece tremare lo Stato unitario... Erano giovanissimi, papà e Venero, erano carusi che a causi a cutta, ma avevano nel cuore l'ardente amore per la Sicilia... Poi, mio padre divenne medico, Venero s'impegno nel campo giornalistico e letterario... Mio padre è morto prima di so "frati" Venero... uno a Trecastagni, papà, Turi Lima a Mascalucia... Negli ultimi anni non si sono più visti, dal 10 dicembre 1996, stanno di nuovo insieme, e questa volta per sempre, per continuare dall'alto dei cieli la loro battaglia per la Sicilia ai Siciliani!

Pippo Barbagallo
barbagallopippo@libero.it

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sabato 6 dicembre 2008

Una nota sui poveri

Ricevo e pubblico una breve nota sui poveri.

Il criterio di assegnazione del cosiddetto Bonus Familiare offre la occasione per rilevare come anche questa volta la politica ha mancato il suo obiettivo primario di venire incontro alle necessità dei più poveri. Infatti da uno studio dello stesso Governo risulta che solo il 18 % della somma stanziata andrà assegnato ai nuclei familiari con figli, mentre il resto andrà a singles o a coppie senza figli.

E la ragione di questa assurdità risiede nel criterio con il quale lo Stato Italiano valuta la condizione economica dei suoi cittadini. Un criterio che dopo avere semplicemente ignorato le necessità vitali di quella parte di popolazione che non produce reddito per un qualsiasi motivo di età, di salute o altro, non riconosce ai contribuenti, se non in misura irrisoria (circa 60 euro mensili a persona per una retribuzione media) le spese per il loro mantenimento. In tal modo lo Stato Italiano scarica sulle spalle di alcuni coraggiosi (in numero sempre minore in verità stando al tasso di natalità) l’onere gravoso del mantenere e far crescere i nuovi membri della Società, le nuove generazioni alla cui cura è affidato il nostro stesso futuro.

Ora è evidente che uno Stato che non voglia essere patrigno, ma voglia curarsi di tutti i suoi membri, senza escluderne nessuno, deve prendere in considerazione il cosiddetto minimo vitale individuale che è grosso modo lo stesso per tutti: neonati e anziani, occupati e disoccupati. E se è vero che esso si riduce quando si vive in un nucleo familiare da 7000 a circa 5000 euro è anche vero che questa è una ragione in più per favorire la famiglia come la più economica tra le organizzazioni sociali. Occorre dunque che nel valutare la condizione economica di un contribuente vengano considerate le spese da lui effettivamente sopportate per il mantenimento del suo nucleo familiare. Solo così verranno fuori i veri poveri da soccorrere. Diversamente la famiglia si contrarrà ancor di più. Ed in futuro avremo forse la Alitalia e la Fiat ma non gli Italiani da fare viaggiare.

Giuseppe Sesta
Palermo, 6 dicembre 2008

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Onore e santità per il Siciliano "servo di Dio" Francesco Paolo Gravina

Servo di Dio Francesco Paolo Gravina

Palermo, 1800 - 1854

Francesco Paolo Gravina, principe di Palagonia e di Lercara Friddi, nacque nel 1800 a Palermo. Sua madre, Provvidenza Gravina e Gaetani (1774-1805), aveva sposato lo zio, Salvatore Gravina e Cottone (1742-1826), per garantire ai Gravina la continuità del titolo di principe (concesso nel ’600), poiché figlia unica di Ferdinando Francesco II: una norma testamentaria di Ignazio Sebastiano Gravina aveva creato questo meccanismo in previsione. Fu l’ultimogenito della coppia, dopo due gemelli nati morti e quattro sorelle nate tra il 1792 ed il 1797 (Agata, Francesca Paola, Giulia, Gioacchina: la prima sposerà Vincenzo Grifeo principe di Partanna, le altre si monacheranno).

La sua famiglia, proveniente dalla Puglia e presente in Sicilia dal 1300, coltivava una devozione per il santo di Paola: infatti il suo nome fu esattamente Francesco di Paola Ferdinando […] Gravina. La sua educazione fu improntata agli insegnamenti della Chiesa Cattolica: sarà sempre un cristiano nella fede e nelle opere.

Ebbe una giovinezza spensierata appartenendo ad una famiglia tra le più influenti dell’isola (Palazzo Comitini sede in passato della prefettura di Palermo ed ora della provincia apparteneva ai Gravina). Il padre di Francesco nei fatti non godeva del titolo di principe, ma nel loro palazzo residenziale la servitù e gli altri si rivolgevano a lui come tale. Durante l’epoca napoleonica i Gravina ospitarono tra gli altri Inglesi l’ammiraglio Nelson. Allora la corte borbonica si era trasferita a Palermo (a Napoli c’era Giuseppe Bonaparte), e per loro fu un periodo di particolare fulgore.

Francesco Paolo Gravina sposò nel 1819 la coetanea Maria Nicoletta Filangeri, figlia del principe di Cutò, la quale finì però ben presto per tradirlo con Francesco Paolo Notarbartolo, figlio del principe di Sciara (di quattr’anni più giovane di lei). Non appena la notizia, che fermentava lentamente, si diffuse a Palermo fu uno scandalo: nel 1829 il principe, che nel frattempo aveva adottato la misura di dormire in un camera per sé, raggiunto il limite dell’umana e cristiana sopportazione, ordinò all’usciere di casa di rispedire al mittente la consorte di ritorno una notte. Lei ritornò indietro volentieri. Non si sarebbero più rivisti.

Dopo la sua morte (il principe lascerà nel testamento la disposizione per messe in suffragio di entrambi) lei sposerà religiosamente il Notarbartolo. Inizialmente la nuova condizione fu per lui difficile da affrontare: si ritirò a meditare sul da farsi, aveva quasi trent’anni.

Due erano le strade che aveva di fronte: divorziare, rifarsi una vita ed una famiglia per garantire quel meccanismo di successione (dalla moglie non aveva avuto figli) artificiosamente aggirato in precedenza; oppure rimanere coerenti in Cristo ed aprirsi a nuove prospettive. Prevalse questa seconda via, il Gravina non volle mai divorziare conformemente agli insegnamenti del Vangelo: ciò gli ha meritato l’appellativo di ultimo principe. Iniziò il suo apostolato di carità e beneficenza quasi in sordina a Palermo. Tutti i suoi immobili diverranno a poco a poco centri di accoglienza per i poveri, gli emarginati ed i diseredati.

Divenne in breve tempo noto per il suo attivismo nella testimonianza dei principi cristiani. Dopo essere stato sindaco (chiamato allora pretore) di Palermo (1832-1834), gli fu affidata l’emergenza colera, che esploderà in Sicilia negli anni ’36-’37, nel capoluogo isolano, emergenza che superò tramite la creazione del Deposito di Mendicità, un ente per il ricovero degli indigenti. Nel 1839 divenne responsabile del Reale Albergo dei Poveri, un altro ente di concentramento, stavolta pubblico.

Nel suo palazzo che aveva destinato pure a struttura di accoglienza, alloggiava in una stanza vicino al suo segretario. La sua giornata trascorreva sovrintendendo ai suoi ricoveri.

Nel 1837 richiese ed ottenne per il Deposito di Mendicità il distaccamento di un gruppo di suore; e nel 1847 ci sarà la concessione ecclesiastica della regola per il nuovo ordine delle Suore di Carità del Principe di Palagonia (lui le aveva effettivamente chiamate di san Vincenzo de’ Paoli). E’ stato sinora l’unico laico ad istituire un ordine religioso. Rimarrà suo sogno non esaudito quello di poter istituire un analogo ordine maschile per la mancata disponibilità di frati.

Il principe si era distinto anche a Lercara per il sostegno che dava alla popolazione bisognosa (in particolar modo durante l’epidemia colerica del ’37), e per la difesa dell’ambiente e della salute dell’intera comunità in relazione alla questione della lavorazione dello zolfo. Qui possedeva una miniera, dei terreni ed alcuni edifici. Tra gli altri: l’attuale Sala Principe di Palagonia (ex cineteatro) all’epoca da lui affidata ad una compagnia di attori, e Palazzo Palagonia sede attualmente del comune, immobili (entrambi allora dei magazzini) che dopo la sua morte furono acquisiti dal comune di Lercara. Era solito venirvi ogni tanto, ma durante una sua visita, fu assalito dalla folla e non vi mise più piede, non tralasciando però di avere ancora per Lercara una certa considerazione, nonostante l’amaro episodio, nelle sue opere di carità che avevano come centro Palermo.

La rivoluzione antiborbonica del ’48 lo vide schierato all’interno del Parlamento siciliano (era membro della Camera dei Pari) in favore dell’indipendenza dell’Isola. I Borboni ritorneranno nel ’49, ma lui per intima coerenza non farà abiura di quell’atto, a differenza di molti altri opportunisti, il che gli alienò le simpatie della corona. Il principe morì all’età di 54 anni: per le sue esequie volle che la sua salma fosse vestita di un saio ed essere trasportato col capo appoggiato ad una tegola come San Francesco: il giorno del suo funerale una folla enorme lo seguiva. La salma deposta nella chiesa di Baida fuori Palermo è stata traslata nel 1958 nella Casa madre delle Suore di Carità.

Nel 1990 il cardinale, allora arcivescovo di Palermo, Pappalardo ha dato il via alla sua causa di beatificazione.

Autore: Danilo Caruso
Fonte: http://www.santiebeati.it
FONTE: A Rarika

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Non siamo isole

Ricevo da Giuseppe Sesta un interessante riflessione sulla libertà individuale, che molto volentieri pubblico.

Coloro che sostengono che ciascuno di noi ha libertà assoluta per tutto ciò che lo riguarda personalmente e che quindi deve poter scegliere di abortire o anche di morire senza che alcuno per qualsivoglia motivo possa contestare questa sua decisione, sono in errore perché ritengono che l'uomo possa realizzare se stesso e raggiungere il suo bene senza entrare in relazione con gli altri, senza interessarsi di loro e senza permettere che gli altri si interessino di lui.

Non è questa la visione antropologica su cui è fondata la nostra civiltà occidentale che dal Cristianesimo che comanda l’amore del prossimo ma anche dalla speculazione filosofica greca che definisce l’uomo come un animale sociale ha preso la ispirazione per tutte le sue realizzazioni a carattere sociale come scuole, ospedali e tutte le iniziative di soccorso spirituale e materiale di cui essa è ricca diversamente da altre culture. Secondo questa visione, ciascuno di noi è affidato non solo a se stesso ma anche agli altri che lo circondano e questo vale non solo per lo stadio infantile della vita ma per tutte le situazioni di occasionale debolezza che ciascuno di noi può attraversare.

Pertanto la libertà individuale non può e non deve essere assoluta come ritengono abortisti ed eutanasisti, proprio perché del bene personale di ciascuno, sono responsabili anche gli altri. Ritenere gli uomini isole di egoistici interessi è negare la nostra vera natura oltre che rinnegare la nostra civiltà e quello che hanno creduto i nostri padri.

Giuseppe Sesta
Palermo, 16 novembre 2008

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lunedì 3 novembre 2008

Per una scuola libera e plurale

Ricevo da Giuseppe Sesta un intervento molto pragmatico, quindi non ideologico, a proposito di scuola pubblica e privata. Intervento che molto volentieri pubblico.


Se sono decisamente da condannare le strumentalizzazioni politiche che hanno accompagnato le polemiche suscitate dal recente Decreto del ministro P.I. Gelmini sulla Scuola, non si può tuttavia negare che sulla base di una diversa visione del come educare possa sussistere un legittimo dissenso circa alcuni dei provvedimenti proposti dal Ministro. Pensiamo al ripristino del maestro unico, del grembiule, del voto in condotta, della votazione in decimi e così via. Del resto nihil novi sub sole, se si pensa alle analoghe proteste che hanno accompagnato tutti i precedenti tentativi di modificare la Pubblica Istruzione.

Dicevo dunque che non deve fare meraviglia tale diversità di giudizio nella pubblica Opinione, perché nulla è talmente opinabile come la cultura e l’educare dato che è in tale campo che si esprime al suo massimo livello la libertà dell’uomo. E proprio per questo qualsiasi Riforma di Stato della Scuola non potrà mai godere di un unanime consenso. Proprio per questa neutralità obligatoria imposta dalla necessità di raccogliere il più ampio consenso possibile o meglio la minore opposizione possibile, la Scuola di Stato è destinata ad essere una Scuola senza anima una non Scuola.

Anche in assenza di altri argomenti, sarebbe questo un motivo sufficiente per aprire alla Scuola Privata o non Statale una Scuola cioè che si propone di soddisfare le particolari esigenze educative di un determinato gruppo di famiglie, piuttosto che rispondere ad una non meglio precisata domanda formativa nazionale.

Infine anche se può sembrare paradossale, il Decreto attuale può essere criticato più per la imposizione di opinabili scelte educative, come il maestro unico, il voto in condotta e simili che per i tagli economici imposti da una oggettiva situazione di sprechi e di esuberanza di personale. Senza considerare che una liberalizzazione della Scuola risolverebbe anche il problema economico se è vero che un alunno pubblico costa più di un alunno privato. Ed allora lo Stato imponga soltanto l’apprendimento della lingua, della Storia, della cultura italiana e della nostra Costituzione, lasciando nella disponibilità dei genitori quanto spende per ogni alunno , in modo che siano loro a scegliere quali scuole di Stato o Private siano meritevoli di essere mantenute. Ogni Preside verrebbe a godere di un budget proporzionale al gradimento riscosso e potrebbe scegliere e pagare i suoi professori a suo arbitrio. Credo che sarebbe la rinascita della Scuola, della Cultura e della libertà.

Giuseppe Sesta
Palermo, 2 Novembre 08

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domenica 2 novembre 2008

Ulisse - Il Regno delle Due Sicilie




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Caro Ministro (Zaia)... di Corrado Vigo

Ricevo dall'amico Orazio Vasta, e molto volentieri pubblico:

Caro Ministro Zaia,

Sono una agronomo, ma al contenpo un agrumicoltore, e discendo da famiglia di agrumicoltori.


Faccio la professione da 24 anni, e da 29 coltivo arance, le tanto bistrattate arance siciliane, che tutti amano, ma che ci stanno portando economicamente alla rovina, perchè nonostante gli elevati prezzi di vendita al consumo, a noi vengono pagate a prezzi irrisori.

L'anno scorso anche fra i 5 ed i 7 centesimi al chilo.
Sì ha letto bene! 5-7 €urocent al chilo.

Mi rammarico, però, del fatto che Lei sia poco attento alla questione, ma la vedo assai impegnato, invece, nella tutela (come è anche giusto che sia) dei prodotti della Sua terra.

Vorrebbe, per favore, dare un pò più di "conto e retta" alle problematiche di noi agricoltori del sud?

Corrado Vigo

Trecastagni, 2 novembre 2008

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La Scuola? Al servizio non della cultura, ma dell’ideologia dominante

Ho vissuto per quarant’anni nell’ambito dell’educazione e della scuola e mi sono occupato a fondo della libertà dell’educazione in Italia.
Intervengo per dire qualcosa di serio e di costruttivo che dia un po’ di dignità e ragionevolezza, cioè andando oltre quello che vediamo e sentiamo ogni giorno. Abbiamo proprio visto di tutto: bambini che sfilano in corteo sotto striscioni che fanno fatica a leggere, insegnanti in lutto, politici che sproloquiano nelle scuole dell’infanzia, i reduci del ’68 che si infiltrano nei cortei come per prendere una boccata di ossigeno che allontani di qualche tempo l’ineluttabile “rigor mortis”. Così il “virtuale” si è sostituito al reale: ed in un’orgia di isterismo e disinformazione abbiamo dimenticato la realtà quotidiana.


di Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino



La realtà quotidiana è che nella scuola italiana si fa fatica a studiare e ad imparare perché l’insegnamento si è dequalificato. Abbiamo dimenticato che nella scuola italiana si può morire di spinello durante le ore di scuola; che durante gli intervalli si filmano scene di sesso che vengono poi inviate ormai a vari siti; che in certe scuole, non poche, durante l’intervallo gli insegnanti stanno tappati nell’aula professori per evitare violenze non solo verbali; che presidi e professori sono stati malmenati da genitori e studenti per protesta a certe valutazioni scolastiche; che più di una volta i carabinieri sono entrati in varie scuole ad arrestare studenti spacciatori di droga.

Questa non è tutta la realtà, ovviamente, ma è un pezzo della realtà scolastica che dovrebbe interpellare tutti, soprattutto gli adulti, seriamente. Alcune delle cose predisposte dal Ministro – ovviamente mi evito un giudizio analitico che non mi compete – mi sembrano dettate dalla più grande virtù del popolo italiano: il buon senso. Comunque bisogna proprio riconoscere che in Italia sono impossibili due cose parlare male di Garibaldi e tentare di riformare la scuola. La scuola dello Stato Italiano fa corpo totalmente con l’idea della Nazione e dello Stato ed ha costituito negli ultimo 150 anni del nostro paese una sorta di liturgia di questo universale culto dello Stato.

La verità è che la scuola italiana è sempre stata al servizio non della Cultura, ma della ideologia dominante. Così abbiamo avuto la scuola unitaria e liberale e poi la scuola fascista e poi la scuola azionista e socialista. I cattolici sono stati così improvvidi che negli anni ’50 e ’60 hanno tirato fuori la strampalata teoria della scuola “neutra” che ha favorito la sua occupazione da parte delle più diverse ideologie rivoluzionarie e negative. Abbiamo avuto la scuola marxista e neo-marxista e radicaleggiante: e adesso abbiamo la scuola tecno-scientista.
Mi sembra venuto il momento di andare, se possiamo e vogliamo, oltre questo schema ideologico e ricordarci che la scuola non deve servire nessuna ideologia ma la cultura: cioè l’istanza di senso ultimo, di verità, di bellezza e di giustizia che caratterizzano la coscienza dell’uomo nel suo porsi immediato.

Allora forse ci si renderà conto che la scuola deve essere un ambito di convivenza libera, fra culture diverse (perché nel nostro Paese ci sono ormai culture diverse) e la convivenza libera e impegnata di queste culture deve sostenere un insegnamento, a tutti i livelli, appassionatamente critico: cioè formatore di personalità critiche.
Potrà apparire allora assolutamente legittimo e necessario il formarsi di un sistema scolastico che, gestito dallo Stato, sia libero e pluralistico nelle sue articolazioni educative, culturali e didattiche. Senza pluralismo educativo e scolastico muore la democrazia: perché la democrazia è anzitutto un costume, un dialogo profondo, libero e rispettoso fra culture diverse, che proprio nella consapevolezza critica della propria diversità contribuiscono al bene comune del Paese.

Marco Minghetti, ministro della Pubblica Istruzione del neonato Regno di Italia concludeva il dibattito parlamentare sullo stato dell’istruzione del Paese nel 1864 con queste parole: “In linea di principio sarebbe meglio un sistema di libertà scolastica, ma se ne approfitterebbero i clericali”.
Dobbiamo amaramente riconoscere che la questione scolastica, in Italia, è ferma a queste parole.

Nel dibattito (si fa per dire) che si è acceso in questi mesi tre personalità (e non della “mia parrocchia”) mi hanno colpito per l’intelligenza, la libertà e l’equilibrio con cui sono intervenute: Luigi Berlinguer, Giampaolo Pansa ed Aldo Forbice. Oltre ovviamente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cui va la mia gratitudine di cittadino italiano e di vescovo della Chiesa Cattolica.

+ Luigi Negri,
Vescovo di San Marino - Montefeltro

Il Resto del Carlino, martedì 28 ottobre 2008


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sabato 1 novembre 2008

Lombardo ha detto qualcosa di Siciliano!

Lombardo: "Mai un grande evento in Sicilia"


di Tony Zermo

Letizia Moratti, in una lettera al «Corriere della sera», dice che i 15 miliardi per l’expo 2015 a Milano serviranno a tutto il Paese e aggiunge di aver criticato i 140 milioni dati a Catania perché sarebbe stato giusto darli anche agli altri Comuni e infine che non era una questione Nord/Sud, ma piuttosto una questione di merito.


Cosa risponde il presidente Lombardo?

«L’Expo servirebbe al Paese anche se fosse a Palermo o a Catania, a meno che non ci siano due Paesi, come ci sono: uno di Serie A dove se si fanno le cose servono al Paese e uno di Serie B dove se si fanno le cose servono a sfamare i parassiti insaziabili. Con tutto il rispetto credo che il centenario del terremoto di Messina si sarebbe potuto celebrare con un grande evento. Con tutti i soldi che si stanziano per un evento una città si veste a nuovo, si dota di infrastrutture. Come accade quando si fanno le Olimpiadi invernali a Torino o quando si fanno i campionati del mondo di calcio. Arriva una pioggia di miliardi per cui le città cambiano volto».


La Moratti dice che l’Expo potrebbe coinvolgere anche la Sicilia.

«Ma perché, quando hanno fatto le Olimpiadi invernali è stata forse cointeressata in qualche modo la Sicilia? Dico finiamola. E l’Expo è una cosa, e l’Ici viene pagata con le entrate nostre, e la Tav si ferma a Napoli, e sul casinò stiamo assistendo all’insurrezione delle quattro case da gioco del Nord che non lo vogliono dare al Sud. Mi dicono che con i fondi Fas si stia per finanziare per decreto l’aumento dei costi delle imprese di costruzione e poi per i 140 milioni a Catania ci dobbiamo sentire insultare un giorno sì e un giorno no, come se questo fosse l’esempio di chissà quale malcostume. Sui termovalorizzatori c’è ancora da conquistare questo mitico Cip 6, senza il quale i termovalorizzatori non si potranno fare perché la tariffa sarebbe così alta da metterli fuori mercato. Ogni nostro diritto dev’essere conquistato a sudore di sangue».


Ora c’è l’assalto delle grandi aziende italiane a Tripoli per i 153 miliardi di appalti in Libia e la Sicilia sembra tagliata fuori.

«Purtroppo non abbiamo grandi imprese alla stregua di Impregilo, però qualche media impresa l’abbiamo e come. Abbiamo qualche azienda di costruzioni seria anche a Catania che si affaccia dignitosamente sul mercato nazionale, c’è il marmo di Custonaci, la pietra lavica dell’Etna».


Così come per gli appalti dell’Expo, anche per i lavori in Libia nessuno ha pensato di coinvolgere la Sicilia.


«Purtroppo c’è una continuità nella disattenzione nei confronti del Sud che francamente non possiamo limitarci a riflettere, dobbiamo organizzarci e reagire per farci valere. Quei signori che dicono che non è giusto che con le tasse del Nord si finanziano gli sprechi del Sud dimenticano che queste tasse sono il frutto del lavoro delle industrie che si sono costruite e affermate nel Nord con i denari provenienti dalle casse del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli che ammontavano a due terzi in lire e oro dei depositi di tutte le banche italiane. Napoli e Palermo avevano custoditi nei loro forzieri 420 milioni dei 630 milioni di lire/oro quando si fece l’Unità d’Italia. Dopodiché tutto prese la via del Nord. Il regno delle Due Sicilie vantava tali di quei primati da restare a bocca aperta: la prima ferrovia, il maggior numero di aziende metalmeccaniche, il tessile, il più alto numero di giornali, la prima assistenza sanitaria, il primo ponte sospeso sul Garigliano, la prima cattedra di Economia all’Università di Napoli, la prima cantieristica perché a Napoli c’era la più grande flotta militare dopo quella inglese. Siamo stati spogliati di tutto e ora ci piangono quei miserabili 140 milioni».


Presidente, stiamo parlando di 150 anni fa...

«Sì, ma quando Angelo Moratti impiantò sulle spiagge siracusane la sua bella raffineria era appena mezzo secolo fa. E quante tasse i Moratti non hanno pagato alla Sicilia come avrebbero dovuto in base all’articolo 37 del nostro Statuto perché la loro sede legale era altrove? Lo so che da molto tempo hanno ceduto la raffineria, che è un discorso vecchio e che allora la Moratti era appena nata, ma sulla questione non ha detto nulla».

LaSicilia.it, 29 ottobre 2008

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venerdì 31 ottobre 2008

Sulla tanto decantata dominazione araba in Sicilia

Dal blog A Rarika, riporto un analisi storica "contro corrente" della dominazione araba in Sicilia. Analisi realizzata e pubblicata da Forza Nuova Palermo:

La dominazione araba in Sicilia

Qui riporterò solo un passaggio:

Esemplare fu l’uccisione del siracusano Niceta di Tarso, acerrimo nemico del Profeta di Allah e dei suoi seguaci. Catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e gli venne strappato il cuore quindi si accanirono ulteriormente su di lui finendolo a morsi e a colpi di pietra.

FONTE: A Rarika

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domenica 26 ottobre 2008

A chi fa paura il MIS?

Era il 19 ottobre del 1944, e il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia stava celebrando il proprio primo congresso in una Taormina gravemente ferita dalla guerra.

Guerra che, in quella stessa giornata, portò a Palermo la gente in piazza, fiaccata dalla fame di pane e di libertà. Ne nacque un pacifico torrenziale corteo, capeggiato dai ragazzi della Lega Giovanile Separatista, la punta di diamante del MIS.

La repressione italiana che stava rioccupando militarmente e politicamente la Sicilia per proseguire quel dissennato sfruttamento coloniale che dura acremente ancora oggi, non si fece attendere. Il vice prefetto Pampillonia chiese l'intervento dell'esercito italiano per bloccare la folla vociante ma inerme che si dirigeva verso Palazzo Comitini, sede della Prefettura. Intervennero, guidati dal sottotenente Calogero Lo Sardo, scaglioni del 139° fanteria della Divisione Sabauda, che immediatamente aprirono il fuoco ad altezza d'uomo e lanciando numerose bombe a mano contro la folla, lasciando sul terreno tra 21 e 26 (o secondo alcuni addirittura più) caduti e oltre 150 feriti.


Si consumò così la oggi obliata e nascosta "strage di via Maqueda" a Palermo, l'autentica "bloody sunday" siciliana.

Il MIS non scomparve, nonostante quello e altri episodi: arresti arbitrari di dirigenti, militanti e simpatizzanti, chiusura forzata di quasi tutte le sedi, e l'Eccidio di "Murazzu Ruttu" del 17 giugno 1945. Si giunse allo scontro armato fra Italia e Sicilia, culminato nella battaglia di San Mauro del 29 dicembre 1945. Cui seguì la "concessione" dell'autonomia, malvista dagli indipendentisti ma accettata per evitare altro spargimento di sangue.

La quasi immediata neutralizzazione dell'autonomia con la completa riassimilazione politica e amministrativa (ma non culturale) della Sicilia all'Italia è cronaca attuale.

Ma gli indipendentisti e il MIS non sono scomparsi. E sono proprio i giovani, ancora una volta a Palermo, a gridare con forza l'orgoglio siciliano e a portare avanti la lotta per l'indipendenza.

Così come non è sparita la repressione italiana.

Lasciamo la parola su fatti più recenti ad una nota dei giovani militanti del MIS di Palermo.

«Il MIS (Movimento per l'Indipendenza della Sicilia) riappare alla visione pubblica di Palermo con degli striscioni sui ponti delle rotonde di viale Lazio, di viale Leonardo da Vinci e sul ponte di via Pitrè, nell'atto di commemorare l'atroce strage di via Maqueda del 19 ottobre 1944, avvenuta da parte dell'esercito italiano ai danni dell'inerme e disarmata popolazione palermitana che chiedeva pane e indipendenza.

Ebbene, quegli striscioni sono apparsi la notte del 16 ottobre 2008, per svanire la sera successiva: qualcuno li ha deliberatamente fatti sparire. È fin troppo chiaro che vi sia "qualcuno" cui non sta a genio che il MIS riappaia e che commemori simili fatti di sangue in cui lo Stato italiano appare come il "cattivo" di turno.

Come chiamare questa, se non "repressione"?

Si vieta di fatto, in una situazione che si pretende (ma non è, per nulla) democratica, l'esposizione di idee scomode per qualcuno, negando il diritto sacrosanto all'espressione della propria opinione e dei propri ideali, oltre che di fatti storici ampiamente documentati anche da immagini di cui pare "qualcuno" abbia paura di ricacciare fuori dal polveroso armadio, fatti storici che l'Italia vorrebbe non dover mai più tirar fuori.

Eppure sono fatti avvenuti, fatti che riguardano molto da vicino i rapporti tra la Sicilia e l'Italia, fatti che fanno male e paura.

È soddisfacente sapere che qualcuno teme simili manifestazioni, come quella dell'esposizione di simili striscioni commemorativi.

È soddisfacente perché evidentemente qualcuno teme, ha paura... ma cosa teme, esattamente?

Il MIS non è morto come qualcuno vorrebbe che fosse.

Non è morto e lo dimostrerà»
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Catania, 19 Ottuviru 2008

A cura dell'Ufficio Stampa, Comunicazione e Propaganda del M.I.S.



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