lunedì 17 marzo 2008

Un nuovo impero alle porte?

di Meridio Siculo


Credete che i poteri forti legati alle oligarchie finanziarie anglo-olandesi abbiano mantenuto, dal XVII secolo in poi, lo stesso grado di influenza sulle vicende delle nazioni moderne ?

Ebbene, se pensate questo siete in errore!

Il potere esercitato da quelle lobby è, in realtà, cresciuto in maniera esponenziale, in ragione soprattutto dell’immensa ricchezza derivante dalla truffa del signoraggio bancario e dal controllo monetario, ed ha raggiunto dimensioni globali inimmaginabili.

Fine ultimo di tale sconfinato potere è il dominio mondiale attraverso l’unificazione dei mercati, delle monete, dei sistemi bancari, degli eserciti e di tutte quelle funzioni che sono state sin’ora prerogative degli stati nazionali.

Attraverso un vero e proprio piano strategico politico-finanziario, del quale pochi hanno piena consapevolezza, si vuole arrivare allo svuotamento economico degli stati nazionali e quindi all’indebolimento delle loro sovranità, per riunire tutti sotto un unico dominio, di marca totalitaria e di matrice massonico-bancaria.

Non è un caso, infatti, che la politica monetaria della FED, la banca centrale americana, si sia orientata negli ultimi decenni verso un’espansione smisurata della quantità di moneta stampata e messa in circolazione, o meglio prestata, che, se da un lato ha indotto nel popolo americano l’illusione di poter vivere di rendita grazie anche all’indispensabilità del dollaro in tutte le transazioni internazionali, dall’altro ha provocato un’inflazione terrificante, aggravata dal forte indebolimento del sistema produttivo americano, che rischia di far evaporare il valore della divisa americana e di conseguenza il valore delle enormi riserve che di essa hanno fatto moltissimi paesi del mondo.

Se si considera anche l’enorme quantità di mutui concessi a chi non dava alcuna garanzia, che ha scatenato la famosa crisi “subprime” con l’azzeramento del valore dei titoli correlati, di cui, nel frattempo, si erano riempite le pance le più importanti banche del mondo; se si considera la spaventosa bolla creata dalla finanza speculativa internazionale che non ha più alcun legame coll’economia fisica mondiale e che attende di essere “pagata”; se si considera, infine, l’esplosione del debito pubblico americano e le limitazioni imposte da Maastricht sugli interventi pubblici dei paesi europei, che di fatto impediscono l’attuazione di politiche sociali degne di questo nome e investimenti infrastrutturali necessari al rilancio economico, allora si capisce l’effettiva volontà di chi sta dietro a tutto questo.

Che, poi, l’euro sia nato prima dell’unità politica europea e che il trattato di Maastricht sia servito, in realtà, a mettere il cappio alla già limitata sovranità monetaria dei paesi europei che consentiva ancora, entro certi limiti, la gestione del “debito pubblico”, in funzione delle esigenze nazionali, non fa che confermare le nostre teorie. Con la creazione della BCE le nazioni europee sono state, infatti, messe al muro e costrette a sottostare ad una moneta e ad una banca straniera che può intervenire quando e come vuole sui tassi d’interesse e sulla quantità di moneta emessa, in modo totalmente indipendente dai bisogni delle popolazioni.

E non è nemmeno un caso che la tanto decantata globalizzazione, voluta esclusivamente dalle grandi oligarchie finanziarie, con la caduta di tutte le barriere doganali, abbia consentito ai grandi monopoli ad esse collegati, di fare il bello e il cattivo tempo nei mercati di tutto il mondo, provocando fallimenti e delocalizzazioni di imprese e capitali da occidente verso oriente dove i costi minimi di produzione e le immense masse lavoratrici senza diritti garantiscono elevatissimi profitti.

E non è, infine, un caso che molti dei cosiddetti “paesi poveri”, siano stati volutamente impiccati ai debiti dovuti al FMI e alla Banca Mondiale per poi essere costretti a svendere le loro materie prime ai “compari” dei soliti potentati.

Ebbene, chiudendo il cerchio ci si accorge alla fine che mentre da un lato l’occidente si appresta a trasferire altrove il proprio apparato produttivo e finanziario, dall’altro si prepara nel mondo uno scenario in cui il crollo del dollaro, l’esplosione della bolla speculativa, l’azzeramento dei titoli subprime, l’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio e l’assoggettamento al dispotismo dell’euro potrebbero provocare un tale cataclisma economico da indurci alla resa incondizionata ed alla consegna nelle mani dei poteri globali.

La “globalizzazione”, le “liberalizzazioni” e le “privatizzazioni”, presentate come la panacea per tutti i mali del mondo, si sono rivelate, in realtà, nient’altro che una maschera dietro cui si nasconde una volontà imperiale, risorta dagli abissi del tempo, che punta a travolgere le sovranità garantite dalle costituzioni nazionali per instaurare un sistema unico totalitario in cui chi comanda non è più il popolo, ma una ristretta cerchia di ricchissimi privati, padroni di tutta la moneta, di tutte le materie prime e di tutti i sistemi di produzione e distribuzione.


L’impero contro gli stati nazionali

Tommaso Padoa Schioppa, l’inventore dell’euro, che nel suo ultimo libro “Europa, una pazienza attiva”, non si fa scrupolo di scagliarsi contro quel trattato di Westfalia che nel 1648 pose fine alle guerre di religione europee e gettò le basi del sistema dell’indipendenza e della sovranità nazionale, è uno di quelli che sostengono un tale impero globale.

Egli seguendo l’insegnamento del suo maestro, l’ex consigliere di Tony Blair, George Cooper, oggi direttore generale degli affari esteri e politici per il Consiglio dell’Unione Europea e primo consigliere del responsabile di politica estera dell’UE Javier Solana., ci fa sapere che lo stesso personaggio “ritiene che il 1989 abbia rotto il corso della storia europea (e forse planetaria) assai più profondamente di altri anni simbolo, quali il 1789, il 1815 o il 1919. Il 1989, infatti, non solo pone termine alla guerra fredda; segna anche il collasso finale del sistema che la Pace di Westfalia aveva instaurato nel 1648”.

E Padoa Schioppa ne fa anche cenno, quando scrive: “Che l’identità nazionale sia l’unico valido fondamento di un ordine politico è contraddetto dall’esperienza storica”.

Ma Cooper è ancora più esplicito: “L’impero è storia. Tutto ciò che sappiamo della storia, dall’impero Sumero a quello Babilonese, da quello Egiziano a quello Assiro, e poi la Persia, la Grecia, Roma, Bisanzio, le dinastie cinesi, l’impero carolingio, il Sacro Romano Impero, l’impero Mongolo e quello Asburgico, gli imperi spagnolo, portoghese, britannico, francese, olandese e tedesco, l’impero sovietico, più tanti altri che abbiamo dimenticato, tutto sta a suggerire che la storia del mondo è la storia dell’impero...”.E ancora: “Rispetto all’impero lo stato nazionale è un concetto nuovo. Il piccolo stato cominciò ad emergere nel Rinascimento e la nazione diventò un fattore politico importante solo nel XIX secolo. Da allora lo stato nazionale è stato per lo più confinato ad una ristretta parte del globo. Non è un caso che questa sia stata anche la parte più dinamica. La mancanza dell’impero però non ha precedenti storici. Resta da vedere se può durare. Vi sono ragioni sia teoriche sia pratiche per ritenere che non durerà” perché “un mondo di stati nazionali presenta un problema pratico “.

Ed infine: “La forma di espansione imperiale che consente il massimo allargamento è quella dell’Unione Europea”. Cooper raccomanda che l’EU si evolva in una nuova struttura chiamata “impero cooperativo” sul modello dell’antica Roma. Il 7 aprile 2002 Cooper ripeté gli stessi concetti in un articolo per il grande pubblico, sull’Observer, intitolato “Il nuovo imperialismo liberale”, in cui caldeggiò il ritorno a strutture imperiali e neocoloniali da XIX secolo. Un mese dopo, fu nominato all’alta carica in seno all’UE che attualmente ricopre.

Altra punta di diamante della casta imperialista, di cui abbiamo parlato in altri interventi, è il finanziere Carlo De Benedetti il quale ha ammesso candidamente il prossimo declino del sistema produttivo europeo e ha invitato la popolazione italiana a dedicarsi, in alternativa, ad attività culturali, turistiche e ad abituarsi all’idea di vivere da consumatori e non più come produttori.

Questa, poi, è una dichiarazione di Gianni Agnelli, da un'intervista rilasciata al "Corriere della Sera" il 30 gennaio 1975, che ci dice come il controllo delle nazioni da parte di lobby economiche sovranazionali sia un fatto non solo verosimile ma perfettamente normale:
"Probabilmente dovremo avere dei governi molto forti, che siano in grado di far rispettare i piani cui avranno contribuito altre forze oltre a quelle rappresentate in parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i regimi tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sarà un male."

E questa è una dichiarazione del senatore Cossiga su Draghi, altro uomo di punta dell’oligarchia: "Sembra che Mario Draghi, gia' socio della Goldman & Sachs, nota grande banca d'affari americana, oggi Governatore della Banca d'Italia sia il vero candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di un "Governo istituzionale" - riporta l'Agenzia Agi - E cosi' avra' modo di svendere, come ha gia' fatto quando era Direttore Generale del Tesoro, quel che resta dell'industria pubblica a qualche cliente della sua antica banca d'affari".

Napolitano ultimamente ha parlato di “…impegno per garantire la pace anche al di fuori dei confini della stessa Europa e contribuire alla costruzione di un nuovo ordine mondiale”.

Ed ancora, Henry Kissinger :"Quello che ogni uomo teme è l’ignoto. Quando questo scenario si presenta si rinuncia volentieri ai propri diritti in cambio della garanzia del proprio benessere assicurata dal Governo Mondiale" (Henry Kissinger, Evian, Francia, 1991)

Dal piano del 1773 di Amschel Mayer Rothschild per “dominare le ricchezze, le risorse naturali e la forza lavoro di tutto il mondo”:

«La nostra politica deve essere quella di fomentare le guerre, per sprofondare sempre di più le nazioni nel loro debito, e di dirigere le Conferenze di Pace».

«Noi provocheremo la depressione industriale e il panico finaziario. La disoccupazione e la fame, imposte alle masse, creerà il diritto del capitale di regnare in modo più sicuro».

«Il “regno del terrore” dovrà accompagnare ogni sforzo rivoluzionario, perchè questo è il mezzo più economico per portare la popolazione ad una rapida sottomissione».

«Creeremo monopoli immensi e riserve di tale ricchezza colossale che persino le ricchezze più grandi dei Goym (cristiani) dipenderanno da noi in tale misura che essi raggiungeranno il fondo insieme al credito dei loro Governi, il giorno dopo la GRANDE CATASTROFE POLITICA».

«Spoglieremo i Goym delle loro proprietà terriere e industriali con una combinazione di tasse e concorrenza sleale e li porteremo alla rovina economica nei loro interessi finanziari nazionali e nei loro investimenti».

«Lanceremo una corsa agli armamenti in modo che i Goym si possano distruggere a vicenda, su scala colossale e, alla fine, nel mondo, non rimarranno altro che masse di proletariato con pochi milionari devoti alla nostra causa, con forze militari e di polizia sufficienti a proteggere i nostri interessi».

Da USA Banker's Magazine (Rivista dei banchieri americani), 25 Agosto 1924: “Il capitale deve proteggersi in ogni modo possibile con alleanze e legislazione. I debiti devono essere riscossi, le obbligazioni e i contratti ipotecari devono esser conclusi in anticipo e il più rapidamente possibile. Quando, mediante processi giuridici, le persone comuni perderanno le proprie case, diventeranno sempre più docili e saranno tenute a freno con più facilità attraverso il braccio forte del governo al potere, azionato da una forza centrale di ricchezza sotto il controllo di finanzieri di primo piano.
Questa verità è ben conosciuta tra i nostri uomini di spicco, adesso impegnati nel costituire un imperialismo del Capitale che governi il mondo.
Dividendo gli elettori attraverso il sistema dei partiti politici, possiamo far spendere le loro energie per lottare su questioni insignificanti. Di conseguenza, con un'azione prudente abbiamo la possibilità di assicurarci quello che è stato pianificato così bene e portato a termine con tanto successo...”

Il 17 febbraio del 1950 il banchiere James Warburg, alla Commissione Esteri del Senato americano: "Che vi piaccia o no, avremo un governo mondiale, o col consenso o con la forza".

Per finire, Michel Albert, presidente delle Assurances Générales de France, una delle grandi entità finanziarie che hanno promosso il Mercato Unico Europeo, in un saggio del 1989, "Crisi, disastro, miracolo” fa una prognosi sulla fine degli Stati nazionali che rivela un'analisi sicuramente già elaborata e un progetto di ingegneria sociale: .."L'Europa ‘92 lancia il Mercato Unico all'assalto degli Stati nazionali. Li smantellerà". Come? Con "l'anarchia che risulterà" da "un mercato libero e senza frontiere in una società plurinazionale che non riesce a prendere decisioni comuni". A questo "disastro" pianificato, l'oligarchia spera seguirà il "miracolo": gli Stati nazionali devastati invocheranno "una moneta comune, una Banca centrale europea e un bilancio comunitario".

MERIDIO SICULO - Fine I° parte

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I bambini di Cavour

dell'Abate Vella


«Nè va sottaciuto il fatto che il concetto di koinè si trascina dietro il pregiudizio che il dialetto regionale sia una lingua e non un dialetto. Conseguenza innocua, se dietro al concetto di lingua non stia spesso (o non sia stato) quello di nazione»
Salvatore C. Trovato


Il cavo sottomarino che presto unirà direttamente la Sicilia all'India potrà mai fare sentire ai Siciliani i battiti di una nazione che ha finalmente ritrovato la sua libertà, anche se ancora alle prese con i guasti ereditati dal dominio coloniale?

Thomas Babington Macaulay, primo barone di Macaulay, nacque il 25 ottobre 1800 da una famiglia scozzese emigrata in Inghilterra dalle highlands.

Macaulay fu poeta e storico, dedicandosi e pubblicando libri contenenti ballate ed episodi eroici della storia romana.

Fu anche un politico di un certo spessore e divenne membro del parlamento britannico.

L'apice della sua carriera lo raggiunse però grazie alle cariche che ricoprì nei vari organi preposti al governo coloniale dell'India. Anzi si può senza ombra di dubbio affermare che fu lui il vero conquistatore del subcontinente.

Egli andò in India nel 1834 e secondo i libri di storia patria creò le gloriose basi sulle quali fu costruita l'India coloniale bilingue, convincendo il governatore a soppiantare le lingua ufficiali di allora (arabo e sancritto) con l'inglese nel sistema educativo indiano.

Ecco come perorò la sua causa di fronte al parlamento britannico il 2 febbraio 1835:

“Ho viaggiato attraverso l'India in lungo ed in largo e non ho visto ombra di straccione o di ladro. Ho visto una tale ricchezza in questa nazione, valori morali cosí alti, gente di un tale calibro, che non penso potremo mai conquistarla a meno che non spezziamo la vera e propria spina dorsale di questa nazione che é il suo patrimonio spirituale e culturale, per cui propongo di rimpiazzare il suo antico sistema educativo, la sua cultura. Perché se gli indiani pensano che tutto quello che sia straniero ed inglese é buono e sia migliore del loro, essi perderanno la loro autostima, la loro cultura e diventeranno quello che noi vogliamo che siano, una nazione sottomessa.”

Ancora oggi con il termine “Macaulay children” (I bambini di Macaulay) si indicano quegli indiani che adottano la cultura occidentale come modello o che dimostrano comportamenti influenzati dai colonizzatori.

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domenica 9 marzo 2008

Il nuovo diritto sessuale germanico

di Maurizio Blondet


BERLINO: Una donna ha messo in vendita se stessa in un’asta del sesso online; sei uomini l’hanno «vinta» (probabilmente alzando il prezzo fino all’aggiudicazione) e la donna ha avuto rapporti con questi sei tra aprile e maggio 2007. Di queste persone che ha fatto entrare nel suo corpo, la donna conosce solo il nickname, lo pseudonimo con cui si sono presentati su internet. Poco dopo, la donna si accorge di essere incinta. Adesso vuol sapere chi è colui che l’ha ingravidata: si rivolge al sito sexy perché le comunichi i nomi veri dei sei uomini. il sito si oppone, in nome della privacy; sono le regole del «gioco», dopotutto. Apposte bene in vista sul sito: niente nomi, è la condizione primaria.

Ma la donna si rivolge a un tribunale di Stoccarda: il bambino che nascerà ha diritto di conoscere suo padre. E’ un classico conflitto «giuridico» post-moderno: il «diritto alla privacy» dei maschi coinvolti contro il diritto del bambino. Il tribunale ha deciso che il diritto del bambino viene prima del diritto dell’ingravidatore all’anonimato. Il gestore del sito, magnaccia elettronico, dovrà sputare i nomi dei sei. Ora i sei non più anonimi saranno sottoposti, probabilmente, all’esame del DNA. Una squallida orribile storia post-moderna.

Si ammutolisce, non si sa che dire. Ma forse vi brilla una piccola luce. Dopo tanto sesso artificiale e irresponsabile, si poteva pensare che la donna avrebbe abortito, strappato da sé quel feto estraneo come un callo o una verruca, effetto collaterale sgradito della «libertà». Invece, a quanto pare, ha obbedito ad un impulso naturale, finalmente. Si tiene il bambino. E come naturalmente ogni donna, vuole sapere chi è il padre.

Lo sconosciuto nickname deve diventare una persona, per lei. Magari da odiare e trascinare in giudizio, ma una persona. La donna «non gioca più», adesso. Chissà se ha capito che il sesso preso per gioco o per profitto è un inferno satanico, qualcosa che offende una vita nascente e innocente.
Chissà se è così, o se c’è dietro questa orribile storia un calcolo più sordido, quello di «chiedere i danni».

La scarna notizia Reuters non precisa se il tribunale ha indagato le motivazioni della donna nel suo reclamo. Forse sono quei giudici le figure meno salvabili, nonostante la sentenza «giusta»: impassibili, hanno deciso in un orrore umano - che grida vendetta al cospetto di Dio - come si trattasse di un contratto e un contrasto fra due «libertà» nella sua stipulazione. Impassibili, non hanno condannato l’asta del sesso: è diventato un diritto. Questa impassibilità di pietra è parte del nuovo nascente diritto germanico, come viene promosso dal Ministero della Famiglia.

Riposto qui sotto un articolo segnalato da un lettore, e apparso su Tempi («Perversione pubblica», 30 agosto 2007), perché spiega tutto.

da EFFEDIEFFE.com

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E la bellezza dov'è?

di Antonio Socci

C’è qualcuno – fra i partiti che si azzuffano alle elezioni per poi spartirsi la torta del potere – che metterà al primo punto del suo programma la Bellezza, la difesa della Bellezza, il diritto alla Bellezza in questa Italia che fu (e dolentemente sarebbe ancora) la patria della Bellezza? E c’è qualcuno che se ne ricorderà soprattutto a Roma che è la città della Bellezza? Sicuramente no. Eppure la Bellezza non è un lusso, è il pane dei poveri, la loro unica ricchezza. La Bellezza non è fatta di lustrini e veline, povere ombre effimere di un teatro di cannibali (il volto di Madre Teresa era bellissimo e quello di Karol Wojtyla più bello di qualunque attorucolo hollywoodiano). La Bellezza dà senso alla vita. Ammoniva Dostoevskij nei “Demoni” (che è il suo romanzo più politico, quello dove profetizza l’orrore che l’ideologia provocherà nel Novecento): “Sappiate che l’umanità può fare a meno degli Inglesi, che può fare a meno della Germania, che niente è più facile per lei che fare a meno dei Russi, che per vivere non ha bisogno né di scienza né di pane, ma che soltanto la bellezza le è indispensabile, perché senza bellezza non ci sarà più niente da fare in questo mondo”.

Non c’è nessuno che abbia il senso tragico del momento che viviamo. Nessuno che si alzi di un centimetro sopra gli avvenimenti e ne sappia leggere la logica (suicida), il punto di approdo e di crollo. Non solo nella “classe dirigente” (si fa per dire) italiana. La tecnocrazia europea è assai peggiore. Eppure la gente lo sente, avverte che abbiamo perduto l’essenziale. Vorrei sentir dire a qualcuno le parole di Robert Kennedy: “Il dramma della gioventù americana è che sa tutto eccetto una cosa. E questa cosa è l’essenziale”. Continuerà a ignorarlo e ad affossarsi, la nostra gioventù, se – per esempio – le università saranno sempre nelle mani di minoranze fanatiche che inalberano cartelli dove sta scritto: “Non vogliamo padri” (come è accaduto all’Università di Roma per impedire l’arrivo del Papa).

A volte mi viene in mente un’invettiva dell’autore del “Piccolo principe” che dice brandelli di verità: “Odio la mia epoca con tutte le mie forze. In essa l’uomo muore di sete e non esiste al mondo un problema più grande di questo: dare agli uomini un senso spirituale, un’inquietudine spirituale. Non si può vivere di frigoriferi, di bilanci e di politica. Non si può! Non si può vivere senza poesia, senza colore, senza amore. Lavorando unicamente per acquistare dei beni materiali finiremo con il fabbricarci una vera e propria prigione”.

Un inferno. Popolato di demoni e beni di consumo. Di monnezza e di palline da golf perdute. Di vecchi abbarbicati al potere e di giovani incapaci della più piccola nobiltà d’animo. Di assatanati del sesso. Di incapaci di rispettare i deboli. Di ragazze ridotte a cose da possedere anche a costo di violentarle. Di figli ridotti a prodotti da “fabbricare” a proprio gusto o da scartare ed eliminare se “difettosi”. Di una cultura che esalta solo e sempre la brama di possesso, il potere e il denaro (e soprattutto la loro esibizione), mentre la vita reale della metà delle famiglie italiane sta sprofondando letteralmente nella povertà. E se ne approfitta per produrre parole parole parole…

Giorni fa vedevo un programma d’informazione in tv che da anni fa la stessa puntata: non parla che delle bollette e delle buste paga, della finanziaria e della rata del mutuo. Da mesi e da anni. Oltretutto un parlare del tutto vano perché la gente, sempre più impoverita, non si sente dire la verità, non si sente dire “per colpa di chi”. E ora non riesce più neanche ad acquistare le medicine per curarsi. Nessuno ha il coraggio di dire la verità e nessuno la difende.

Ma mi chiedo se la vita e il destino di un popolo sia tutto e solo lì, nelle bollette. Oltretutto questo popolo non fa più figli, perché fare figli significa essere condannati alla povertà; perciò fra venti anni il popolo italiano sarà vicino all’estinzione. Senza speranza. Dicono certi sondaggi che quello italiano è un popolo triste e senza speranza. Nel dopoguerra eravamo molto più poveri, addirittura fra le macerie, un paese in ginocchio. Ma avevamo una grande risorsa che ha fatto “il miracolo”. Qual era? Cosa abbiamo perduto? Perché nessuno sa dirlo? Beh, lo dirò io: la fede cristriana. Questo abbiamo perso. Cioè l’amore alla vita. “L’umanità è giunta a un punto vergognoso! Non siamo liberi da noi stessi. Io parlo perché tutti capiate che la vita è semplice e che per salvarvi, salvare voi stessi e salvare i vostri figli, la vostra discendenza, il vostro futuro, dovete ritornare al punto dove vi siete persi, dove avete imboccato la via sbagliata! Bisogna tornare al punto di prima, in-quel-punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata”.

E’ il “folle di Dio”, Domenico, nel film “Nostalghia” di Andrej Tarkovskij, che grida queste parole, poco prima di sacrificare se stesso sopra la statua del Marco Aurelio in Campidoglio. Ma in quale punto abbiamo “imboccato la via sbagliata”? A quale crocevia ci siamo smarriti? Sfogliando un libro di antiche icone russe, Alexander, il protagonista del “Sacrificio” (il successivo e ultimo film di Tarkovskij), si dice colpito da quelle splendide tavole per la “saggezza e spiritualità (…) profonda e virginale nello stesso tempo. Incredibile come una preghiera”. Ma aggiunge, con sconcerto: “tutto questo è andato perduto. Non siamo più neppure capaci di pregare”.

Due sequenze con le quali Tarkovskij ci dice che si sono perdute (o abbandonate) al tempo stesso la Bellezza e la Fede. Che poi sono la stessa cosa. Pavel Edvokimov scrive: “Ciò che è bello è la presenza di Dio fra gli uomini”. Un cataclisma si è dunque consumato agli esordi del Novecento. Preparato da qualche secolo. Si è preteso di cancellare – anche al prezzo di stragi e persecuzioni bestiali – la presenza di Dio fra gli uomini.

Così si è cancellato l’uomo. E si è cancellata anche la bellezza. Infatti non c’è più bellezza, neanche nelle chiese. Non c’è più la forma umana. E non c’è più neanche lo stupore per la realtà creata. Un filosofo straordinario come Wittgenstein diceva: “E ora descriverò l’esperienza di meravigliarsi per l’esistenza del mondo, dicendo: è l’esperienza di vedere il mondo come un miracolo”. Non è più così. I “miracoli” sono stati aboliti innanzitutto dai teologi che si scagliano contro i santi e pretendono di legare le mani alla bontà di Dio. Ebbe modo di prevedere questa china quel grande che era Franz Kafka quando notò: “Non ci sono più miracoli, ma solo istruzioni per l’uso”. Ci sono solo norme, regole, vademecum, anche nella Chiesa che pure è il luogo dei miracoli, che pure sarebbe cielo e terra nuova, dove i miracoli veramente accadono. Dice Tarkovskij: “non si è più capaci di ammettere, neppure per ipotesi, il miracolo”. Perduto il significato siamo precipitati tutti – uomini, popoli e cose create - nell’assurdo e quindi anche nel brutto. L’arte si è disumanizzata e ha celebrato la distruzione del “personaggio uomo” e della realtà creata. Sono diventate “opere d’arte” gli orinatoi e la “merda d’artista”. Così “l’abolizione della bellezza è la fine dell’intelligibilità del mondo” (F. Schuon). Ma è anche la fine del mondo.

da “Libero”, 24 febbraio 2008

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Radicali, forza contro la Chiesa e contro il Popolo

Scritto da: Mons. Luigi Negri* il 28-2-2008


Benedetto XVI ha affermato a Verona che in Italia la fede e la cultura del popolo sono state sempre profondamente intrecciate; infatti, la fede cattolica ha generato un tipo di cultura e di socialità con riferimenti fondamentali che hanno resistito per secoli: la centralità della persona, la sacralità della famiglia, la sacralità della generazione, la libertà di coscienza, la libertà di cultura e di educazione.

Per questa sostanziale cultura popolare i cristiani hanno “resistito” in profondità alle varie degenerazioni di tipo totalitarie, all’est come all’ovest. I comunisti che sono stati gli avversari storici dei cattolici hanno certamente ingaggiato, con i cattolici, un confronto duro, una lotta, ma indubbiamente, come ha ricordato recentemente il Card. Bagnasco, alcuni valori delle due “chiese”, per dirla come Gramsci, erano singolarmente prossimi anche nella varietà delle motivazioni e delle giustificazioni.

I radicali no, sono un’altra cosa; non sono una cultura di popolo, sono un movimento borghese, aristocratico culturalmente, economicamente ben dotato, che hanno ingaggiato una lotta ad oltranza per la fine del cattolicesimo, quindi per la fine della cultura popolare in Italia, iniziando e portando a termine quella che il buon Pasolini chiamava una “omologazione del popolo italiano in senso laicista”. Le battaglie che portano il loro nome, come la legge sul divorzio, hanno sottoposto anche dal punto di vista laico la sacralità o la definitività di un rapporto agli istinti, agli umori, alle convenienze, agli interessi e hanno distrutto quella realtà della famiglia che costituisce, oltre che l’ambito generativo, l’ambito di educazione dei bimbi, dei ragazzi, dei giovani. La situazione gravissima in cui versa la maggior parte della gioventù del nostro paese è la consistente prova del disastro della legge sul divorzio.

La legge sull’aborto, oltre ad impedire la nascita di quattro milioni di italiani, ha sostanzialmente fatto diventare la vita un problema tecnico, aprendolo alle più diverse manipolazioni, sottolineando in maniere esclusiva il diritto della donna contro qualsiasi altro diritto, ovviamente quelli di Dio, ma anche quelli della famiglia e della società.

Le battaglie per la liceità della manipolazione della vita, per l’eutanasia e quant’altro cercano di portare a termine questa disintegrazione della cultura cattolica del popolo italiano.

La libertà delle droghe ha teso ad identificare nell’immaginario comune moralità e immoralità.

Per questa grande opera i radicali hanno avuto a disposizione l’enorme strumentazione massmediatica che è servita da cassa di risonanza per questa mentalità che si dice evoluta, ma che sostanzialmente è materialista ed edonista. La sinistra comunista si è accodata quasi sempre a queste battaglie che non nascevano dalla sua identità profonda, ma che assumeva per ragioni di convenienza politica. Le battaglie radicali sono state anche le battaglie dei comunisti, perché i comunisti hanno capito che soltanto così sarebbero arrivati al potere e avrebbero potuto gestire il potere.

Aveva ragione il più acuto studioso di problemi del comunismo e del cattolicesimo in Italia, Augusto Del Noce, che nei suoi due volumi straordinariamente attuali - Il suicidio della rivoluzione e Il Cattolico comunista - diceva che i comunisti per arrivare al potere avrebbero venduto i loro valori fondamentali per trasformarsi in un grande partito radicale di massa.
L’ingresso di rappresentanti del Partito Radicale nelle liste del Partito Democratico compie questa sostanziale identificazione della forza egemone della sinistra con questa mentalità della quale, tutto si può dire, meno che sia una mentalità del popolo e al servizio del popolo.

Le conseguenze di questa mia posizione sono così evidenti che non vale nemmeno la pena di esplicitarle.

*Vescovo di San Marino-Montefeltro

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domenica 17 febbraio 2008

Cattolici "adulti"

Cattolici "adulti", ovvero come in Nord Europa i cattolici si sono bevuti il cervello. O forse vogliono solo spararla più grossa degli anglicani nella rincorsa a cercare di compiacere le élite radicali e nichiliste del vecchio continente. Pochi giorni fa, era toccato nientemeno che all'arcivescovo di Canterbury, capo della chiesa d'Inghilterra (lo stesso che aveva deriso la natività), chiedere di introdurre nell'ordinamento inglese alcuni elementi della sharia, la legge islamica. Oggi i cattolici olandesi propongono di ribattezzare la Quaresima in "Ramadan Cattolico", mentre i vescovi tedeschi aprono a unioni gay e ai preti sposati.


«Ramadan cattolico». L'Olanda ribattezza la Quaresima

L’idea della Chiesa per raccogliere fondi: «Nessuno conosce l’evento cristiano, tutti quello islamico. Così ci faremo capire»

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I vescovi tedeschi aprono a unioni gay e ai preti sposati

La svolta dell’arcivescovo Robert Zollitsch, nuovo presidente della Conferenza Episcopale tedesca: «Il celibato non è un precetto divino»...

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Lampedusa provincia di Bergamo?

Dietro invito di Orazio Vasta (blog a rarika), esprimo anch'io la mia opinione sulla vicenda del referendum proposto dal vicesindaco del comune di Lampedusa per chiedere l'annessione dell'isola alla provincia di Bergamo.

C'è già chi ci vede la mano lunga del regime tosco-padano (leggi post Piatto tipico sul blog Il Consiglio). C'è chi poi, come il vice segretario del FNS, Fabio Cannizzario, rivendica la sicilianità di Lampedusa (leggi comunicato stampa).

Io ritengo che i Lampedusani non siano degli sprovveduti e che siano stufi d'essere trattati come cittadini di serie B dalla Regione. Sinceramente, non credo che ci siano piani della Lega Nord per papparsi un pezzo strategico del territorio siciliano. Né credo che i Lampedusani non si sentano Siciliani. Una cosa è l'identità nazionale, altra cosa è l'amministrazione di un territorio. Anche se tutti noi vorremmo uno Stato Siciliano degno di questo nome, che governi degnamente tutta l'Isola di Trinakria e tutte le sue isole minori, trovandoci ben lungi da questa chimera, i cittadini si arrangiano come possono. Soprattutto se si trovano "lontani" dalla mainland, giusto per utilizzare un linguaggio mutuato dalle molto meglio governate isole britanniche!

Ovviamente posso sbagliarmi, ma mi piace rimanere con i piedi per terra e credere che a Lampedusa la gente sappia quello che fa.

Mi sento semmai di lanciare a mia volta una provocazione ai partiti siciliani per chiedere loro: come mai Lampedusa si ritrova un vicesindaco leghista? Possibile che nell'isola non vi fosse un'offerta elettorale costituita da partiti siciliani alternativi alla Lega Nord e ai partiti colonialisti italiani?

A me pare che se i Lampedusani hanno votato un vicesindaco della Lega Nord bisogna prenderne atto e rispettare la volontà popolare.

Ritengo che i partiti siciliani debbano soltanto trarne una lezione per il futuro.

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I musulmani dei Balcani ci trascineranno in guerra

Stavolta con Belgrado ci sarà Putin. Si rischia lo scontro globale...

di Renato Farina


Venti torbidi da est tornano. Il cuore musulmano dei Balcani, che solo la nostra stupidità ha reso presuntuoso e temerario, batte il tam tam delle armi. I nomi sono familiari, perennemente legati a guerre: Serbia e Kosovo. Già nel 1999 ci coinvolsero nei loro guai. Il governo D'Alema, con la supervisione di un Kossiga più che mai con la kappa di amerikano, senza voto del Parlamento, senza consenso dell'Onu chiamò l'Italia a parteciparvi nelle file della Nato. Era stato Clinton a volere l'intervento. La guerra durò tre mesi, senza truppe di terra: bombardamenti missilistici, duetremila morti. Il Kosovo ora sta per proclamare probabilmente domenica prossima - la sua indipendenza dalla Serbia, che non ne vuole sapere, e si opporrà con ogni mezzo. Si era proposto a Belgrado uno scambio: ingoiate il rospo e noi vi ammettiamo con procedura d'urgenza nell'Europa Unita. Hanno risposto: noi non vendiamo i nostri figli, lì ci sono le nostre radici. E hanno pure ragione. Sarebbe come dare l'indipendenza a Roma perché col tempo la maggioranza degli abitanti è diventata musulmana-marocchina. In Kosovo-Metohija il popolo cristiano-serbo ha cercato di resistere agli ottomani. A Kosovo Polje, nel 1389, fu sconfitto. Così pure il secolo dopo. I serbi venerano quel luogo come la terra dei loro eroi. Ci hanno costruito monasteri. Con il tempo gli albanesi sono diventati maggioranza. Per come si sono messe le cose, ora ci toccherà sostenere l'indipendenza del Kosovo. L'America che ha già strizzato l'occhio ai turchi, ora lo rifà con gli albanesi. Speriamo nella diplomazia, altrimenti non sarà come nel 1999. Non sarà stavolta un conflitto locale. Germania, Francia, Regno Unito e Italia riconosceranno il Kosovo per bloccare le velleità armate della Serbia. Ma se dovessero muoversi i carri armati di Belgrado l'intervento della Nato non sarà automatico. Se accadesse questa volta si allargheranno incendi spaventosi. Infatti la Russia non è più lo Stato affranto e ancora fragile di Eltsin. Ora lo zar Putin è alla te- sta di un Paese tornato ricco, con l'arma dell'energia con cui ricattare l'Europa. Sorveglia, non può permettere che il principio di autodeterminazione etnica, fatto valere dagli albanesi kosovari, contagi Abkhazia, Ossezia, Cecenia. Per far intendere che musica è pronto a suonare ha minacciato l'uso dei missili contro Kiev se l'Ucraina dovesse entrare a far parte della Nato. Non gli dispiace affatto poter allargare la sua sfera di influenza esplicita fino a un passo dal Mediterraneo. I serbi di recente hanno scelto leader sicuramente democratici. Ma per loro farsi tagliar via il Kosovo è impossibile, naziona- listi o no che siano i capi. Certo un Paese che perde una guerra paga pegno, e nel 1999 la sconfitta fu sonora. Ma è anche vero che i patti sono patti, e la perdita della sovranità non era prevista nelle carte. Oltretutto allora i bombardamenti della Nato furono legittimati da rapporti che a distanza di anni appaiono manipolati dalla volontà di intervento. La Serbia allora unita al Montenegro stava davvero praticando pulizia etnica nei confronti degli abitanti della sua provincia meridionale abitata in maggioranza da albanesi? Più probabile che fosse in corso una guerriglia capeggiata proprio da quell'Hashim Thaci propenso a farsi fotografare da sempre con il kalashnikov in mano. A quel tempo tutti accettammo tranquillamente l'idea che Milosevic, il presidente comunista, fosse l'orco. Orco senz'altro: ma forse non quella volta lì e non con gli albanesi. I quali erano e restano egemonizzati da una banda di guerriglieri o terroristi, l'Uck, di stampo marxista-musulmano. Come dire: il peggio del peggio. Non a caso oggi questa regione è la Mecca infame di corrieri di droga e trafficanti di schiavi. Dove lo sport preferito è la caccia al cristiano (serbo) e la trasformazione dei monasteri ortodossi in cloache. Ora in quella terra, sotto l'egi da dell'Onu, ci sono i soldati italiani. Cercano di difendere i pochi serbi che hanno resistito alla vera pulizia etnica scatenatasi dopo la sconfitta militare. Su 2.400.000 abitanti kosovari i serbi sono circa 70-80mila. Càmpano rinchiusi in territori vigilati dai nostri militari. Prima erano mezzo milione, ma sono dovuti scappare. A noi toccherà dar guerra per difendere ancora una base di terrorismo internazionale islamico e mafioso a un passo da casa nostra? Aveva ragione Cossiga, preso in giro da tutti, a prevedere per questi mesi una montagna di problemi.

Libero, 16 febbraio 2008

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Gay scatenati

Dal sito Fattisentire.net abbiamo estratto due articoli che ci informano degli ultimi deliri della lobby degli omossessuali:

1. Inghilterra: vietato dire mamma e papà

2. Roma, a lezione dai gay contro l’omofobia. E i corsi sono obbligatori


Inghilterra: vietato dire mamma e papà

Il ministro inglese per la scuola e per l’infanzia Ed Balls (nomen omen) ha deciso di vietare ai bambini delle elementari l’utilizzo dei termini «mamma» e «papà», i quali sarebbero gravemente offensivi nei confronti degli omosessuali…

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Roma, a lezione dai gay contro l’omofobia. E i corsi sono obbligatori

L’assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Roma ha deciso di mandare studenti, docenti e genitori a lezione di omosessualità. Il progetto coinvolge tre istituti superiori. L’obiettivo è combattere l’omofobia. Si comincia la prossima settimana e durerà fino ad aprile. Ma molte famiglie temono che ai ragazzi, nel delicato periodo dell’adolescenza, siano offerti dei modelli troppo alternativi rispetto a quelli tradizionali. Ed è già polemica.

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Manifestazione per un califfato in Danimarca

Questa è la Danimarca nell'anno del Signore 2008:



Il video è parte di un articolo pubblicato sul SIOE: Hizb-ut-tahrir’s demonstration for a caliphate in Denmark

Leggi anche: Muslims and AFA in a new alliance to destabilise the Danish society

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Piani concreti per uccidere il vignettista danese Kurt Westergaard

Nella mattina del 12 febbraio 2008 la polizia danese ha arrestato tre stranieri musulmani, residenti in Danimarca, che pianificavano di uccidere Kurt Westergaard, un vignettista dipendente del quotidiano danese Jyllands Posten.

Secondo Westergaard, che non teme per la propria vita ma per la libertà di stampa nel suo paese, dopo i disordini scatenati ad arte in seguito alla pubblicazione delle vignette su Maometto, la libertà di parola in Danimarca ha subito un colpo le cui conseguenze vengono nascoste al grande pubblico.

Un esempio della soppressione strisciante della libertà di parola - testimonia Westergaard - è il rifiuto del suo quotidino, il Jyllands Posten, di pubblicare un disegno dello stesso Westergaard che mostrava una donna musulmana ricoperta da vesti nere in cinta di una bomba.

All'inizio vi fu un lungo dibattito interno al giornale, ma alla fine la paura prevalse e si decise di non continuare con la pubblicazione della nuova vignetta.

Kurt Westergaard sa bene di cosa parla. Oggigiorno l'auto-censura è divenuta una pratica necessaria al quieto vivere tra i media danesi.



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Signor Deprez, la Sicilia vale molto di più della Vallonia

Dal sito de L'Altra Sicilia

L'Altra Sicilia chiede le scuse ufficiali per le dichiarazioni anti-siciliane del signor Gérard Deprez, presidente della Commissione libertà civili del Parlamento Europeo.

L’articolo apparso il 4 febbraio scorso sul quotidiano Metro, un giornale distribuito gratuitamente in migliaia di esemplari, riporta in prima pagina un richiamo negativo fatto alla Sicilia dal signor Gérard Deprez, recentemente nominato presidente della commissione libertà civili del PE.

Questo signore, parlando delle potenzialità della sua regione, la Vallonia, auspica che possa diventare come l'Irlanda ma constata che attualmente non vale più della Sicilia, esprimendo di fatto un giudizio negativo sulla Sicilia, cosa che non gli permettiamo nella maniera più assoluta.

A questo signore, L’Altra Sicilia, vuole ricordare le tradizioni millenaria cultura di uno Stato-Regione che pre-esistono alla costituzione dello stesso stato federale belga, Sicilia cioé, uno Stato-Regione che possiede innumerevoli potenzialità che soltanto l'ottusità di uno stato centrale impedisce di esprimere per evitare che possa divenire il vero centro del Mediterraneo, ruolo ricoperto sino all'annessione italica.

No signor Deprez, la Sicilia non è come lei la definisce e cosi' facendo dimostra di non esserci mai stato.

Noi non accettiamo che gente come lei possa parlare per sentito dire attraverso stereotipi negativi che lo Stato italiano ha sempre cercato di rinnovare attraverso stampa e televisioni e cinema, bloccandone in fine, così, sviluppo e progresso.

No, signor Deprez, lei ha offeso tutta una comunità generosa, operosa, integrata suo malgrado ma ancora costreetta alla carta di soggiorno per risiedere in un Paese che ha fatto progredire e che in più si dichiara capitale dei diritti dell'uomo.

Signor Deprez, Sicilia non è quella che tramanda la storia tradizionale, la storia del risorgimento italiano, la storia delle ruberie di Garibaldi e dei Savoia; Sicilia è faro di civiltà nei secoli, Sicilia è stata capitale dell'impero bizantino con Siracusa ai tempi di Costante II, poi capitale del Regno di Sicilia, sede del primo Parlamento conosciuto dalla civiltà occidentale con Federico II, Sicilia è stata la sede della scuola poetica di Federico II, antesignana del volgare e della lingua italiana oggi parlata, Sicilia possiede il 40% dei beni archeologici, non puo' certo paragonarsi neanche lontanamente alla terra di Vallonia, regione artificiale che se riuscisse ad applicare soltanto una parte dello Statuto di autonomia che appartiene alla Sicilia,e che, da sempre negato dall'ostilità ottusa e sotterranea stato centrale, potrebbe divenire, finalmente applicato, una vera e propria Nazione, finalmente sinonimo di benessere e civiltà nel mondo.

Ci dispiace soltanto che né deputati siciliani che siedono nel Parlamento europeo né la stessa Presidenza della Regione Siciliana presente a Bruxelles con uffici e funzionari, non siano intervenuti come lo facciamo noi, dimostrando l'assoluta inutilità della loro presenza.

Noi de L’Altra Sicilia le chiediamo pertanto di pubblicare le scuse ufficiali per aver insultato la Sicilia, scuse che Lei deve obbligatoriamente alla nostra comunità, e la invitiamo ad un pubblico dibattito perchè lei possa capire appieno cos'é la Sicilia ed evitare, in futuro, giudizi negativi che, tra l'altro, non hanno ragione d'essere.

Francesco Paolo Catania Presidente de L'Altra Sicilia


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sabato 16 febbraio 2008

Diventeremo Eurabia? Non è detto. Ecco perché

In tempi nei quali si impedisce al Papa di andare alla Sapienza di Roma per affermare che “la fede non va imposta in modo autoritario” e che l’approccio laico al sapere è il primo valore su cui deve fondarsi l’università (dando così una lezione di autentico liberalismo ai nostri laicisti che ancora si macerano nelle nostalgie per il Sessantotto), diventa utile prendere in mano un libro uscito alcune settimane fa.

di Graziano Girotti


Si tratta de “L’ultima chance dell’Occidente”, scritto da Tony Blankley e pubblicato da Rubbettino, casa editrice sempre in grado di scovare intellettuali che se vivessero nel nostro Paese sarebbero immediatamente emarginati fra le streghe da bruciare non appena aprissero bocca o scrivessero qualcosa. Un altro di questi intellettuali è Guglielmo Piombini, che ha tradotto il volume e ne ha curato la prefazione. Blankley, editorialista del Washington Times, oltre che popolare commentatore politico alla radio e alla televisione, in passato è stato consigliere nonché autore dei discorsi del presidente Ronald Reagan.

Nella sua ultima opera, Blankley ragiona sul possibile scenario che tra qualche decennio vedrebbe l’Europa trasformata in Eurabia. Tre le tendenze che, se non combattute adeguatamente, renderebbero inevitabile questa prospettiva: la massiccia immigrazione musulmana, il tasso di natalità negativo e l’egemonia del multiculturalismo.
I calcoli matematici confermano che se gli attuali trend demografici permangono costanti fino alla fine del secolo, la popolazione europea si ridurrà dagli attuali 700 milioni ad appena 200 milioni di abitanti e i musulmani saranno maggioranza. Nello stesso tempo la popolazione degli Stati Uniti, con un tasso di natalità attualmente vicino al fatidico numero di 2,1 figli per donna, aumenterà fino a raggiungere nel 2050 i 400 milioni di abitanti.

Di fronte a queste cifre, gli osservatori statunitensi si chiedono se una futura Europa a maggioranza musulmana farà ancora parte dell’Occidente, o se si trasformerà in un continente nemico dell’America. A ciò bisogna aggiungere la graduale e strisciante islamizzazione del Vecchio continente, che favorisce la diffusione di sentimenti anti-occidentali tra gli immigrati musulmani di seconda e terza generazione e proprio in quei paesi, come l’Olanda e la Gran Bretagna, che sono andati più avanti nell’applicazione del multiculturalismo.

Secondo un rapporto del ministero degli interni britannico del 2004, il 26 per cento dei musulmani che risiedono nel paese non provano alcun sentimento di lealtà verso l’Inghilterra, il 13 per cento sostengono il terrorismo e l’1 per cento (circa ventimila persone) sono attivamente impegnati nel terrorismo o nelle attività di appoggio. Si potrebbero fare tantissimi altri esempi.
A Londra, una corte penale ha accettato il principio della sharia secondo cui un musulmano non può essere giudicato da un non-musulmano.
In Germania sono sempre più numerose le sentenze della magistratura che, in omaggio alle differenze culturali, derogano alla legge tedesca in materia di famiglia, poligamia, separazione dei sessi, macellazione, preghiere pubbliche.

Blankley si pone l’obiettivo di capire se gli europei abbiano abbracciato in modo definitivo una mentalità materialista, relativista e postcristiana, condannandosi all’estinzione nell’Eurabia, o se invece desiderano ancora trasmettere la propria identità culturale ai propri discendenti perché non diventino stranieri nella propria terra. Secondo l’autore, gli attuali trend culturali, religiosi e demografici europei non continueranno a lungo.
Intanto gli europei stanno cambiando il modo di guardare all’immigrazione islamica, soprattutto dopo gli attentati di Londra e Madrid. La gente comune, a dispetto della propaganda politicamente corretta diffusa dalle élite culturali e politiche, si sta accorgendo che la grande maggioranza degli islamici non cerca affatto l’integrazione, ma persegue un piano a lunga scadenza di dominazione dell’Europa con mezzi diversi dal passato.

In secondo luogo, il contatto con una cultura completamente diversa e fortemente ostile come quella islamica sta facendo riscoprire in molti europei i tanti aspetti positivi e a lungo trascurati della propria fede cristiana. Benedetto XVI sta concentrando gli sforzi maggiori del suo pontificato nell’obiettivo di riaccendere la fiamma della fede cristiana in Europa.
Infine, l’inevitabile crisi fiscale degli stati assistenziali imporrà drastici cambiamenti sociali. Negli ultimi decenni il welfare state ha contribuito fortemente alla denatalità, dando a molte persone l’illusione di poter evitare i sacrifici e i costi legati all’allevamento dei figli senza subire alcuna conseguenza futura, nella certezza che lo Stato le avrebbe mantenute e assistite durante la vecchiaia.

Troppe persone hanno fatto i calcoli in questo modo e di conseguenza non sono mai nate le generazioni incaricate di pagarne il conto. Tra pochi anni infatti cominceranno a ritirarsi dal lavoro i numerosi baby-boomers venuti alla luce nel dopoguerra, proprio quando il numero dei produttori e dei contribuenti si ridurrà drasticamente per effetto del calo demografico. L’inevitabile collasso della sicurezza restituirà però un ruolo fondamentale alle associazioni caritatevoli religiose e innescherà molto probabilmente un nuovo boom delle nascite, perché durante gli austeri tempi di magra i figli torneranno a rappresentare una indispensabile protezione per la tarda età.

Insomma, minacciati dall’aggressione islamica e dalla crisi dello Stato sociale, gli europei torneranno a comportarsi come hanno sempre fatto nelle circostanze difficili, abbandonando gli stili di vita edonistici e riscoprendo la fede e la famiglia. Lo stesso ciclo della secolarizzazione avrebbe già raggiunto il suo culmine in Europa proprio in questi anni con l’arrivo dei protagonisti della contestazione nei posti chiave del potere, che si sono portati dietro egualitarismo, relativismo morale, multiculturalismo, pari opportunità, liberazione sessuale, materialismo e edonismo. Ideali che hanno eroso negli uomini occidentali la volontà di vivere una vita produttiva, di moltiplicarsi e di affermare la propria cultura.

L'Opinione, 22 gennaio 2008

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domenica 10 febbraio 2008

Garibaldi a «Studi cattolici»

Studi cattolici n.563 gennaio 2008

Per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, Studi cattolici ha pubblicato nel n. 560 (ottobre 2007) un articolo di Francesco Mario Agnoli sulle poco gloriose gesta del generale in America Latina. Nel n. 562 (dicembre 2007) Domenico Merlino si era proposto «di comprendere in modo sereno e scientifico» la figura di Garibaldi, chiamando in causa anche la storiografia di Angela Pellicciari che qui replica. Di Angela Pellicciari le Edizioni Ares hanno pubblicato Risorgimento da riscrivere (1998) e I papi e la massoneria (2007).

di Angela Pellicciari


Le «scientifiche» argomentazioni firmate da Domenico Merlino si basano tutte (dico tutte) sulla meccanica trascrizione di brani di autori filorisorgi mentali e filogaribaldini, molto lontani dallo svolgimento dei fatti. I libri che ho scritto si sono imposti all'attenzione del pubblico (nonostante la loro radicale alterità rispetto alla vulgata storiografica dominante) perché basati su un serio sforzo di documentazione sulle fonti dell'epoca e un certosino lavoro di archivio. Da questo lavoro è originato, anche, / panni sporchi dei Mille (Liberilibri 2003). Si tratta della ristampa (da me introdotta e commentata) di alcune fonti liberali di primo piano che raccontano come e da chi è stata concepita e organizzata la spedizione dei Mille, oltre a descrivere le raccapriccianti gesta della dittatura garibaldina in Sicilia. Colgo l'occasione per ripercorrere qui le imprese di Garibaldi. Lo farò a modo mio. schematicamente, ricorrendo a documentazione di prima mano e abbondando (me ne scuserà il lettore) in citazioni.

Il bicentenario della nascita di Garibaldi (sponsorizzalo dalla Presidenza del Consiglio, dal Ministero degli Affari esteri, da quello della Difesa, dalla Provincia di Roma oltre che da un'infinità di «comitati cittadini, provinciali e regionali») si è ripromesso di «promuovere la crescita della morale individuale», partendo dall'assunto che «l'epopea garibaldina può legittimamente configurare un contributo determinante alla unità d'Europa, e alla libertà, nell'eguaglianza dei popoli». Il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, si e associato al coro unanime delle lodi giungendo a prezzo di quali contorsioni viscerali giudichi il lettore visto il peana che gli industriali innalzano sempre alla libera competizione sul libero mercato - ad affermare che «parlar male di Garibaldi è perciò difficile se non impossibile, e mai e poi mai potrebbe accadere quest'anno, bicentenario della nascita dell'eroe» (Luigi Mascilli Migliorini, 17 giugno 2007). I motivi per cui di Garibaldi non si potrebbe parlar male sono essenzialmente tre: è l'eroe dei «due mondi» perché combatte battaglie per liberare i popoli nei due emisferi; organizza e guida la spedizione dei Mille che conquista il più grande regno italiano con un pugno di scamiciati; raggiunta l'unità, novello Cincinnato, si ritira in solitudine e umiltà a Caprera. Analizziamo i tre punti nel dettaglio.

L'«eroe dei due mondi»

Punto primo: il libertador, nel secondo mondo, si guadagna da vivere commerciando in schiavi. Tornato in America dopo la parentesi rovinosa della Repubblica Romana, è arruolalo come capitano della Carmen dall'armatore ligure Pietro Denegri. Garibaldi che, come Cesare, è convinto dell'eccezionalità delle proprie gesta, pubblica Memorie dettagliate in cui descrive con precisione anche i traffici come capitano della Carmen. Sappiamo così che il 10 gennaio 1852 parte dal porto del Callao, in Perù, alla volta della Cina. La nave trasporta guano (un tipo di concime molto pregiato). Dei viaggio Callao-Canton-Lima sappiamo praticamente tutto: giorni di traversata, carichi trasportati. traversie. Manca solo un particolare; non viene specificato con che tipo di merce Garibaldi, dopo aver venduto a condizioni vantaggiose il guano, faccia ritorno in Perù. A questa dimenticanza provvede fortunatamente l'armatore Denegri che, volendo lodare il capitano della Carmen. racconta all'amico di famiglia nonché biografo del generale Augusto Vecchi, il dettaglio mancante: Garibaldi «m'ha sempre portati i cinesi nel numero imbarcato e tutti grassi e in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie». Il libro di Augusto Vecchi La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi (Zanichelli 1882, ristampato nel 1910) subisce una sorte infausta: scompare da praticamente tutte le biblioteche d'Italia. Eppure si tratta di un testo di grande interesse. Vecchi è autore noto nella seconda metà dell'Ottocento, la prefazione di Giosuè Carducci garantisce della qualità dell'opera. Sono riuscita ad acquistare il volume dopo molte ricerche presso una biblioteca antiquaria di Trieste. A buon intenditor poche parole.

La spedizione dei Mille

Punto secondo: l'impresa dei Mille. «Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti): e che da ultimo si decise a partire, quando vide che i siciliani sarebbero partiti senza di lui. Le armi e le munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla»: e scrivere così il 14 ottobre 1860 in una lettera a Pietro Sbarbaro, è lo storico siciliano, massone, segretario della Società Nazionale, Giuseppe La Farina. L'impresa dei Mille è progettala a tavolino per quattro anni da Camillo Benso conte di Cavour e Giuseppe La Farina. La capillare organizzazione della campagna d'Italia inizia subito dopo il Congresso di Parigi (1856): lì la questione italiana è messa all'ordine del giorno dell'agenda iniernazionale. Gli abitanti dell'Italia centrale e meridionale, così affermano Clarendon e Cavour. «gemono» sotto il malgoverno pontificio e borbonico. Ottenuta la copertura internazionale, il Regno di Sardegna si prepara, in gran segreto, a «liberarli».

Nel 1862 così scrive La Farina sull’Espero: «Per quattro anni vidi quasi tutte le mattine il conte di Cavour, senza che alcuno dei suoi amici intimi lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scala segreta, ch'era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo potesse conoscere! E in uno di questi notturni abboccamenti, nel 1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Garibaldi, venuto clandestinamente da Caprera». Cavour, racconta La Farina, gli aveva detto: «Venga da me quando vuole, ma pria di giorno, e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse sorridendo) lo rinnegherò come Pietro e dirò; non lo conosco». Lo sbarco in Sicilia riesce anche perché Cavour manda l'ammiraglio Persano a corrompere l'ufficialità borbonica. Scrive Persano nel Diario politico militare: «La casa De La Rue di Genova [banchieri amici di Cavour] aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, un eredito illimitato a mia disposizione». Grazie a questo «credito illimitato» Persano può comunicare a Cavour il felice esito di una corruzione condona a livello capillare: «L'ufficialità l'abbiamo quasi tutta, pochissime essendo le eccezioni [...]. Noi continuiamo, con la massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane». Tutto va a gonfie vele, assicura Persano. Solo un neo turba la mirabile organizzazione dell'invasione dell'Italia meridionale: «Osservo che converrebbe tener gli occhi aperti sulle spedizioni degli individui che da noi si fanno per qui, e di veder modo di ritenere molta gentaglia che muove per queste contrade a nessun altro scopo, se non per quello di pescar nel torbido». Che i Mille non fossero idealisti disinteressati lo conferma lo stesso Garibaldi che così li descrive: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».

A cose fatte, a invasione avvenuta, La Farina indirizza a Cavour dispacci quotidiani e cosi descrive l'ordine che regna in Sicilia sotto la dittatura garibaldina: «lo non debbo a lei celare che nell'interno dell'isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose [..,] l'altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si da loro 3 tari al giorno […]. Si da commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne fa domanda; così che esistono gran numero di battaglioni, che hanno banda musicale e officiali al completo e quaranta o cinquanta soldati! [...]. Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza ne anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni». Il 19 luglio 1860 il segretario della Società Nazionale cosi scrive a Giuseppe Clementi: «I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali». Conferma indiretta della barbarie che regna in Sicilia all'epoca della spedizione è offerta dalla letteratura siciliana. La grande letteratura italiana meridionale. Pirandello - discendente da una famiglia di rivoluzionari liberali - descrive nella novella L'altro figlio (poi trasporta sul grande schermo dai fratelli Taviani nel film Caos) le drammatiche conseguenze della liberazione dei detenuti comuni.

Nella dorata Caprera

Punto terzo: Garibaldi Cincinnato. A unità d'Italia realizzata Garibaldi non serve più. Il governo italiano, che gli è grato, nel 1874 propone di remunerare il generale «col dono d'un milione, e con la giunta d'una rendita vitalizia di 50.000 lire». Garibaldi rifiuta e cosi scrive al ministro Mancini il 10 dicembre 1874: «Avrei accettato il dono nazionale, qualunque sia, se non vi fosse di mezzo un Governo, che io tengo colpevole delle miserie del Paese, e con cui non voglio essere complice». Le 50.000 lire diventano 100.000, ma Garibaldi insiste nel rifiuto e così scrive al figlio Menotti il 31 dicembre 1874: «Le cento mila lire pesandomi sulle spalle come la Camicia di Nesso, ho incaricato Riboli di pubblicare la mia ultima lettera di non accettazione. Differendo io, ne avrei perduto il sonno, avrei sentito il freddo delle manette, le mani calde di sangue». Sta di fatto, commenta la Civiltà Cattolica che descrive l'episodio in Cronaca Contemporanea, che «Passarono men che sei mesi, e tutte queste belle cose andarono in fumo. L'eroe accettò e indossò la Camicia di Nesso», A quanto corrispondono 100.000 lire? Basti ricordare l'allegro motivetto di epoca fascista «se potessi avere mille lire al mese», tenendo conto che, dopo la prima guerra mondiale, una fortissima svalutazione riduce a nulla il potere di acquisto della lira. Scrive Francesco Merlo in chiusura di un lungo articolo comparso su Repubblica il 22 giugno: «Non si sta celebrando Garibaldi. Si sta riempiendo un vuoto». È vero: tanto rumore per dimenticare il dramma vissuto dall'Italia durante la sua supposta liberazione morale, politica ed economica. Tanto rumore per occultare un fatto: l'Italia, dopo due millenni da faro di civiltà, col Risorgimento si trasforma in un Paese di emigranti. Per chi ha a cuore la verità e, con essa, le sorti della nazione, converrebbe tener conto della realtà storica: l'Italia cattolica è sempre stata un Paese unico. Il Bel Paese per antonomasia. L'Italia anticattolica che i liberali hanno voluto edificare, viceversa, è divenuta l'Italietta, un Paese da nulla. L'8 dicembre 1892 così ammonisce Leone XIII nella lettera Custodi: «Ispiratrice e gelosa custode delle italiche grandezze fu sempre l'Apostolica Sede. Siate dunque italiani e cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo e al Vicario suo, persuasi che un'Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all'ordinamento divino, e quindi condannata a perire». A più di un secolo di distanza il cardinal Caffarra, rivolgendosi ai bolognesi, sembra riprendere gli stessi concetti: «Sradicarsi dalla nostra tradizione progettando una sorta di "patto di convivenza" da sottoscrivere dimenticando o mettendo fra parentesi tutto ciò che definisce la nostra vita e la nostra persona così come la vita e la storia della nostra città, significa metterci su una strada che porta alla totale disgregazione». La speranza - prosegue il cardinale - è diventata fragile: «La speranza nel cuore de! singolo e nel cuore di un popolo si riduce e perfino si inaridisce, se il singolo e la città ha la sensazione come di dover ripartire dai nulla. Nel nulla si può solo cadere; ma dal nulla non si ha alcun appoggio per risalire». Se smettessimo di coprire il vuoto e riconoscessimo lo straordinario ruolo svolto dalla Chiesa cattolica nella storia d'Italia? E ammettessimo che i liberali, durante il Risorgimento, sono caduti in un errore drammatico'? E ci riappropriassimo con giusto orgoglio del millennio e mezzo di Italia cattolica?

Leggi anche:

Parlar male& bene di Garibaldi di Domenico Morlino, Studi Cattolici n.562 dicembre 2007

Garibaldi a servizio di sua maestà di Francesco Maria Agnoli, Studi Cattolici n.560 ottobre 2007

Giuseppe Garibaldi? Era l'eroe dei tre mondi di Diego Gabutti, Il Giornale di mercoledì 17 ottobre 2001


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Intellighenzia laica?

Dal blog Piergiobbe, "Ma sono andati in tilt?", 4 febbraio 2008


Dopo l'autogol dei 67 censori della Sapienza, l'intellighenzia di sinistra compie un altro clamoroso passo falso sostenendo con alcune delle sue punte di diamante, quali l'ormai mitologico prof. Vattimo, il boicottaggio della Fiera del libro di Torino. Il motivo? Il paese ospite d'onore sarà Israele, proprio nel 60° anniversario della sua fondazione.

Parte immediata la prima ossessione, frequente tra i sinistri, quella della par condicio: se c'è Israele ospite d'onore, allora, come minimo, deve essere onorata anche la Palestina. Perché? ci si sforza invano di capirlo, ci si chiede invano perché tali e tante intelligenze non propongano il boicottaggio delle Olimpiadi, ci si domanda, sempre invano, cosa c'entri una manifestazione libraria italiana con il conflitto arabo-israeliano. Ma è tutto inutile, il corto circuito dei falsi democratici sembra irreversibile e non c'è verso di farli ragionare...

C'è solo un aspetto positivo: quest'anno andare a visitare quel baraccone infernale della Fiera di Torino avrà finalmente un senso.

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Il nuovo puritanesimo

La sala operatoria invece della camera da letto. Quarant’anni dopo “la rivoluzione sessuale”, l’incontro tra i due sessi è minacciato da nuove e potenti forze. Allora chi si richiamava al progresso, e alle nuove scienze, si sforzava di liberare l’incontro tra uomo e donna dai numerosi vincoli che lo frenavano e regolavano. Oggi tecnoscienziati di grido, e governanti politicamente corretti lavorano per rendere inutile, e neppure nominabile, l’incontro tra il maschio e la femmina dell’uomo.

di Claudio Risé

In questo neopuritanesimo la Chiesa è dall’altra parte. Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica, la “Deus caritas est” ha esaltato l’atto d’amore tra uomo e donna come un gesto di forte contenuto religioso, e la radio vaticana è in prima fila nella preoccupazione per la nuova sessuofobia tecnoscientifica.

Quarant’anni fa, la ricerca del piacere nella relazione era accompagnata dalla psicoanalisi: la forza del “godimento” lacaniano, del “desiderio” del filosofo Gilles Déleuze, della “totalità” che Jung vede rappresentata, appunto, dall’unione tra maschile e femminile. Oggi, in prima fila nel sogno di una riproduzione asessuata ci sono invece i tecnici della genetica, che propongono la sostituzione degli scenari ospedalieri dei prelievi e delle sale operatorie a quelli carichi di affettività delle camere da letto. Un tecnico in camice, con contorno di macchine, invece di un maschio, nudo.

Sarà davvero un affare per le donne? C’è da dubitarne. Di sicuro costerà di più, anche se pure molti uomini (e donne), comportavano prezzi da pagare. L’amore non si è sempre rivelato gratuito, ma almeno si poteva pensare che lo fosse, e comunque i variegati luoghi dell’intimità erano probabilmente più interessanti, ed emozionanti, di quelli precostituiti dalla burocrazia ospedaliera.

Nei nuovi scenari che si annunciano però (e l’insistenza fa pensare che non siano solo provocazioni mediatiche), un fenomeno appare con chiarezza: la cacciata dell’uomo dal ciclo riproduttivo. Era già stata annunciata dalle legislazioni abortiste, che gli toglievano quasi sempre (con particolare durezza in Italia), ogni diritto di parola sulla decisione della compagna di abortire il bimbo concepito con il suo seme. Con alcune conseguenze: l’esperienza psicoterapeutica dimostra che la disponibilità, ma anche la capacità, dell’uomo a generare, è direttamente legata alla sua sicurezza che il figlio faccia parte di un progetto condiviso dalla donna, e che la vita del piccolo non venga messa a rischio da ripensamenti successivi.

Certo, ci sono anche sempre stati, e ancora ci saranno, maschi irresponsabili, superficiali, o nevrotici, incapaci di assumersi la responsabilità riproduttiva. Nella sua maturità e integrità psichica e affettiva però, l’uomo si sente profondamente coinvolto nella riproduzione, e vive il suo fallimento (aborto compreso, perfino quando lui è consenziente), come una profonda ferita, ed un fallimento personale.

Come potrà vivere, l’uomo maschio, la sua eventuale espulsione dal processo riproduttivo? E come vive, già oggi, questi primi annunci del suo possibile destino di emarginazione? Sicuramente con tristezza, e rabbia. Se non servi a far continuare la vita, a livello profondo ti percepisci come inutile. Soprattutto se il tuo corpo, e la tua psiche, sono stati invece programmati per quello.
Nessuno protesti più, o si stupisca, per le depressioni dei maschi, o i loro incomprensibili scoppi di violenza. Sono i primi effetti dei tecnoscienziati onnipotenti, o dei politici che cancellano con un tratto di penna il non più nominabile nome del padre.

Il Mattino di Napoli, 4 febbraio 2008

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sabato 9 febbraio 2008

La Chiesa inglese apre alla Sharia ma è subito polemica

di Dimitri Buffa


L'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ritiene che sia ormai “inevitabile” introdurre nel sistema giuridico britannico alcuni aspetti della Sharia, la legge islamica. Non ha precisato esattamente quali ma ha fatto allusioni al matrimonio, al divorzio e al diritto di famiglia.

Il suo giudizio peserà ora come un macigno in un dibattito più che all’ordine del giorno in Gran Bretagna, dove i musulmani sono circa due milioni.

Ma anche nel resto d’Europa dove da anni ferve la polemica sulla tolleranza religiosa e sul dialogo tra le diverse fedi monoteistiche.

La massima autorità spirituale della Chiesa Anglicana, di cui è notoriamente a capo la stessa regina Elisabetta II, ha sottolineato che le leggi britanniche hanno già da tempo recepito istanze di altre confessioni ed è quindi opportuno “un adeguamento costruttivo” della sharia in materie come il diritto di famiglia e come la cosiddetta finanza islamica.

“Alcuni aspetti della Sharia sono riconosciuti nella nostra società e nelle nostre leggi – ha dichiarato Williams alla Bbc - quindi non stiamo parlando di una cosa aliena né di un sistema antagonista”.

L’arcivescovo ha comunque ribadito che “nessuna persona assennata può pensare che in Gran Bretagna si possa permettere quel genere di disumanità, spesso associato con l'applicazione della legge islamica in alcuni paesi musulmani, come la pena capitale e l'atteggiamento discriminatorio verso le donne”.

In sostanza per Williams, “recepire la Sharia non deve significare in alcun modo prevaricare i diritti garantiti a tutti i cittadini”.

Inutile dire che nell'opinione pubblica britannica questo tema tocca un nervo scoperto, soprattutto dopo gli attentati suicidi del 7 luglio 2005 a Londra.

Nei giorni scorsi il vescovo anglicano di Rochester, Michael Nazir-Ali, di origine araba, denunciò alla polizia di avere ricevuto minacce di morte per un articolo a sua firma, in cui affermava che gli integralisti islamici hanno trasformato alcune aree del paese in zone interdette ai non musulmani.
Il termine inglese usato era stato questo: “no go areas”.

Naturalmente l’esternazione dell’ “arcibishop” al famoso programma “BBC’s world” non ha lasciato silenti altri leader religiosi e poltici. E lo scetticismo è la cifra che sembra prevalere nei loro commenti.

Con l’unica eccezione di Mohammed Shafiq, un arabo di religione islamica considerato tra i più noti pensatori della Fondazione (definita sul “Telegraph” come “un think tank”) di Tariq Ramadan. Il quale ha dichiarato ai giornalisti che “le posizioni dell’arcivescovo di Canterbury dimostrano che la shar’ia è un tipo di giurisdizione che nelle materie regolate dal diritto civile funziona benissimo, e questo è stato già visto all’interno di molti paesi occidentali”.

Di segno del tutto opposto invece il pensiero e le parole di Stephen Green, direttore nazionale di Christian Voice, un network che conta molte radio e anche un quotidiano e un sito internet in Inghilterra: “Questo è un paese cristiano che ha leggi cristiane, se i musulmani desiderano vivere sotto la giurisdizione shar’iatica non hanno da fare che emigrare in tutti quei paesi dove la shar’ia è tuttora legge vigente”.

E poi ha precisato: “Qualunque accomodamento con la shar’ia è fuori dalla realtà, e non aiuta affato la coesione sociale. Nel tempo la legge cristiana è stata erosa dal secolarismo, ma questo paese resta fondato su valori cristiani”.

Neanche Gordon Brown, almeno a quento riferiscono le indiscrezioni dei giornali inglesi come il “Daily telegraph” e “The times”, avrebbe preso tanto bene l’estemporanea uscita del suo “arcibishop”.

Ai media il suo portavoce ha detto seccamente che “benché alcune concessioni nella legislazione britannica siano state fatte per le esigenze dei mussulmani (recentemente la “social security” ha dato parere favorevole al pagamento degli assegni familiari per tutte e quattro le mogli dei poligami britannici di fede islamica, ndr) la sharia non può diventare una giustificazione per agire contro le leggi dello stato britannico”.

Anche in Inghilterra non mancano infatti episodi tragici di cronaca nera, paragonabili a quello accaduto in Italia a Berscia (dove si sta celebrando il relativo processo) con la povera Hina Salem, massacrata dal padre perché non si atteneva ai costumi patriarcali islamici.

E anche in Inghilterra esistono musulmani moderati che vorrebbero integrarsi perfettamente con le leggi vigenti nel regno di Her Majesty.

Persone che considerano l’ideologia di Tariq Ramadan, in qualche maniera avallata dall’arcivescovo di Canterbury, come qualcosa di pericoloso e da combattere.

Cauto anche il commento, raccolto dal “Times”, del rabbino Danny Rich, capo esecutivo del giudaismo liberale inglese: “sono rimasto sorpreso delle parole dell’Arcivescovo, qui la comunità ebraica ha imparato il valore dell’integrazione con lo stato anche se, laddove la legge lo permette, apprezza di potere regolare alcune materie secondo le leggi delle autorità rabbiniche, da noi comunque la legge dello stato inglese prevale sempre su quella religiosa”.


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