venerdì 12 dicembre 2008

«Ed ora, il Governo mondiale»

Ricevo da un affezionato lettore un interessante articolo di Maurizio Blondet che accende i riflettori su un'altro interessante articolo apparso sul Financial Times a proposito di Governo mondiale.

I nostri amici del FT colpiscono ancora, e ci mandano a dire qual è il punto di visto della Massoneria sulla politica mondiale. In breve: noi frammassoni abbiamo provocato la crisi finanziaria per vedere fino a che punto vi tenevamo in pugno, l'esperimento è riuscito benissimo, vi abbiamo fatto impoverire al punto da terrorizzarvi (proprio come fanno i mafiosi), adesso che vi abbiamo fatto pagare il pizzo abbiamo deciso di allentare la cinghia per darvi una piccola boccata d'ossigeno (vedi il prezzo del petrolio sceso di quasi 100 dollari al barile), ma in cambio voi popoli del pianeta vi sottomettete tutti, cancellate le vostre inutili identità nazionali e vi rendete tutti nostri schiavi!... Altrimenti per voi saranno guai!... L'avvertimento in perfetto stile mafioso è stato lanciato. Tutto il mondo è avvertito. In pratica la Massoneria si sta sfregando le mani, cominciando finalmente a pregustarsi i risultati di due secoli di rivoluzioni, guerre, annichilimento dei popoli, scristianizzazione dell'Europa, liberalismi, fascismi, comunismi, nazismi, leghismi, eccetera. Mai come oggi erano riusciti a tenere così in pugno l'Occidente e il mondo intero.

Trovo particolarmente interessante l'elogio fatto dal Financial Times a Barack Obama. D'altro canto qui si gioca in casa: Obama ha designato ben due pezzi grossi della Federal Reserve (alias massoneria finanziaria americana) nella sua squadra di governo: Timothy Geithner al Tesoro e Paul Volcker come consigliere finanziario. Il Financial Times ancora una volta ci crede tutti fessi.

A seguire l'articolo in questione.



«Ed ora, il Governo mondiale»

E' il titolo apparso sul Financial Times, il massimo organo dell'establishment finanziario della City ed è firmato dal Gideon Rachman, uno dei suoi maggiori columnist (1).

Ovviamente, il Financial Times e i suoi padroni vedono nella devastante crisi finanziaria una opportunità storica.

«E' sempre più chiaro che i più difficili problemi che hanno di fronte i Governi nazionali sono di natura sovrannazionale», scrive Gideon: «il riscaldamento globale (sic), la crisi finanziaria globale e la guerra globale al terrorismo».

Noi mondialisti, continua, pensavamo che l'instaurazione del Governo mondiale avrebbe richiesto due secoli. «Ma il mutamento di atmosfera politica segnala che possiamo arrivarci molto prima. La crisi finanziaria e quella climatica spingono i Governi nazionali verso soluzioni globali, anche in Paesi come la Cina e gli USA, tradizionali guardiani della sovranità nazionale».

Tutte le speranze del mondialista sono poste, occorre dirlo?, in Barak Obama: «Obama non condivide l'avversione dlel'amministrazione Bush per i trattati e gli accordi internazionali. Nel suo libro "The Audacity of Hope", Obama scrive: 'Quando la sola superpotenza mondiale auto-limita volontariamente il suo potere, e accetta a standard di condotta contrattati a livello internazionale, manda il messaggio: vale la pena di stare alle regole'. L'importanza che Obama assegna all'ONU è dimostrata dal fatto che egli ha scelto Susan Rice, una delle persone a lui più vicine, come ambasciatore dell'America alle Nazioni Unite, e non solo: le ha assegnato un posto nel Governo».

Infatti è la prima volta che l'ambasciatore USA all'ONU ha il livello di ministro.

Un segno delle idee che circolano nella cerchia più vicina ad Obama è un recente rapporto del Managing Global Insecurity Project (MGI), un ente in cui figura John Podesta, l'uomo che Obama ha scelto per guidare il «transition team», e Strobe Talbott, il presidente della Brookings Institution, di cui fa parte anche Susan Rice.

«Il rapporto del MGI sostiene la necessità di creare un alto commissariato dell'ONU per l'anti-terrorismo, un accordo sul cambiamento climatico negoziato sotto gli auspici dell'ONU e legalmente obbligatorio, nonchè la creazione di una "forza di pace" a disposizione dell'ONU forte di 50 mila uomini. I Paesi dovrebbero conferire la loro parte di truppe a questa armata, ma l'ONU ne avrebbe il comando diretto».

Gideon Rachman ammette: «Questo è un genere di idee che nel vecchio cuore dell'America, fa sì che gli ascoltatori dei radio-talk mettano mano ai loro mitragliatori. Ben conscio della delicatezza politica di tali idee, il rapporto MGI adotta un linguaggio edulcorante. Mette l'accento sulla necessità della leadership americana; usa il termine "sovranità responsabile" quando fa appello alla cooperazione internazionale, evitando la frase più radicale che si usa in Europa, "sovranità condivisa". E parla di "global governance" al posto di governo mondiale».

Infatti è l'Unione Europea che Rachman ha in mente come modello del futuro Governo mondiale.

«L'Unione Europea è già riuscita a mettere insieme un Governo continentale per 27 Paesi».

Il vero governo mondiale non è solo «cooperazione fra nazioni»; deve essere una entità con «caratteri di Stato, sostenuti da un corpo di leggi». E «la UE ha una corte suprema, una moneta, migliaia di pagine di leggi,una vasta burocrazia e la capacità di dispiegare forze armate. Non c'è ragione di ritenere che il modello europeo non possa «diventare globale».

D'accordo, ammette Rachman, l'idea è impopolare in USA e altrove. E che cosa importa?

«Anche nella UE l'idea rimane impopolare. La UE ha sofferto una serie di umilianti sconfitte nei referendum, tutte le volte che i piani per una unione più stretta sono stati sottoposti ai votanti». Ma il progetto eurocratico «procede veloce quando accordi di grande conseguenza sono conclusi tra i tecnocrati e i politici, e poi imposti senza fare appello diretto ai cittadini.

La "governance internazionale" tende ad essere efficiente solo quando è anti-democratica», perchè - spiega - «l'identità politica del cittadino medio resta testardamente locale».

L'ostacolo potrà essere superato facilmente, perchè Obama «e la sua cerchia» possono far conto su personalità parimenti «illuminate» dall'altra parte dell'Atlantico. Fra cui Rachman cita l'ebreo Jacques Attali, «consigliere del presidente Sarkozy», il quale sta dalla nostra parte. Attali infatti dice che «la frase 'global governance' è solo un eufemismo per 'governo globale'. E il motivo della crisi finanziaria internazionale è che abbiamo mercati finanziari globali, e manchiamo di un corpo giuridico globale».

E' dunque il vecchio progetto delle oligarchie transnazionali che torna, dietro Obama, dettandogli l'agenda. Chiusa la parentesi del potere neocon, che ha «disturbato» e deviato il progetto di Governo mondiale col suo unilateralismo talmudico, tornano in campo i pensatori della «interdipendenza», i Kissinger e i Brzezinski; tornano in attività i «laboratori culturali» del «progressismo globale», come appunto la Brooking Institution. E se Brzezinski e Kissinger sono alquanto vecchi, hanno però i loro allievi già piazzati al comando: Susan Rice, John Podesta, Strobe Talbott.

E' un progetto antico. Il 6 giugno 1991, nell'aprire l'annuale riunione del gruppo Bilderberg (quell'anno era a Sand in Germania), David Rockefeller si congratulò con i direttori di giornali presenti (c'era come sempre Arrigo Levi, direttore di La Stampa): «Ringraziamo i principali media e grandi giornali», disse il miliardario, «i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni rispettando per più di quarant'anni il loro impegno di discrezione. Ci sarebbe stato impossibile sviluppare il nostro progetto sotto i riflettori. Ma oggi il mondo è più maturo e disposto a procedere verso un Governo mondiale... La sovranità sovrannazionale di una élite di banchieri mondiali è preferibile all'autodeterminazione che si praticava nei secoli passati».

Da «più di quarant'anni» i media ufficiosi avevano retto il bordone ai miliardari riuniti in segreto; oggi, possiamo dire, lo fanno da sessanta.

Anche i metodi per rendere superata l'«autoderminazione», ossia la democrazia politica, sono stati messi a punto da molto, molto tempo.

Era il primo settembre 1967 quando uno degli «illuminati» del Council on Foreign Relations, Daniel Boorstein, spiega su Fortune che la democrazia politica doveva essere cambiata in una «democrazia dei consumi».

«Una comunità di consumi è fatta di gente che sente di avere comuni interessi e comuni preoccupazioni che vengono dal consumare lo stesso genere di oggetti (...)», scriveva.

Il vantaggio rispetto alla democrazia, per le élite transnazionali, era parimenti spiegato: «La comunità di consumi è non-ideologica. Per fare parte della comunità di consumi non è richiesta alcuna professione di fede, nessun credo od ortodossia... La comunità dei consumi è democratica. E' la grande democrazia americana del denaro», spiegava senza ridere Boorstein, «che esaspera tanto gli aristocratici dei vecchi mondi. Le comunità dei consumi accettano volentieri gente di qualunque razza, provenienza, occupazione e livello di reddito, solo che possa pagarsene l'accesso».

E, accennando alla rivoluzione studentesca americana, che avrebbe contagiato la gioventù europea nel '68: «La lotta per i 'diritti civili' in USA è stata in gran parte una lotta per il diritto a consumare, per allargare e completare la democrazia del consumo» (2).

Proprio questo fu il senso e l'esito del Sessantotto: una rivoluzione «culturale» (volta non a prendere il potere, ma a cambiare la cultura corrente, la mentalità) in senso libertario-trasgressivo; la nuova mentalità, una volta instaurata, segna il trionfo di quel che Augusto Del Noce chiamò «lo spirito borghese allo stato puro», ossia la voglia di possesso e godimento privato «purificata» da ogni scrupolo religioso o morale.

Fu un movimento «spontaneo» molto ben guidato da chi sa creare gli ètats d'esprit adeguati.

Il 20 marzo 1969 il dottor Richard Day, già direttore della Planned Parenthood Federation of America (l'organizzazione finanziata dai Rockefeller per diffondere i contraccettivi, sotto la dizione edulcorante di «pianificazione familiare») lo spiegò molto chiaramente ad un congresso di medicina, dopo aver chiesto ai presenti di chiudere i registratori e smettere di prendere nota.

Uno dei medici, dottor Lawrence Dunegan, prese tuttavia degli appunti di nascosto; si segnò le frasi salienti, e tornato a casa cercò di ricordare il contesto in cui erano pronunciate (3).

Il dottor Day annunciava all'assemblea stranita che il nuovo ordine mondiale era in marcia: «Progettiamo di cominciare il 21mo secolo con un sparo d'inizio; ogni cosa è al suo posto ormai e nessuno può più fermarci», disse.

Poichè il congresso medico era dedicato alla cosiddetta pianificazione familiare, il dottor Day cominciò ovviamente ad illustrare quella parte del progetto.

La prima necessità, disse, è il «controllo della popolazione». A questo scopo, il sesso andrà separato dalla riproduzione: l'urgenza sessuale è troppo forte perchè la gente vi rinunci. Avremo sesso senza riproduzione, e riproduzione senza sesso. Il trucco consiste non nell'attenuare la pulsione sessuale, ma nell'esaltare la pratica della sessualità non-riproduttiva. La contraccezione dovrà essere universalmente disponibile a tutti. Presto, profetizzò il dottor Day, essa non sarà fornita dalle farmacie, dove il richiedente può essere imbarazzato a chiedere; sarà esposta all'aperto, in distributori automatici.

L'educazione sessuale sarà educazione alla contraccezione. L'istruzione diverrà un mezzo per accelerare l'instaurarsi della pubertà.

Le parole usate dal dottor Day furono: «Possiamo spingere l'evoluzione ad essere più veloce e nella direzione che vogliamo».

E non basta: «L'aborto non sarà più un delitto. L'aborto sarà accettato come normale», disse Day. Lo disse nel 1969, quattro anni prima che la celebre sentenza della Corte suprema (Roe vs Wade) aprisse la strada alla legalizzazione, prima in USA e poi in Europa.

Ancora: «Sarà permesso essere omosessuali», profetizzò Day.

Una semplice «pillola dell'addio» (demise pill) consentirà l'eliminazione degli anziani, una volta divenuti non-produttivi. Papà e mamma la assumeranno spontaneamente, si spinse a prevedere, dopo una festicciola d'addio coi figli.

Del resto, «appariranno nuove malattie, difficili da diagnosticare e da trattare»...

Nel 1969, questi propositi apparvero assurdi. L'opinione pubblica si sarebbe opposta, si sarebbero opposte le famiglie.

Day sorrise a tanta ingenuità: «Oh, la gente dovrà abituarsi all'idea del cambiamento. Sarà così abituata al cambiamento, che si aspetterà cambiamento. Nulla sarà permanente».

Il metodo per cambiare leggi e costumi è già in opera, aggiunse: «Ogni cosa (che noi proponiamo) ha due scopi. Uno è lo scopo palese, che la farà accettabile alla gente; il secondo è lo scopo reale, quello che farà avanzare il nuovo ordine e lo consoliderà».

A volte, spiegò, basta «cambiare le parole» ammesse nel linguaggio pubblico, sui media.. e nelle Scritture.

Sì, il dottor Day parlò anche delle Scritture. Perchè, annunciò, nel nuovo ordine mondiale «la religione non è necessariamente male. A quanto pare molta gente ha bisogno di una religione, coi suoi misteri e i suoi rituali... e così gliela daremo».

Sarà una religione che mescola molte religioni attuali, funzionale al progetto. A questo scopo, la Bibbia deve essere cambiata. Ma non ci sarà bisogno di riscriverla: basterà «gradualmente sostituire» le parole essenziali con altre, aventi altre sfumature di significato. Questo ci consentirà di usare la variabilità di senso come strumento per cambiare il significato complessivo delle Scritture, nel senso voluto da noi, ma accettabile dai sacerdoti.

Perchè il dottor Day assicurò: «Molti di voi probabilmente credono che le chiese si opporranno; al contrario, ci aiuteranno!».

L'ostacolo è la Chiesa Cattolica Romana, disse. Ma una volta piegata questa, il resto delle denominazioni cristiane facilmente seguirà.

Era il 1969. A proposito del nuovo ordine , il dottor Day disse: «magari voi credete che io stia parlando di (una forma di) comunismo... ebbene, ciò di cui parlo è molto più grosso del comunismo!».

Anche in questo caso, non faceva che riecheggiare un più vecchio progetto, quello dichiarato da Aldous Huxley nel suo romanzo utopico «Brave New World»:

«Non c'è ragione che il nuovo totalitarismo assomigli al vecchio. Il Governo del manganello, dei plotoni d'esecuzione, delle carestie artifficiali e delle deportazioni di massa non è solo inumano; è inefficiente, e in questa età di tecnologia, l'inefficienza è il peccato contro lo Spirito».

«Uno Stato totalitario veramente efficiente sarà quello in cui gli onnipotenti direttori generali e il loro esercito di burocrati controlla una popolazione di schiavi che non ci sarà bisogno di coercire, perchè essi ameranno la loro servitù. Il compito di fargliela amare è assegnato, nell'odierno Stato totalitario, ai ministri della propaganda, ai direttori dei media e agli insegnanti elementari...».

Coloro che hanno provocato la crisi si aspettano dunque questo: che l'umanità da loro ridotta a gregge di schiavi consumisti, li implori di instaurare la loro dittatura mondiale per salvarli dal disastro della penuria, o anche solo della frugalità.



1) Gideon Rachman, «And now, for a world government», Financial Times, 8 dicembre 2008. Gideon Rachman è ebreo, ed è il commentator esteri del Times; prima è stato all'Economist, il settimanale dei Rotschild di Londra. Fra i personaggi che cita: Susan Rice, l'ambasciatire all'ONU di Obama, è una Rhodes Scholar, premiata dal primo centro mondialista della storia, il britannico Royal Institute of International Affairs (RIIA, alias Chatham House); inoltre è una consulente della McKinsey; ha fatto carriera politica all'ombra di Madeleine Albright. Strobe Talbott è uno «scienziato politico», laureato a Yale, dove è stato membro della società segreta Skull & Bones (1967-68); è membro della Trilateral e del Council on Foreign Relations; è stato vicesegrtario di Stato dal 1994 al 2001, sotto Clinton. Lasciato il Governo, è tornato a Yale a dirigere il Center for the Study of Globalization. Jacques Attali è stato l'eminenza grigia di Mitterrand nell'economia, ed è banchiere internazionale: per lui è stata creata la EBRD, European Bank for Reconstruction and Development, di cui l'eurocrazia l'ha fatto presidente.

2) Daniel Boorstein, «Welcome to the consumption community», Fortune, 1 settembre 1967.

3) «New order of barbarians», dalla trascrizione del dottor Dunegan. Le cassette audio sono distribuite da «Pro-Family Forum» P.O. Box 1059, Highland City, FL 33846-1059 ($20.00).


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Commento a "La me Patria"

Pippo Barbagallo ha lasciato un commento alla poesia di Turi Lima La me Patria. Innanzitutto lo voglio ringraziare perché mi sento davvero onorato del fatto che abbia voluto condividere con me - con noi - questa piccola biografia del padre. Ho provato sincera ammirazione e un pizzico d'invidia (tutta positiva, s'intende) nello scoprire che il padre di Pippo fu amico fraterno di Turi Lima. Riporto di seguito il commento in questione, dando a esso lo spazio che merita in quanto piccola pagina di storia personale di chi il Separatismo lo ha vissuto o lo ha respirato in casa. Si tratta dei nostri padri della Patria... di quella vera!

Mio padre, da giovanissimo incontrò Venero Maccarrone, che poi diventerà "Turi Lima", il poeta della Sicilia che non s'arrende. Assieme, papà e Venero, militavano nella Lega Giovanile Separatista, il movimento giovanile dell'eroico Mis-Movimento indipendentista siciliano-che dal 1943 al 1948 fece tremare lo Stato unitario... Erano giovanissimi, papà e Venero, erano carusi che a causi a cutta, ma avevano nel cuore l'ardente amore per la Sicilia... Poi, mio padre divenne medico, Venero s'impegno nel campo giornalistico e letterario... Mio padre è morto prima di so "frati" Venero... uno a Trecastagni, papà, Turi Lima a Mascalucia... Negli ultimi anni non si sono più visti, dal 10 dicembre 1996, stanno di nuovo insieme, e questa volta per sempre, per continuare dall'alto dei cieli la loro battaglia per la Sicilia ai Siciliani!

Pippo Barbagallo
barbagallopippo@libero.it

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sabato 6 dicembre 2008

Una nota sui poveri

Ricevo e pubblico una breve nota sui poveri.

Il criterio di assegnazione del cosiddetto Bonus Familiare offre la occasione per rilevare come anche questa volta la politica ha mancato il suo obiettivo primario di venire incontro alle necessità dei più poveri. Infatti da uno studio dello stesso Governo risulta che solo il 18 % della somma stanziata andrà assegnato ai nuclei familiari con figli, mentre il resto andrà a singles o a coppie senza figli.

E la ragione di questa assurdità risiede nel criterio con il quale lo Stato Italiano valuta la condizione economica dei suoi cittadini. Un criterio che dopo avere semplicemente ignorato le necessità vitali di quella parte di popolazione che non produce reddito per un qualsiasi motivo di età, di salute o altro, non riconosce ai contribuenti, se non in misura irrisoria (circa 60 euro mensili a persona per una retribuzione media) le spese per il loro mantenimento. In tal modo lo Stato Italiano scarica sulle spalle di alcuni coraggiosi (in numero sempre minore in verità stando al tasso di natalità) l’onere gravoso del mantenere e far crescere i nuovi membri della Società, le nuove generazioni alla cui cura è affidato il nostro stesso futuro.

Ora è evidente che uno Stato che non voglia essere patrigno, ma voglia curarsi di tutti i suoi membri, senza escluderne nessuno, deve prendere in considerazione il cosiddetto minimo vitale individuale che è grosso modo lo stesso per tutti: neonati e anziani, occupati e disoccupati. E se è vero che esso si riduce quando si vive in un nucleo familiare da 7000 a circa 5000 euro è anche vero che questa è una ragione in più per favorire la famiglia come la più economica tra le organizzazioni sociali. Occorre dunque che nel valutare la condizione economica di un contribuente vengano considerate le spese da lui effettivamente sopportate per il mantenimento del suo nucleo familiare. Solo così verranno fuori i veri poveri da soccorrere. Diversamente la famiglia si contrarrà ancor di più. Ed in futuro avremo forse la Alitalia e la Fiat ma non gli Italiani da fare viaggiare.

Giuseppe Sesta
Palermo, 6 dicembre 2008

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Onore e santità per il Siciliano "servo di Dio" Francesco Paolo Gravina

Servo di Dio Francesco Paolo Gravina

Palermo, 1800 - 1854

Francesco Paolo Gravina, principe di Palagonia e di Lercara Friddi, nacque nel 1800 a Palermo. Sua madre, Provvidenza Gravina e Gaetani (1774-1805), aveva sposato lo zio, Salvatore Gravina e Cottone (1742-1826), per garantire ai Gravina la continuità del titolo di principe (concesso nel ’600), poiché figlia unica di Ferdinando Francesco II: una norma testamentaria di Ignazio Sebastiano Gravina aveva creato questo meccanismo in previsione. Fu l’ultimogenito della coppia, dopo due gemelli nati morti e quattro sorelle nate tra il 1792 ed il 1797 (Agata, Francesca Paola, Giulia, Gioacchina: la prima sposerà Vincenzo Grifeo principe di Partanna, le altre si monacheranno).

La sua famiglia, proveniente dalla Puglia e presente in Sicilia dal 1300, coltivava una devozione per il santo di Paola: infatti il suo nome fu esattamente Francesco di Paola Ferdinando […] Gravina. La sua educazione fu improntata agli insegnamenti della Chiesa Cattolica: sarà sempre un cristiano nella fede e nelle opere.

Ebbe una giovinezza spensierata appartenendo ad una famiglia tra le più influenti dell’isola (Palazzo Comitini sede in passato della prefettura di Palermo ed ora della provincia apparteneva ai Gravina). Il padre di Francesco nei fatti non godeva del titolo di principe, ma nel loro palazzo residenziale la servitù e gli altri si rivolgevano a lui come tale. Durante l’epoca napoleonica i Gravina ospitarono tra gli altri Inglesi l’ammiraglio Nelson. Allora la corte borbonica si era trasferita a Palermo (a Napoli c’era Giuseppe Bonaparte), e per loro fu un periodo di particolare fulgore.

Francesco Paolo Gravina sposò nel 1819 la coetanea Maria Nicoletta Filangeri, figlia del principe di Cutò, la quale finì però ben presto per tradirlo con Francesco Paolo Notarbartolo, figlio del principe di Sciara (di quattr’anni più giovane di lei). Non appena la notizia, che fermentava lentamente, si diffuse a Palermo fu uno scandalo: nel 1829 il principe, che nel frattempo aveva adottato la misura di dormire in un camera per sé, raggiunto il limite dell’umana e cristiana sopportazione, ordinò all’usciere di casa di rispedire al mittente la consorte di ritorno una notte. Lei ritornò indietro volentieri. Non si sarebbero più rivisti.

Dopo la sua morte (il principe lascerà nel testamento la disposizione per messe in suffragio di entrambi) lei sposerà religiosamente il Notarbartolo. Inizialmente la nuova condizione fu per lui difficile da affrontare: si ritirò a meditare sul da farsi, aveva quasi trent’anni.

Due erano le strade che aveva di fronte: divorziare, rifarsi una vita ed una famiglia per garantire quel meccanismo di successione (dalla moglie non aveva avuto figli) artificiosamente aggirato in precedenza; oppure rimanere coerenti in Cristo ed aprirsi a nuove prospettive. Prevalse questa seconda via, il Gravina non volle mai divorziare conformemente agli insegnamenti del Vangelo: ciò gli ha meritato l’appellativo di ultimo principe. Iniziò il suo apostolato di carità e beneficenza quasi in sordina a Palermo. Tutti i suoi immobili diverranno a poco a poco centri di accoglienza per i poveri, gli emarginati ed i diseredati.

Divenne in breve tempo noto per il suo attivismo nella testimonianza dei principi cristiani. Dopo essere stato sindaco (chiamato allora pretore) di Palermo (1832-1834), gli fu affidata l’emergenza colera, che esploderà in Sicilia negli anni ’36-’37, nel capoluogo isolano, emergenza che superò tramite la creazione del Deposito di Mendicità, un ente per il ricovero degli indigenti. Nel 1839 divenne responsabile del Reale Albergo dei Poveri, un altro ente di concentramento, stavolta pubblico.

Nel suo palazzo che aveva destinato pure a struttura di accoglienza, alloggiava in una stanza vicino al suo segretario. La sua giornata trascorreva sovrintendendo ai suoi ricoveri.

Nel 1837 richiese ed ottenne per il Deposito di Mendicità il distaccamento di un gruppo di suore; e nel 1847 ci sarà la concessione ecclesiastica della regola per il nuovo ordine delle Suore di Carità del Principe di Palagonia (lui le aveva effettivamente chiamate di san Vincenzo de’ Paoli). E’ stato sinora l’unico laico ad istituire un ordine religioso. Rimarrà suo sogno non esaudito quello di poter istituire un analogo ordine maschile per la mancata disponibilità di frati.

Il principe si era distinto anche a Lercara per il sostegno che dava alla popolazione bisognosa (in particolar modo durante l’epidemia colerica del ’37), e per la difesa dell’ambiente e della salute dell’intera comunità in relazione alla questione della lavorazione dello zolfo. Qui possedeva una miniera, dei terreni ed alcuni edifici. Tra gli altri: l’attuale Sala Principe di Palagonia (ex cineteatro) all’epoca da lui affidata ad una compagnia di attori, e Palazzo Palagonia sede attualmente del comune, immobili (entrambi allora dei magazzini) che dopo la sua morte furono acquisiti dal comune di Lercara. Era solito venirvi ogni tanto, ma durante una sua visita, fu assalito dalla folla e non vi mise più piede, non tralasciando però di avere ancora per Lercara una certa considerazione, nonostante l’amaro episodio, nelle sue opere di carità che avevano come centro Palermo.

La rivoluzione antiborbonica del ’48 lo vide schierato all’interno del Parlamento siciliano (era membro della Camera dei Pari) in favore dell’indipendenza dell’Isola. I Borboni ritorneranno nel ’49, ma lui per intima coerenza non farà abiura di quell’atto, a differenza di molti altri opportunisti, il che gli alienò le simpatie della corona. Il principe morì all’età di 54 anni: per le sue esequie volle che la sua salma fosse vestita di un saio ed essere trasportato col capo appoggiato ad una tegola come San Francesco: il giorno del suo funerale una folla enorme lo seguiva. La salma deposta nella chiesa di Baida fuori Palermo è stata traslata nel 1958 nella Casa madre delle Suore di Carità.

Nel 1990 il cardinale, allora arcivescovo di Palermo, Pappalardo ha dato il via alla sua causa di beatificazione.

Autore: Danilo Caruso
Fonte: http://www.santiebeati.it
FONTE: A Rarika

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Non siamo isole

Ricevo da Giuseppe Sesta un interessante riflessione sulla libertà individuale, che molto volentieri pubblico.

Coloro che sostengono che ciascuno di noi ha libertà assoluta per tutto ciò che lo riguarda personalmente e che quindi deve poter scegliere di abortire o anche di morire senza che alcuno per qualsivoglia motivo possa contestare questa sua decisione, sono in errore perché ritengono che l'uomo possa realizzare se stesso e raggiungere il suo bene senza entrare in relazione con gli altri, senza interessarsi di loro e senza permettere che gli altri si interessino di lui.

Non è questa la visione antropologica su cui è fondata la nostra civiltà occidentale che dal Cristianesimo che comanda l’amore del prossimo ma anche dalla speculazione filosofica greca che definisce l’uomo come un animale sociale ha preso la ispirazione per tutte le sue realizzazioni a carattere sociale come scuole, ospedali e tutte le iniziative di soccorso spirituale e materiale di cui essa è ricca diversamente da altre culture. Secondo questa visione, ciascuno di noi è affidato non solo a se stesso ma anche agli altri che lo circondano e questo vale non solo per lo stadio infantile della vita ma per tutte le situazioni di occasionale debolezza che ciascuno di noi può attraversare.

Pertanto la libertà individuale non può e non deve essere assoluta come ritengono abortisti ed eutanasisti, proprio perché del bene personale di ciascuno, sono responsabili anche gli altri. Ritenere gli uomini isole di egoistici interessi è negare la nostra vera natura oltre che rinnegare la nostra civiltà e quello che hanno creduto i nostri padri.

Giuseppe Sesta
Palermo, 16 novembre 2008

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lunedì 3 novembre 2008

Per una scuola libera e plurale

Ricevo da Giuseppe Sesta un intervento molto pragmatico, quindi non ideologico, a proposito di scuola pubblica e privata. Intervento che molto volentieri pubblico.


Se sono decisamente da condannare le strumentalizzazioni politiche che hanno accompagnato le polemiche suscitate dal recente Decreto del ministro P.I. Gelmini sulla Scuola, non si può tuttavia negare che sulla base di una diversa visione del come educare possa sussistere un legittimo dissenso circa alcuni dei provvedimenti proposti dal Ministro. Pensiamo al ripristino del maestro unico, del grembiule, del voto in condotta, della votazione in decimi e così via. Del resto nihil novi sub sole, se si pensa alle analoghe proteste che hanno accompagnato tutti i precedenti tentativi di modificare la Pubblica Istruzione.

Dicevo dunque che non deve fare meraviglia tale diversità di giudizio nella pubblica Opinione, perché nulla è talmente opinabile come la cultura e l’educare dato che è in tale campo che si esprime al suo massimo livello la libertà dell’uomo. E proprio per questo qualsiasi Riforma di Stato della Scuola non potrà mai godere di un unanime consenso. Proprio per questa neutralità obligatoria imposta dalla necessità di raccogliere il più ampio consenso possibile o meglio la minore opposizione possibile, la Scuola di Stato è destinata ad essere una Scuola senza anima una non Scuola.

Anche in assenza di altri argomenti, sarebbe questo un motivo sufficiente per aprire alla Scuola Privata o non Statale una Scuola cioè che si propone di soddisfare le particolari esigenze educative di un determinato gruppo di famiglie, piuttosto che rispondere ad una non meglio precisata domanda formativa nazionale.

Infine anche se può sembrare paradossale, il Decreto attuale può essere criticato più per la imposizione di opinabili scelte educative, come il maestro unico, il voto in condotta e simili che per i tagli economici imposti da una oggettiva situazione di sprechi e di esuberanza di personale. Senza considerare che una liberalizzazione della Scuola risolverebbe anche il problema economico se è vero che un alunno pubblico costa più di un alunno privato. Ed allora lo Stato imponga soltanto l’apprendimento della lingua, della Storia, della cultura italiana e della nostra Costituzione, lasciando nella disponibilità dei genitori quanto spende per ogni alunno , in modo che siano loro a scegliere quali scuole di Stato o Private siano meritevoli di essere mantenute. Ogni Preside verrebbe a godere di un budget proporzionale al gradimento riscosso e potrebbe scegliere e pagare i suoi professori a suo arbitrio. Credo che sarebbe la rinascita della Scuola, della Cultura e della libertà.

Giuseppe Sesta
Palermo, 2 Novembre 08

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domenica 2 novembre 2008

Ulisse - Il Regno delle Due Sicilie




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Caro Ministro (Zaia)... di Corrado Vigo

Ricevo dall'amico Orazio Vasta, e molto volentieri pubblico:

Caro Ministro Zaia,

Sono una agronomo, ma al contenpo un agrumicoltore, e discendo da famiglia di agrumicoltori.


Faccio la professione da 24 anni, e da 29 coltivo arance, le tanto bistrattate arance siciliane, che tutti amano, ma che ci stanno portando economicamente alla rovina, perchè nonostante gli elevati prezzi di vendita al consumo, a noi vengono pagate a prezzi irrisori.

L'anno scorso anche fra i 5 ed i 7 centesimi al chilo.
Sì ha letto bene! 5-7 €urocent al chilo.

Mi rammarico, però, del fatto che Lei sia poco attento alla questione, ma la vedo assai impegnato, invece, nella tutela (come è anche giusto che sia) dei prodotti della Sua terra.

Vorrebbe, per favore, dare un pò più di "conto e retta" alle problematiche di noi agricoltori del sud?

Corrado Vigo

Trecastagni, 2 novembre 2008

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La Scuola? Al servizio non della cultura, ma dell’ideologia dominante

Ho vissuto per quarant’anni nell’ambito dell’educazione e della scuola e mi sono occupato a fondo della libertà dell’educazione in Italia.
Intervengo per dire qualcosa di serio e di costruttivo che dia un po’ di dignità e ragionevolezza, cioè andando oltre quello che vediamo e sentiamo ogni giorno. Abbiamo proprio visto di tutto: bambini che sfilano in corteo sotto striscioni che fanno fatica a leggere, insegnanti in lutto, politici che sproloquiano nelle scuole dell’infanzia, i reduci del ’68 che si infiltrano nei cortei come per prendere una boccata di ossigeno che allontani di qualche tempo l’ineluttabile “rigor mortis”. Così il “virtuale” si è sostituito al reale: ed in un’orgia di isterismo e disinformazione abbiamo dimenticato la realtà quotidiana.


di Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino



La realtà quotidiana è che nella scuola italiana si fa fatica a studiare e ad imparare perché l’insegnamento si è dequalificato. Abbiamo dimenticato che nella scuola italiana si può morire di spinello durante le ore di scuola; che durante gli intervalli si filmano scene di sesso che vengono poi inviate ormai a vari siti; che in certe scuole, non poche, durante l’intervallo gli insegnanti stanno tappati nell’aula professori per evitare violenze non solo verbali; che presidi e professori sono stati malmenati da genitori e studenti per protesta a certe valutazioni scolastiche; che più di una volta i carabinieri sono entrati in varie scuole ad arrestare studenti spacciatori di droga.

Questa non è tutta la realtà, ovviamente, ma è un pezzo della realtà scolastica che dovrebbe interpellare tutti, soprattutto gli adulti, seriamente. Alcune delle cose predisposte dal Ministro – ovviamente mi evito un giudizio analitico che non mi compete – mi sembrano dettate dalla più grande virtù del popolo italiano: il buon senso. Comunque bisogna proprio riconoscere che in Italia sono impossibili due cose parlare male di Garibaldi e tentare di riformare la scuola. La scuola dello Stato Italiano fa corpo totalmente con l’idea della Nazione e dello Stato ed ha costituito negli ultimo 150 anni del nostro paese una sorta di liturgia di questo universale culto dello Stato.

La verità è che la scuola italiana è sempre stata al servizio non della Cultura, ma della ideologia dominante. Così abbiamo avuto la scuola unitaria e liberale e poi la scuola fascista e poi la scuola azionista e socialista. I cattolici sono stati così improvvidi che negli anni ’50 e ’60 hanno tirato fuori la strampalata teoria della scuola “neutra” che ha favorito la sua occupazione da parte delle più diverse ideologie rivoluzionarie e negative. Abbiamo avuto la scuola marxista e neo-marxista e radicaleggiante: e adesso abbiamo la scuola tecno-scientista.
Mi sembra venuto il momento di andare, se possiamo e vogliamo, oltre questo schema ideologico e ricordarci che la scuola non deve servire nessuna ideologia ma la cultura: cioè l’istanza di senso ultimo, di verità, di bellezza e di giustizia che caratterizzano la coscienza dell’uomo nel suo porsi immediato.

Allora forse ci si renderà conto che la scuola deve essere un ambito di convivenza libera, fra culture diverse (perché nel nostro Paese ci sono ormai culture diverse) e la convivenza libera e impegnata di queste culture deve sostenere un insegnamento, a tutti i livelli, appassionatamente critico: cioè formatore di personalità critiche.
Potrà apparire allora assolutamente legittimo e necessario il formarsi di un sistema scolastico che, gestito dallo Stato, sia libero e pluralistico nelle sue articolazioni educative, culturali e didattiche. Senza pluralismo educativo e scolastico muore la democrazia: perché la democrazia è anzitutto un costume, un dialogo profondo, libero e rispettoso fra culture diverse, che proprio nella consapevolezza critica della propria diversità contribuiscono al bene comune del Paese.

Marco Minghetti, ministro della Pubblica Istruzione del neonato Regno di Italia concludeva il dibattito parlamentare sullo stato dell’istruzione del Paese nel 1864 con queste parole: “In linea di principio sarebbe meglio un sistema di libertà scolastica, ma se ne approfitterebbero i clericali”.
Dobbiamo amaramente riconoscere che la questione scolastica, in Italia, è ferma a queste parole.

Nel dibattito (si fa per dire) che si è acceso in questi mesi tre personalità (e non della “mia parrocchia”) mi hanno colpito per l’intelligenza, la libertà e l’equilibrio con cui sono intervenute: Luigi Berlinguer, Giampaolo Pansa ed Aldo Forbice. Oltre ovviamente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cui va la mia gratitudine di cittadino italiano e di vescovo della Chiesa Cattolica.

+ Luigi Negri,
Vescovo di San Marino - Montefeltro

Il Resto del Carlino, martedì 28 ottobre 2008


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sabato 1 novembre 2008

Lombardo ha detto qualcosa di Siciliano!

Lombardo: "Mai un grande evento in Sicilia"


di Tony Zermo

Letizia Moratti, in una lettera al «Corriere della sera», dice che i 15 miliardi per l’expo 2015 a Milano serviranno a tutto il Paese e aggiunge di aver criticato i 140 milioni dati a Catania perché sarebbe stato giusto darli anche agli altri Comuni e infine che non era una questione Nord/Sud, ma piuttosto una questione di merito.


Cosa risponde il presidente Lombardo?

«L’Expo servirebbe al Paese anche se fosse a Palermo o a Catania, a meno che non ci siano due Paesi, come ci sono: uno di Serie A dove se si fanno le cose servono al Paese e uno di Serie B dove se si fanno le cose servono a sfamare i parassiti insaziabili. Con tutto il rispetto credo che il centenario del terremoto di Messina si sarebbe potuto celebrare con un grande evento. Con tutti i soldi che si stanziano per un evento una città si veste a nuovo, si dota di infrastrutture. Come accade quando si fanno le Olimpiadi invernali a Torino o quando si fanno i campionati del mondo di calcio. Arriva una pioggia di miliardi per cui le città cambiano volto».


La Moratti dice che l’Expo potrebbe coinvolgere anche la Sicilia.

«Ma perché, quando hanno fatto le Olimpiadi invernali è stata forse cointeressata in qualche modo la Sicilia? Dico finiamola. E l’Expo è una cosa, e l’Ici viene pagata con le entrate nostre, e la Tav si ferma a Napoli, e sul casinò stiamo assistendo all’insurrezione delle quattro case da gioco del Nord che non lo vogliono dare al Sud. Mi dicono che con i fondi Fas si stia per finanziare per decreto l’aumento dei costi delle imprese di costruzione e poi per i 140 milioni a Catania ci dobbiamo sentire insultare un giorno sì e un giorno no, come se questo fosse l’esempio di chissà quale malcostume. Sui termovalorizzatori c’è ancora da conquistare questo mitico Cip 6, senza il quale i termovalorizzatori non si potranno fare perché la tariffa sarebbe così alta da metterli fuori mercato. Ogni nostro diritto dev’essere conquistato a sudore di sangue».


Ora c’è l’assalto delle grandi aziende italiane a Tripoli per i 153 miliardi di appalti in Libia e la Sicilia sembra tagliata fuori.

«Purtroppo non abbiamo grandi imprese alla stregua di Impregilo, però qualche media impresa l’abbiamo e come. Abbiamo qualche azienda di costruzioni seria anche a Catania che si affaccia dignitosamente sul mercato nazionale, c’è il marmo di Custonaci, la pietra lavica dell’Etna».


Così come per gli appalti dell’Expo, anche per i lavori in Libia nessuno ha pensato di coinvolgere la Sicilia.


«Purtroppo c’è una continuità nella disattenzione nei confronti del Sud che francamente non possiamo limitarci a riflettere, dobbiamo organizzarci e reagire per farci valere. Quei signori che dicono che non è giusto che con le tasse del Nord si finanziano gli sprechi del Sud dimenticano che queste tasse sono il frutto del lavoro delle industrie che si sono costruite e affermate nel Nord con i denari provenienti dalle casse del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli che ammontavano a due terzi in lire e oro dei depositi di tutte le banche italiane. Napoli e Palermo avevano custoditi nei loro forzieri 420 milioni dei 630 milioni di lire/oro quando si fece l’Unità d’Italia. Dopodiché tutto prese la via del Nord. Il regno delle Due Sicilie vantava tali di quei primati da restare a bocca aperta: la prima ferrovia, il maggior numero di aziende metalmeccaniche, il tessile, il più alto numero di giornali, la prima assistenza sanitaria, il primo ponte sospeso sul Garigliano, la prima cattedra di Economia all’Università di Napoli, la prima cantieristica perché a Napoli c’era la più grande flotta militare dopo quella inglese. Siamo stati spogliati di tutto e ora ci piangono quei miserabili 140 milioni».


Presidente, stiamo parlando di 150 anni fa...

«Sì, ma quando Angelo Moratti impiantò sulle spiagge siracusane la sua bella raffineria era appena mezzo secolo fa. E quante tasse i Moratti non hanno pagato alla Sicilia come avrebbero dovuto in base all’articolo 37 del nostro Statuto perché la loro sede legale era altrove? Lo so che da molto tempo hanno ceduto la raffineria, che è un discorso vecchio e che allora la Moratti era appena nata, ma sulla questione non ha detto nulla».

LaSicilia.it, 29 ottobre 2008

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venerdì 31 ottobre 2008

Sulla tanto decantata dominazione araba in Sicilia

Dal blog A Rarika, riporto un analisi storica "contro corrente" della dominazione araba in Sicilia. Analisi realizzata e pubblicata da Forza Nuova Palermo:

La dominazione araba in Sicilia

Qui riporterò solo un passaggio:

Esemplare fu l’uccisione del siracusano Niceta di Tarso, acerrimo nemico del Profeta di Allah e dei suoi seguaci. Catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e gli venne strappato il cuore quindi si accanirono ulteriormente su di lui finendolo a morsi e a colpi di pietra.

FONTE: A Rarika

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domenica 26 ottobre 2008

A chi fa paura il MIS?

Era il 19 ottobre del 1944, e il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia stava celebrando il proprio primo congresso in una Taormina gravemente ferita dalla guerra.

Guerra che, in quella stessa giornata, portò a Palermo la gente in piazza, fiaccata dalla fame di pane e di libertà. Ne nacque un pacifico torrenziale corteo, capeggiato dai ragazzi della Lega Giovanile Separatista, la punta di diamante del MIS.

La repressione italiana che stava rioccupando militarmente e politicamente la Sicilia per proseguire quel dissennato sfruttamento coloniale che dura acremente ancora oggi, non si fece attendere. Il vice prefetto Pampillonia chiese l'intervento dell'esercito italiano per bloccare la folla vociante ma inerme che si dirigeva verso Palazzo Comitini, sede della Prefettura. Intervennero, guidati dal sottotenente Calogero Lo Sardo, scaglioni del 139° fanteria della Divisione Sabauda, che immediatamente aprirono il fuoco ad altezza d'uomo e lanciando numerose bombe a mano contro la folla, lasciando sul terreno tra 21 e 26 (o secondo alcuni addirittura più) caduti e oltre 150 feriti.


Si consumò così la oggi obliata e nascosta "strage di via Maqueda" a Palermo, l'autentica "bloody sunday" siciliana.

Il MIS non scomparve, nonostante quello e altri episodi: arresti arbitrari di dirigenti, militanti e simpatizzanti, chiusura forzata di quasi tutte le sedi, e l'Eccidio di "Murazzu Ruttu" del 17 giugno 1945. Si giunse allo scontro armato fra Italia e Sicilia, culminato nella battaglia di San Mauro del 29 dicembre 1945. Cui seguì la "concessione" dell'autonomia, malvista dagli indipendentisti ma accettata per evitare altro spargimento di sangue.

La quasi immediata neutralizzazione dell'autonomia con la completa riassimilazione politica e amministrativa (ma non culturale) della Sicilia all'Italia è cronaca attuale.

Ma gli indipendentisti e il MIS non sono scomparsi. E sono proprio i giovani, ancora una volta a Palermo, a gridare con forza l'orgoglio siciliano e a portare avanti la lotta per l'indipendenza.

Così come non è sparita la repressione italiana.

Lasciamo la parola su fatti più recenti ad una nota dei giovani militanti del MIS di Palermo.

«Il MIS (Movimento per l'Indipendenza della Sicilia) riappare alla visione pubblica di Palermo con degli striscioni sui ponti delle rotonde di viale Lazio, di viale Leonardo da Vinci e sul ponte di via Pitrè, nell'atto di commemorare l'atroce strage di via Maqueda del 19 ottobre 1944, avvenuta da parte dell'esercito italiano ai danni dell'inerme e disarmata popolazione palermitana che chiedeva pane e indipendenza.

Ebbene, quegli striscioni sono apparsi la notte del 16 ottobre 2008, per svanire la sera successiva: qualcuno li ha deliberatamente fatti sparire. È fin troppo chiaro che vi sia "qualcuno" cui non sta a genio che il MIS riappaia e che commemori simili fatti di sangue in cui lo Stato italiano appare come il "cattivo" di turno.

Come chiamare questa, se non "repressione"?

Si vieta di fatto, in una situazione che si pretende (ma non è, per nulla) democratica, l'esposizione di idee scomode per qualcuno, negando il diritto sacrosanto all'espressione della propria opinione e dei propri ideali, oltre che di fatti storici ampiamente documentati anche da immagini di cui pare "qualcuno" abbia paura di ricacciare fuori dal polveroso armadio, fatti storici che l'Italia vorrebbe non dover mai più tirar fuori.

Eppure sono fatti avvenuti, fatti che riguardano molto da vicino i rapporti tra la Sicilia e l'Italia, fatti che fanno male e paura.

È soddisfacente sapere che qualcuno teme simili manifestazioni, come quella dell'esposizione di simili striscioni commemorativi.

È soddisfacente perché evidentemente qualcuno teme, ha paura... ma cosa teme, esattamente?

Il MIS non è morto come qualcuno vorrebbe che fosse.

Non è morto e lo dimostrerà»
.

Catania, 19 Ottuviru 2008

A cura dell'Ufficio Stampa, Comunicazione e Propaganda del M.I.S.



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Il massacro di cristiani non interessa l'Occidente

Sul blog A Rarika, Orazio Vasta ha messo insieme tutte le notizie riguardanti l'attuale massacro di cristiani in India.

Orissa: il pogrom contro i cristiani


I cristiani stanno rispondendo ai massacri da veri martiri, rispondendo con la non violenza! Ancora una volta i cristiani rappresentano nella storia dell'umanità un faro di civilizzazione! Ovviamente l'occidente nichilista e materialista fa lo struzzo: neanche una condanna ufficiale! E pensare che in occasione del discorso di Ratisbona di Benedetto XVI (che ha aperto il dialogo tra la Chiesa e il mondo musulmano), le diplomazie occidentali si premurarono di dare supporto alle rivolte scatenate in tutto l'Islam.

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sabato 25 ottobre 2008

Firmata la dichiarazione di guerra

Siamo legalmente in guerra con l'Italia!

Dal blog Il Consiglio:

“Spettava allo Stato e, per esso, al presidente del Consiglio dei Ministri, adottare il decreto con cui, il 29 gennaio scorso, è stata disposta la sospensione dell'allora governatore siciliano Salvatore Cuffaro dalla carica di deputato regionale e di presidente della Regione siciliana”


L'argomento di oggi è di quelli che mai vorremmo trovarci tra le mani, a metà tra il blasfemo ed il trascendentale. Uno di quegli argomenti che a prima vista potrebbero fare solo del male a chi li propone, lasciandolo esposto alla pubblica gogna ed additato come esempio negativo. Ma noi con abnegazione lo affronteremo a testa bassa. Ed allora bando agli indugi. Profferiamo la bestemmia.

I Siciliani, tutti i Siciliani, diano a Cesare quel che è di Cesare e rendano omaggio al più grande eroe che, in un epoca così avara di coraggio, abbia avuto la Sicilia dal 1992 ad oggi:

Salvatore Cuffaro, detto Totò.

Siete ancora qui? Non avete cambiato sito e cancellato questo per sempre dai vostri preferiti? Ed allora continuiamo.

Totò, che dopo averne combinate di cotte e di crude inspiegabilmente decise contrito di dimettersi dalla sua poltrona presidenziale. Decisione peraltro convenientemente presa battendo sul filo di lana i pervertiti del governo Prodi che basiti di fronte alla mossa a sorpresa non colsero l'attimo e ritardarono quel tanto che bastava la firma dell'atto di sospensione.

Totò che poi fece ricorso alla corte costituzionale contro il provvedimento, dimostrando così una assoluta ignoranza della res publica che fino a pochi giorni prima presiedeva.

Oggi la corte costituzionale ha rigettato quel ricorso con decisione assolutamente arbitraria ed illegale. Non doveva infatti il Presidente siciliano fare ricorso a quell'organo, e non dovrebbe l'organo suddetto emanare alcun verdetto, essendo di fatto incompetente in materia.

Sappiamo tutti che l'organo competente è l'Alta Corte che al contrario di quanto molti credono esiste ancora (non essendo possibile abolirla legalmente senza eliminarla dallo Statuto) ma non è funzionante in quanto lo stesso Cuffaro (tra gli altri) non ha nominato i membri di competenza del governo regionale.

Ma allora perchè dovremmo ringraziare il nostro Totò? Perchè grazie alla sua incompetenza siamo su di una strada a senso unico. Non possiamo più tornare indietro. Dobbiamo arrivare allo scontro.

La sentenza fraudolentemente emanata dalla corte costituzionale rende esplicito il conflitto tra lo stato italiano e la Nazione Siciliana. Da oggi siamo legalmente in guerra.

In campo aperto non ci sono più scogli dietro cui nascondersi. E precisiamo ancora una volta: lo Statuto non è morto, ma per la prima volta è stato violato in maniera chiara ed esplicita dallo stato italiano. Abbiamo legalmente le mani libere.

E questo significa un'altra cosa: l'attuale presidente, Raffaele Lombardo, è con le spalle al muro. Non ha più spazi né scuse. O contrattacca o si consegna al nemico in una resa incondizionata.

E se fino a qualche giorno fa Lombardo andava sostenuto nel suo scontro con Arcore, oggi va anche incalzato senza pietà e con la massima durezza: faccia qualcosa o si levi di torno.

Grazie, Totò.


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mercoledì 15 ottobre 2008

Una "moneta" siciliana? Una provocazione... seria

Riceviamo da L'Altra Sicilia e molto volentieri pubblichiamo.

La recente tempesta dei mercati valutari dimostra quanto illusoria sia l'immagine di una globalizzazione che sani ogni squilibrio. Nessuno dice che alla base della crisi finanziaria c'è una crisi monetaria. Il sistema basato sul dollaro carta-straccia è entrato in crisi irreversibile.
Eppure noi Siciliani abbiamo ancora una carta da giocare, e non smettiamo di ricordarlo, quella dell'art. 40. Riportiamo così, per la sua incredibile attualità, un nostro editoriale di qualche tempo fa.


***

L'Altra Sicilia ha sempre privilegiato il realismo ed il rispetto "almeno" dello Statuto del 1946 rispetto a fughe in avanti di difficile comprensione e perciò pericolose.

Già nella nostra "Carta" abbiamo osservato che il rispetto sostanziale dell'art. 40 dello Statuto (quello formale non è più pensabile perché è cambiato il mondo delle valute dal 1946 ad oggi) possa realizzarsi soltanto "regionalizzando" l'autorità di emissione monetaria e di controllo sul credito, facendo partecipare intanto la Sicilia al sistema europeo delle banche centrali come un paese a sé.

Non andavamo oltre perché ci sembrava (e ci sembra) improponibile mettere in agenda politica rivendicazioni "monetarie e creditizie" più avanzate di questa, almeno in questa fase storica. Già questa prima rivendicazione però sarebbe di per sé rivoluzionaria.

Sul controllo siciliano del credito non c'è nemmeno bisogno di soffermarsi tanto è ovvio quanto la subalternità del sistema bancario isolano a quello italico abbia stritolato la nostra economia. Emettendo banconote e monete in euro come gli altri stati sovrani la Sicilia intanto riscuoterebbe quel diritto di signoraggio che le spetta e che oggi è un'imposta occulta che versiamo ad una banca centrale che ha il solo grande merito di avere desertificato il sistema bancario siciliano. Nel nostro piccolo parteciperemmo alle politiche valutarie europee e l'eventuale surplus valutario (perché nel medio-lungo termine si andrebbe incontro a questo) se non proprio a beneficio diretto della Sicilia, ci servirebbe per contare di più in un'Europa in cui oggi non contiamo nulla in quanto pura colonia di un grande stato membro e non vera regione in esso integrata.

Ma - a ben pensarci - si può andare oltre. Se non proprio sul piano immediatamente politico, intanto su quello degli studi di fattibilità. Si comincia sempre così.

A parte il fatto che sono state introdotte talune sperimentazioni di "monete franche regionali" in alcuni länder tedeschi che potrebbero senza troppi problemi sperimentarsi anche in Sicilia per stimolare la domanda regionale e salvaguardare il potere d'acquisto della moneta, forse è giunto il momento di pensare a cosa succederebbe (in astratto, lo ripetiamo) se la Sicilia con un referendum decidesse di uscire dall'Unione Monetaria Europea, cioè se ripudiasse questo pezzo di carta chiamato euro e si dotasse di una moneta propria.

Che succederebbe alla Sicilia con una moneta distinta?
Sarebbero di più i vantaggi o gli svantaggi?
E, se fossero di più i vantaggi senza togliere niente a nessuno, perché soffrire come appendice malata di un continente in declino mentre in tutto il mondo i tassi di crescita impazziscono da un anno all'altro?
Non è che, per caso, gli unici paesi europei che non hanno aderito all'euro sono proprio i più dinamici e produttivi?
Vediamo di ragionare senza pregiudizi.

Intanto l'operazione avrebbe dei costi. Immaginiamo a Messina, o nei porti e negli aeroporti, il "fastidio" di dover cambiare moneta ad ogni viaggio e i costi che banchieri e cambiavalute imporrebbero ai consumatori. Questo sarebbe certo un costo. Da non sopravvalutare però. Gli euro, moneta forte del continente, girerebbero comunque abbondanti in Sicilia e sarebbero facilmente reperibili dai Siciliani in tutti gli istituti di credito. Il fastidio maggiore sarebbe per i turisti italiani ed europei costretti a cambiare all'arrivo in Sicilia o a sopportare negli acquisti un cambio meno favorevole.

Passato il primo shock, però, diventerebbe una cosa normale, come si fa ogni volta che si viaggia ed anzi diventerebbe quasi un fatto "esotico", come un souvenir di viaggio.

Dal punto di vista dell'immagine questo cementerebbe il senso di appartenenza ad una comunità da parte dei Siciliani e la traduzione in prassi quotidiana della banale osservazione geografica che la Sicilia non è propriamente in Europa ma è una terra d'incontro e di transizione tra Europa, Africa e Asia. Sarebbe cioè il portato normale del progetto "Sicilia zona franca", terra di incontro e di libero scambio al centro del Vecchio Mondo.

Questa moneta poi sarebbe agganciata naturalmente alle monete più forti, garantita cioè da riserva valutarie ed auree, le prime soprattutto in euro, ma anche in sterline e dollari e via via in Franchi svizzeri, Yen, etc.

Cosa cambierebbe nella vita di tutti i giorni?

Una politica valutaria attenta e libera da Francoforte e da Roma, affidata ad esperti economisti, ci consentirebbe (entro certi limiti) una relativa fluttuazione, ma anche un controllo più stretto sul potere d'acquisto di una moneta "nostra" che non ci sfuggirebbe di mano come è accaduto già con la "liretta" e peggio con l'euro.

Una moneta siciliana non favorirebbe certo una integrazione totale dei mercati distributivi e sarebbe una parziale barriera occulta alla concorrenza esterna. Lo sanno bene gli inglesi e gli scandinavi che infatti non ne vogliono sapere. Infatti chi è al centro di una grande Europa, anche se paese povero come la Repubblica Ceca o la Romania, ha tutto da guadagnare da un'integrazione economica e monetaria che lo può vedere agire da protagonista nella produzione o nella distribuzione di beni. Chi è alla periferia fatalmente resta tale in tutti i sensi e fatalmente si deve approvvigionare di beni che per raggiungere il suo paese vedono lievitare al massimo i costi.

Con la moneta a sé si incentivano produzioni locali, magari non altrettanto efficienti di quelle europee ma con benefici che ricadono nel territorio e con un apporto dall'esterno limitato ai beni davvero competitivi. Ovviamente per controllare il potere d'acquisto di una moneta non basta la moneta stessa, ma ci vuole la concorrenza.

Se "Zona franca" dev'essere, dev'esserlo in tutti i sensi e quindi senza alcuna limitazione di concorrenza. Quindi prodotti interni a prezzi competitivi dove possibile, altrimenti prodotti esterni al miglior prezzo possibile e da dove che sia (tutto il contrario di oggi poiché la concorrenza è solo un'ideologia di regime che vale solo per far valere le politiche industriali italiane di esportazione in Sicilia dei loro beni e servizi non solo a discapito dei produttori siciliani ma anche di quelli stranieri).

E poi?
Poi ci sarebbero i cambi con l'euro che decidono tutto. Stando alle magre statistiche di oggi sembrerebbe che la povera "Onza" debba svalutarsi continuamente sull'"Euro". Secondo noi questo sarebbe vero solo nel breve termine (da tre a cinque anni), il tempo di assestare il nuovo sistema economico e tagliare con il vecchio. In questo caso i consumi "di lusso" si contrarrebbero di molto nell'isola, ma per contro i salari diventerebbero (a parità di retribuzione nominale) più competitivi, le nostre merci più competitive e la bilancia dei pagamenti nei confronti dell'Europa tenderebbe spontaneamente a riequilibrarsi. Per contro la vendita dei prodotti energetici al continente (in euro o in dollari) ci vedrebbe più ricchi e compenserebbe l'impoverimento derivante dalla svalutazione.
Ma nel medio-lungo termine la situazione non potrebbe che rovesciarsi. Già oggi la bilancia commerciale dei prodotti energetici per la Sicilia è deficitaria solo perché si rilevano come importazioni le materie prime provenienti dall'estero ma non si rilevano come esportazioni i prodotti finiti energetici esportati in Continente (perché ad oggi sono considerate transazioni interne); se a questo si aggiungono i benefici derivanti dall'esportazione di prodotti energetici che oggi la Sicilia "regala" al Continente, nonché in benefici derivanti dalla complessiva devoluzione fiscale degli artt.36-40 nonché dal progetto di "Sicilia Zona Franca", con uno statuto doganale, tributario e finanziario peculiare e con il Porto Franco di Messina, l'effetto netto sarebbe quello di un vero e proprio boom commerciale. Non mancano i rischi però. Innanzi tutto una "ritorsione italiana" che potrebbe durare anche qualche decennio mirante a colpire i prodotti della "regione ribelle" sia sul territorio italiano sia su quello europeo (e gli strumenti politici non mancano); ma anche un doveroso progressivo necessario taglio dei "trasferimenti" dalla finanza continentale (italiana e comunitaria) che farebbero rallentare i consumi.

Quale l'effetto netto di vettori di segno opposto e di intensità difficilmente valutabile?

Non si può stimare a priori senza approfondite ricerche. In sintesi però gli esiti possibili sarebbero due o tre:
- un persistente deficit siciliano verso il Continente nonostante tutto (meno probabile in tempi di scarsità di risorse energetiche e comunque improponibile nel lungo termine per una terra naturalmente ricca come la Sicilia) per le cui conseguenze si veda quanto detto sopra;
- un sostanziale equilibrio che porterebbe ad un cambio puramente nominale della valuta (un po' come la Danimarca che rispetto all'Europa non ha nessuno svantaggio ma neanche nessun vantaggio di avere una moneta separata, se non quello identitario che a noi peraltro non pare affatto secondario);
- un progressivo surplus tra Sicilia e Continente. Poiché a noi pare che prima o poi questa sarà la strada, proviamo a immaginare cosa significherà per la Sicilia trasformarsi in una Svizzera al centro del Mediterraneo.

L'apprezzamento dell'Onza sull'Euro ci farà diventare più ricchi: diminuirà il disagio sociale e potremo acquistare di più dall'esterno, riequilibrando così i nostri conti con l'estero.

La diminuità competitività dei nostri prodotti sarà soltanto relativa perché si tratta di beni in cui ci troviamo in posizione di rendita: beni naturali ed ambientali, posizione geografica strategica, risorse energetiche. Beni, cioè, a domanda relativamente rigida.

Se l'autonomia monetaria sarà accompagnata da un massiccio investimento in formazione e ricerca, la ricchezza culturale e la creatività dei Siciliani faranno il resto. Per contro la vendita di prodotti energetici in dollari o euro potrebbe smorzare la portata di questa risorsa in regime di cambi crescenti. Ma la prospettiva di rialzo dei prezzi energetici dovrebbe in ogni caso risolversi in nostro favore. Semmai il problema di tanta ricchezza sarebbe quello di distribuirla in parte con i paesi mediterranei (soprattutto la Tunisia) per evitare che i dislivelli crescano oltre misura. Il surplus verso l'Europa la Sicilia dovrebbe riversarlo in un "Piano Marshall" per il Maghreb, anche per garantirsi un contesto confinante di pace e prosperità. Forse il tema meriterebbe un vero e proprio libro, un "Libro Verde sulla Zona Franca Siciliana e sulla moneta separata" per valutare con maggiore attenzione la fattibilità e convenienza economica di una tale operazione.
Ma, poi, se ci fosse la convenienza economica, perché mai non tradurla in fattibilità politica?
Forse, però, questo è un tabù. Per molti italiani (e purtroppo anche per molti siciliani) se la Sicilia fa parte dell'Italia parlare di autonomia monetaria è semplicemente vietato per definizione. Anche se in fondo molti paesi europei concedevano ai loro territori d'oltremare una moneta separata; perché non considerare la Sicilia un territorio italiano d'Oltremare?

Forse la vera scelta è tra la dipendenza e l'indipendenza economica. La strada da noi tracciata indirizzerebbe la Sicilia verso un'autosufficienza economica che ci farebbe più liberi (magari nell'immediato un po' più poveri, poi più ricchi, ma da subito più liberi); al contrario la strada attuale è quella di una dipendenza economica senza sbocchi, di un'economia asfittica e assistita, dove poi fatalmente tutta la società va in cancrena e fiorisce solo il malaffare.

A Noi la scelta tra queste due vie, solo a Noi, per il bene dei nostri figli e per il futuro della Nostra Patria.

L'Altra Sicilia-Antudo!

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domenica 12 ottobre 2008

Un intelligente appello all'UNITA'

Ricevo dall'amico Orazio Vasta (blog A Rarika) e molto volentieri pubblico.

Senza preamboli e politichese, i nazionalitari di questo blog non siamo "autonomisti" e neanche "separatisti".

Appunto, siamo "nazionalitari".


Ci poniamo come area d'opinione - non siamo un movimento politico, per adesso... - e non c'identifichiamo con nessun partito o movimento "sicilianista" o "indipendentista"...

Abbiamo seguito con interesse la proposta del Partito del Sud, siamo apertamente amici del Fronte Nazionale Siciliano e abbiamo una corsia preferenziale con Roman Clarke(Mis)... ma non facciamo parte di queste forze politiche...

Quando sosteniamo che siamo contro il "partito unico" della Trinakria, non intendiamo dire che siamo contro l'UNITA' di quest'area. Anzi, sosteniamo che nella sua OGGETTIVA diversità storica, ideologica, religiosa e strutturale sta la vera UNITA' di un'aera eterogenea che mira all'indipendenza della Sicilia.

Le ammucchiate "siamo tutti fratelli" non c'incantano! E, politicamente, sono destinate alla sconfitta.
Com'è già successo!

L'UNITA' DELL'AREA INDIPENDENTISTA - noi preferiamo chiamarla NAZIONALITARIA - non si costituisce con le "ammucchiate" o le "annessioni", ma con il percorso da compiere dentro il sentiero della LOTTA NON-VIOLENTA PER L'AUTODETERMINAZIONE, AUTODETERMINAZIONE CHE DEVE ESSERE LIBERAZIONE SOCIALE e non solo conquista dell'Indipendenza nazionale...


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martedì 7 ottobre 2008

La me patria

di Turi Lima


La me patria è sta terra ca mi fici,
unni jittài lu primu lamentu,
unni l' aceddi vòlanu filici,
unni chiù chiaru è lu firmamentu.
La me patria su' st' àrvuli ciuruti;
stu mari azzurru, lìmpidu e lucenti,
li glòrii di li sèculi pirduti,
è Mungibeddu ccu lu focu ardenti.
La me patria è la fami, è lu duluri
di stu pòpulu sempri marturiatu,
sunu li peni, sunu li turturi
e li làcrimi amari c' ha' jittatu
sutta la mmorsa di lu sfruttaturi:
e a sta patria ci dugnu lu me ciatu.

FONTE: A Rarika

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