domenica 17 febbraio 2008

Manifestazione per un califfato in Danimarca

Questa è la Danimarca nell'anno del Signore 2008:



Il video è parte di un articolo pubblicato sul SIOE: Hizb-ut-tahrir’s demonstration for a caliphate in Denmark

Leggi anche: Muslims and AFA in a new alliance to destabilise the Danish society

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Piani concreti per uccidere il vignettista danese Kurt Westergaard

Nella mattina del 12 febbraio 2008 la polizia danese ha arrestato tre stranieri musulmani, residenti in Danimarca, che pianificavano di uccidere Kurt Westergaard, un vignettista dipendente del quotidiano danese Jyllands Posten.

Secondo Westergaard, che non teme per la propria vita ma per la libertà di stampa nel suo paese, dopo i disordini scatenati ad arte in seguito alla pubblicazione delle vignette su Maometto, la libertà di parola in Danimarca ha subito un colpo le cui conseguenze vengono nascoste al grande pubblico.

Un esempio della soppressione strisciante della libertà di parola - testimonia Westergaard - è il rifiuto del suo quotidino, il Jyllands Posten, di pubblicare un disegno dello stesso Westergaard che mostrava una donna musulmana ricoperta da vesti nere in cinta di una bomba.

All'inizio vi fu un lungo dibattito interno al giornale, ma alla fine la paura prevalse e si decise di non continuare con la pubblicazione della nuova vignetta.

Kurt Westergaard sa bene di cosa parla. Oggigiorno l'auto-censura è divenuta una pratica necessaria al quieto vivere tra i media danesi.



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Signor Deprez, la Sicilia vale molto di più della Vallonia

Dal sito de L'Altra Sicilia

L'Altra Sicilia chiede le scuse ufficiali per le dichiarazioni anti-siciliane del signor Gérard Deprez, presidente della Commissione libertà civili del Parlamento Europeo.

L’articolo apparso il 4 febbraio scorso sul quotidiano Metro, un giornale distribuito gratuitamente in migliaia di esemplari, riporta in prima pagina un richiamo negativo fatto alla Sicilia dal signor Gérard Deprez, recentemente nominato presidente della commissione libertà civili del PE.

Questo signore, parlando delle potenzialità della sua regione, la Vallonia, auspica che possa diventare come l'Irlanda ma constata che attualmente non vale più della Sicilia, esprimendo di fatto un giudizio negativo sulla Sicilia, cosa che non gli permettiamo nella maniera più assoluta.

A questo signore, L’Altra Sicilia, vuole ricordare le tradizioni millenaria cultura di uno Stato-Regione che pre-esistono alla costituzione dello stesso stato federale belga, Sicilia cioé, uno Stato-Regione che possiede innumerevoli potenzialità che soltanto l'ottusità di uno stato centrale impedisce di esprimere per evitare che possa divenire il vero centro del Mediterraneo, ruolo ricoperto sino all'annessione italica.

No signor Deprez, la Sicilia non è come lei la definisce e cosi' facendo dimostra di non esserci mai stato.

Noi non accettiamo che gente come lei possa parlare per sentito dire attraverso stereotipi negativi che lo Stato italiano ha sempre cercato di rinnovare attraverso stampa e televisioni e cinema, bloccandone in fine, così, sviluppo e progresso.

No, signor Deprez, lei ha offeso tutta una comunità generosa, operosa, integrata suo malgrado ma ancora costreetta alla carta di soggiorno per risiedere in un Paese che ha fatto progredire e che in più si dichiara capitale dei diritti dell'uomo.

Signor Deprez, Sicilia non è quella che tramanda la storia tradizionale, la storia del risorgimento italiano, la storia delle ruberie di Garibaldi e dei Savoia; Sicilia è faro di civiltà nei secoli, Sicilia è stata capitale dell'impero bizantino con Siracusa ai tempi di Costante II, poi capitale del Regno di Sicilia, sede del primo Parlamento conosciuto dalla civiltà occidentale con Federico II, Sicilia è stata la sede della scuola poetica di Federico II, antesignana del volgare e della lingua italiana oggi parlata, Sicilia possiede il 40% dei beni archeologici, non puo' certo paragonarsi neanche lontanamente alla terra di Vallonia, regione artificiale che se riuscisse ad applicare soltanto una parte dello Statuto di autonomia che appartiene alla Sicilia,e che, da sempre negato dall'ostilità ottusa e sotterranea stato centrale, potrebbe divenire, finalmente applicato, una vera e propria Nazione, finalmente sinonimo di benessere e civiltà nel mondo.

Ci dispiace soltanto che né deputati siciliani che siedono nel Parlamento europeo né la stessa Presidenza della Regione Siciliana presente a Bruxelles con uffici e funzionari, non siano intervenuti come lo facciamo noi, dimostrando l'assoluta inutilità della loro presenza.

Noi de L’Altra Sicilia le chiediamo pertanto di pubblicare le scuse ufficiali per aver insultato la Sicilia, scuse che Lei deve obbligatoriamente alla nostra comunità, e la invitiamo ad un pubblico dibattito perchè lei possa capire appieno cos'é la Sicilia ed evitare, in futuro, giudizi negativi che, tra l'altro, non hanno ragione d'essere.

Francesco Paolo Catania Presidente de L'Altra Sicilia


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sabato 16 febbraio 2008

Diventeremo Eurabia? Non è detto. Ecco perché

In tempi nei quali si impedisce al Papa di andare alla Sapienza di Roma per affermare che “la fede non va imposta in modo autoritario” e che l’approccio laico al sapere è il primo valore su cui deve fondarsi l’università (dando così una lezione di autentico liberalismo ai nostri laicisti che ancora si macerano nelle nostalgie per il Sessantotto), diventa utile prendere in mano un libro uscito alcune settimane fa.

di Graziano Girotti


Si tratta de “L’ultima chance dell’Occidente”, scritto da Tony Blankley e pubblicato da Rubbettino, casa editrice sempre in grado di scovare intellettuali che se vivessero nel nostro Paese sarebbero immediatamente emarginati fra le streghe da bruciare non appena aprissero bocca o scrivessero qualcosa. Un altro di questi intellettuali è Guglielmo Piombini, che ha tradotto il volume e ne ha curato la prefazione. Blankley, editorialista del Washington Times, oltre che popolare commentatore politico alla radio e alla televisione, in passato è stato consigliere nonché autore dei discorsi del presidente Ronald Reagan.

Nella sua ultima opera, Blankley ragiona sul possibile scenario che tra qualche decennio vedrebbe l’Europa trasformata in Eurabia. Tre le tendenze che, se non combattute adeguatamente, renderebbero inevitabile questa prospettiva: la massiccia immigrazione musulmana, il tasso di natalità negativo e l’egemonia del multiculturalismo.
I calcoli matematici confermano che se gli attuali trend demografici permangono costanti fino alla fine del secolo, la popolazione europea si ridurrà dagli attuali 700 milioni ad appena 200 milioni di abitanti e i musulmani saranno maggioranza. Nello stesso tempo la popolazione degli Stati Uniti, con un tasso di natalità attualmente vicino al fatidico numero di 2,1 figli per donna, aumenterà fino a raggiungere nel 2050 i 400 milioni di abitanti.

Di fronte a queste cifre, gli osservatori statunitensi si chiedono se una futura Europa a maggioranza musulmana farà ancora parte dell’Occidente, o se si trasformerà in un continente nemico dell’America. A ciò bisogna aggiungere la graduale e strisciante islamizzazione del Vecchio continente, che favorisce la diffusione di sentimenti anti-occidentali tra gli immigrati musulmani di seconda e terza generazione e proprio in quei paesi, come l’Olanda e la Gran Bretagna, che sono andati più avanti nell’applicazione del multiculturalismo.

Secondo un rapporto del ministero degli interni britannico del 2004, il 26 per cento dei musulmani che risiedono nel paese non provano alcun sentimento di lealtà verso l’Inghilterra, il 13 per cento sostengono il terrorismo e l’1 per cento (circa ventimila persone) sono attivamente impegnati nel terrorismo o nelle attività di appoggio. Si potrebbero fare tantissimi altri esempi.
A Londra, una corte penale ha accettato il principio della sharia secondo cui un musulmano non può essere giudicato da un non-musulmano.
In Germania sono sempre più numerose le sentenze della magistratura che, in omaggio alle differenze culturali, derogano alla legge tedesca in materia di famiglia, poligamia, separazione dei sessi, macellazione, preghiere pubbliche.

Blankley si pone l’obiettivo di capire se gli europei abbiano abbracciato in modo definitivo una mentalità materialista, relativista e postcristiana, condannandosi all’estinzione nell’Eurabia, o se invece desiderano ancora trasmettere la propria identità culturale ai propri discendenti perché non diventino stranieri nella propria terra. Secondo l’autore, gli attuali trend culturali, religiosi e demografici europei non continueranno a lungo.
Intanto gli europei stanno cambiando il modo di guardare all’immigrazione islamica, soprattutto dopo gli attentati di Londra e Madrid. La gente comune, a dispetto della propaganda politicamente corretta diffusa dalle élite culturali e politiche, si sta accorgendo che la grande maggioranza degli islamici non cerca affatto l’integrazione, ma persegue un piano a lunga scadenza di dominazione dell’Europa con mezzi diversi dal passato.

In secondo luogo, il contatto con una cultura completamente diversa e fortemente ostile come quella islamica sta facendo riscoprire in molti europei i tanti aspetti positivi e a lungo trascurati della propria fede cristiana. Benedetto XVI sta concentrando gli sforzi maggiori del suo pontificato nell’obiettivo di riaccendere la fiamma della fede cristiana in Europa.
Infine, l’inevitabile crisi fiscale degli stati assistenziali imporrà drastici cambiamenti sociali. Negli ultimi decenni il welfare state ha contribuito fortemente alla denatalità, dando a molte persone l’illusione di poter evitare i sacrifici e i costi legati all’allevamento dei figli senza subire alcuna conseguenza futura, nella certezza che lo Stato le avrebbe mantenute e assistite durante la vecchiaia.

Troppe persone hanno fatto i calcoli in questo modo e di conseguenza non sono mai nate le generazioni incaricate di pagarne il conto. Tra pochi anni infatti cominceranno a ritirarsi dal lavoro i numerosi baby-boomers venuti alla luce nel dopoguerra, proprio quando il numero dei produttori e dei contribuenti si ridurrà drasticamente per effetto del calo demografico. L’inevitabile collasso della sicurezza restituirà però un ruolo fondamentale alle associazioni caritatevoli religiose e innescherà molto probabilmente un nuovo boom delle nascite, perché durante gli austeri tempi di magra i figli torneranno a rappresentare una indispensabile protezione per la tarda età.

Insomma, minacciati dall’aggressione islamica e dalla crisi dello Stato sociale, gli europei torneranno a comportarsi come hanno sempre fatto nelle circostanze difficili, abbandonando gli stili di vita edonistici e riscoprendo la fede e la famiglia. Lo stesso ciclo della secolarizzazione avrebbe già raggiunto il suo culmine in Europa proprio in questi anni con l’arrivo dei protagonisti della contestazione nei posti chiave del potere, che si sono portati dietro egualitarismo, relativismo morale, multiculturalismo, pari opportunità, liberazione sessuale, materialismo e edonismo. Ideali che hanno eroso negli uomini occidentali la volontà di vivere una vita produttiva, di moltiplicarsi e di affermare la propria cultura.

L'Opinione, 22 gennaio 2008

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domenica 10 febbraio 2008

Garibaldi a «Studi cattolici»

Studi cattolici n.563 gennaio 2008

Per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, Studi cattolici ha pubblicato nel n. 560 (ottobre 2007) un articolo di Francesco Mario Agnoli sulle poco gloriose gesta del generale in America Latina. Nel n. 562 (dicembre 2007) Domenico Merlino si era proposto «di comprendere in modo sereno e scientifico» la figura di Garibaldi, chiamando in causa anche la storiografia di Angela Pellicciari che qui replica. Di Angela Pellicciari le Edizioni Ares hanno pubblicato Risorgimento da riscrivere (1998) e I papi e la massoneria (2007).

di Angela Pellicciari


Le «scientifiche» argomentazioni firmate da Domenico Merlino si basano tutte (dico tutte) sulla meccanica trascrizione di brani di autori filorisorgi mentali e filogaribaldini, molto lontani dallo svolgimento dei fatti. I libri che ho scritto si sono imposti all'attenzione del pubblico (nonostante la loro radicale alterità rispetto alla vulgata storiografica dominante) perché basati su un serio sforzo di documentazione sulle fonti dell'epoca e un certosino lavoro di archivio. Da questo lavoro è originato, anche, / panni sporchi dei Mille (Liberilibri 2003). Si tratta della ristampa (da me introdotta e commentata) di alcune fonti liberali di primo piano che raccontano come e da chi è stata concepita e organizzata la spedizione dei Mille, oltre a descrivere le raccapriccianti gesta della dittatura garibaldina in Sicilia. Colgo l'occasione per ripercorrere qui le imprese di Garibaldi. Lo farò a modo mio. schematicamente, ricorrendo a documentazione di prima mano e abbondando (me ne scuserà il lettore) in citazioni.

Il bicentenario della nascita di Garibaldi (sponsorizzalo dalla Presidenza del Consiglio, dal Ministero degli Affari esteri, da quello della Difesa, dalla Provincia di Roma oltre che da un'infinità di «comitati cittadini, provinciali e regionali») si è ripromesso di «promuovere la crescita della morale individuale», partendo dall'assunto che «l'epopea garibaldina può legittimamente configurare un contributo determinante alla unità d'Europa, e alla libertà, nell'eguaglianza dei popoli». Il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, si e associato al coro unanime delle lodi giungendo a prezzo di quali contorsioni viscerali giudichi il lettore visto il peana che gli industriali innalzano sempre alla libera competizione sul libero mercato - ad affermare che «parlar male di Garibaldi è perciò difficile se non impossibile, e mai e poi mai potrebbe accadere quest'anno, bicentenario della nascita dell'eroe» (Luigi Mascilli Migliorini, 17 giugno 2007). I motivi per cui di Garibaldi non si potrebbe parlar male sono essenzialmente tre: è l'eroe dei «due mondi» perché combatte battaglie per liberare i popoli nei due emisferi; organizza e guida la spedizione dei Mille che conquista il più grande regno italiano con un pugno di scamiciati; raggiunta l'unità, novello Cincinnato, si ritira in solitudine e umiltà a Caprera. Analizziamo i tre punti nel dettaglio.

L'«eroe dei due mondi»

Punto primo: il libertador, nel secondo mondo, si guadagna da vivere commerciando in schiavi. Tornato in America dopo la parentesi rovinosa della Repubblica Romana, è arruolalo come capitano della Carmen dall'armatore ligure Pietro Denegri. Garibaldi che, come Cesare, è convinto dell'eccezionalità delle proprie gesta, pubblica Memorie dettagliate in cui descrive con precisione anche i traffici come capitano della Carmen. Sappiamo così che il 10 gennaio 1852 parte dal porto del Callao, in Perù, alla volta della Cina. La nave trasporta guano (un tipo di concime molto pregiato). Dei viaggio Callao-Canton-Lima sappiamo praticamente tutto: giorni di traversata, carichi trasportati. traversie. Manca solo un particolare; non viene specificato con che tipo di merce Garibaldi, dopo aver venduto a condizioni vantaggiose il guano, faccia ritorno in Perù. A questa dimenticanza provvede fortunatamente l'armatore Denegri che, volendo lodare il capitano della Carmen. racconta all'amico di famiglia nonché biografo del generale Augusto Vecchi, il dettaglio mancante: Garibaldi «m'ha sempre portati i cinesi nel numero imbarcato e tutti grassi e in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie». Il libro di Augusto Vecchi La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi (Zanichelli 1882, ristampato nel 1910) subisce una sorte infausta: scompare da praticamente tutte le biblioteche d'Italia. Eppure si tratta di un testo di grande interesse. Vecchi è autore noto nella seconda metà dell'Ottocento, la prefazione di Giosuè Carducci garantisce della qualità dell'opera. Sono riuscita ad acquistare il volume dopo molte ricerche presso una biblioteca antiquaria di Trieste. A buon intenditor poche parole.

La spedizione dei Mille

Punto secondo: l'impresa dei Mille. «Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti): e che da ultimo si decise a partire, quando vide che i siciliani sarebbero partiti senza di lui. Le armi e le munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla»: e scrivere così il 14 ottobre 1860 in una lettera a Pietro Sbarbaro, è lo storico siciliano, massone, segretario della Società Nazionale, Giuseppe La Farina. L'impresa dei Mille è progettala a tavolino per quattro anni da Camillo Benso conte di Cavour e Giuseppe La Farina. La capillare organizzazione della campagna d'Italia inizia subito dopo il Congresso di Parigi (1856): lì la questione italiana è messa all'ordine del giorno dell'agenda iniernazionale. Gli abitanti dell'Italia centrale e meridionale, così affermano Clarendon e Cavour. «gemono» sotto il malgoverno pontificio e borbonico. Ottenuta la copertura internazionale, il Regno di Sardegna si prepara, in gran segreto, a «liberarli».

Nel 1862 così scrive La Farina sull’Espero: «Per quattro anni vidi quasi tutte le mattine il conte di Cavour, senza che alcuno dei suoi amici intimi lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scala segreta, ch'era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo potesse conoscere! E in uno di questi notturni abboccamenti, nel 1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Garibaldi, venuto clandestinamente da Caprera». Cavour, racconta La Farina, gli aveva detto: «Venga da me quando vuole, ma pria di giorno, e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse sorridendo) lo rinnegherò come Pietro e dirò; non lo conosco». Lo sbarco in Sicilia riesce anche perché Cavour manda l'ammiraglio Persano a corrompere l'ufficialità borbonica. Scrive Persano nel Diario politico militare: «La casa De La Rue di Genova [banchieri amici di Cavour] aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, un eredito illimitato a mia disposizione». Grazie a questo «credito illimitato» Persano può comunicare a Cavour il felice esito di una corruzione condona a livello capillare: «L'ufficialità l'abbiamo quasi tutta, pochissime essendo le eccezioni [...]. Noi continuiamo, con la massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane». Tutto va a gonfie vele, assicura Persano. Solo un neo turba la mirabile organizzazione dell'invasione dell'Italia meridionale: «Osservo che converrebbe tener gli occhi aperti sulle spedizioni degli individui che da noi si fanno per qui, e di veder modo di ritenere molta gentaglia che muove per queste contrade a nessun altro scopo, se non per quello di pescar nel torbido». Che i Mille non fossero idealisti disinteressati lo conferma lo stesso Garibaldi che così li descrive: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».

A cose fatte, a invasione avvenuta, La Farina indirizza a Cavour dispacci quotidiani e cosi descrive l'ordine che regna in Sicilia sotto la dittatura garibaldina: «lo non debbo a lei celare che nell'interno dell'isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose [..,] l'altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si da loro 3 tari al giorno […]. Si da commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne fa domanda; così che esistono gran numero di battaglioni, che hanno banda musicale e officiali al completo e quaranta o cinquanta soldati! [...]. Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza ne anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni». Il 19 luglio 1860 il segretario della Società Nazionale cosi scrive a Giuseppe Clementi: «I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali». Conferma indiretta della barbarie che regna in Sicilia all'epoca della spedizione è offerta dalla letteratura siciliana. La grande letteratura italiana meridionale. Pirandello - discendente da una famiglia di rivoluzionari liberali - descrive nella novella L'altro figlio (poi trasporta sul grande schermo dai fratelli Taviani nel film Caos) le drammatiche conseguenze della liberazione dei detenuti comuni.

Nella dorata Caprera

Punto terzo: Garibaldi Cincinnato. A unità d'Italia realizzata Garibaldi non serve più. Il governo italiano, che gli è grato, nel 1874 propone di remunerare il generale «col dono d'un milione, e con la giunta d'una rendita vitalizia di 50.000 lire». Garibaldi rifiuta e cosi scrive al ministro Mancini il 10 dicembre 1874: «Avrei accettato il dono nazionale, qualunque sia, se non vi fosse di mezzo un Governo, che io tengo colpevole delle miserie del Paese, e con cui non voglio essere complice». Le 50.000 lire diventano 100.000, ma Garibaldi insiste nel rifiuto e così scrive al figlio Menotti il 31 dicembre 1874: «Le cento mila lire pesandomi sulle spalle come la Camicia di Nesso, ho incaricato Riboli di pubblicare la mia ultima lettera di non accettazione. Differendo io, ne avrei perduto il sonno, avrei sentito il freddo delle manette, le mani calde di sangue». Sta di fatto, commenta la Civiltà Cattolica che descrive l'episodio in Cronaca Contemporanea, che «Passarono men che sei mesi, e tutte queste belle cose andarono in fumo. L'eroe accettò e indossò la Camicia di Nesso», A quanto corrispondono 100.000 lire? Basti ricordare l'allegro motivetto di epoca fascista «se potessi avere mille lire al mese», tenendo conto che, dopo la prima guerra mondiale, una fortissima svalutazione riduce a nulla il potere di acquisto della lira. Scrive Francesco Merlo in chiusura di un lungo articolo comparso su Repubblica il 22 giugno: «Non si sta celebrando Garibaldi. Si sta riempiendo un vuoto». È vero: tanto rumore per dimenticare il dramma vissuto dall'Italia durante la sua supposta liberazione morale, politica ed economica. Tanto rumore per occultare un fatto: l'Italia, dopo due millenni da faro di civiltà, col Risorgimento si trasforma in un Paese di emigranti. Per chi ha a cuore la verità e, con essa, le sorti della nazione, converrebbe tener conto della realtà storica: l'Italia cattolica è sempre stata un Paese unico. Il Bel Paese per antonomasia. L'Italia anticattolica che i liberali hanno voluto edificare, viceversa, è divenuta l'Italietta, un Paese da nulla. L'8 dicembre 1892 così ammonisce Leone XIII nella lettera Custodi: «Ispiratrice e gelosa custode delle italiche grandezze fu sempre l'Apostolica Sede. Siate dunque italiani e cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo e al Vicario suo, persuasi che un'Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all'ordinamento divino, e quindi condannata a perire». A più di un secolo di distanza il cardinal Caffarra, rivolgendosi ai bolognesi, sembra riprendere gli stessi concetti: «Sradicarsi dalla nostra tradizione progettando una sorta di "patto di convivenza" da sottoscrivere dimenticando o mettendo fra parentesi tutto ciò che definisce la nostra vita e la nostra persona così come la vita e la storia della nostra città, significa metterci su una strada che porta alla totale disgregazione». La speranza - prosegue il cardinale - è diventata fragile: «La speranza nel cuore de! singolo e nel cuore di un popolo si riduce e perfino si inaridisce, se il singolo e la città ha la sensazione come di dover ripartire dai nulla. Nel nulla si può solo cadere; ma dal nulla non si ha alcun appoggio per risalire». Se smettessimo di coprire il vuoto e riconoscessimo lo straordinario ruolo svolto dalla Chiesa cattolica nella storia d'Italia? E ammettessimo che i liberali, durante il Risorgimento, sono caduti in un errore drammatico'? E ci riappropriassimo con giusto orgoglio del millennio e mezzo di Italia cattolica?

Leggi anche:

Parlar male& bene di Garibaldi di Domenico Morlino, Studi Cattolici n.562 dicembre 2007

Garibaldi a servizio di sua maestà di Francesco Maria Agnoli, Studi Cattolici n.560 ottobre 2007

Giuseppe Garibaldi? Era l'eroe dei tre mondi di Diego Gabutti, Il Giornale di mercoledì 17 ottobre 2001


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Intellighenzia laica?

Dal blog Piergiobbe, "Ma sono andati in tilt?", 4 febbraio 2008


Dopo l'autogol dei 67 censori della Sapienza, l'intellighenzia di sinistra compie un altro clamoroso passo falso sostenendo con alcune delle sue punte di diamante, quali l'ormai mitologico prof. Vattimo, il boicottaggio della Fiera del libro di Torino. Il motivo? Il paese ospite d'onore sarà Israele, proprio nel 60° anniversario della sua fondazione.

Parte immediata la prima ossessione, frequente tra i sinistri, quella della par condicio: se c'è Israele ospite d'onore, allora, come minimo, deve essere onorata anche la Palestina. Perché? ci si sforza invano di capirlo, ci si chiede invano perché tali e tante intelligenze non propongano il boicottaggio delle Olimpiadi, ci si domanda, sempre invano, cosa c'entri una manifestazione libraria italiana con il conflitto arabo-israeliano. Ma è tutto inutile, il corto circuito dei falsi democratici sembra irreversibile e non c'è verso di farli ragionare...

C'è solo un aspetto positivo: quest'anno andare a visitare quel baraccone infernale della Fiera di Torino avrà finalmente un senso.

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Il nuovo puritanesimo

La sala operatoria invece della camera da letto. Quarant’anni dopo “la rivoluzione sessuale”, l’incontro tra i due sessi è minacciato da nuove e potenti forze. Allora chi si richiamava al progresso, e alle nuove scienze, si sforzava di liberare l’incontro tra uomo e donna dai numerosi vincoli che lo frenavano e regolavano. Oggi tecnoscienziati di grido, e governanti politicamente corretti lavorano per rendere inutile, e neppure nominabile, l’incontro tra il maschio e la femmina dell’uomo.

di Claudio Risé

In questo neopuritanesimo la Chiesa è dall’altra parte. Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica, la “Deus caritas est” ha esaltato l’atto d’amore tra uomo e donna come un gesto di forte contenuto religioso, e la radio vaticana è in prima fila nella preoccupazione per la nuova sessuofobia tecnoscientifica.

Quarant’anni fa, la ricerca del piacere nella relazione era accompagnata dalla psicoanalisi: la forza del “godimento” lacaniano, del “desiderio” del filosofo Gilles Déleuze, della “totalità” che Jung vede rappresentata, appunto, dall’unione tra maschile e femminile. Oggi, in prima fila nel sogno di una riproduzione asessuata ci sono invece i tecnici della genetica, che propongono la sostituzione degli scenari ospedalieri dei prelievi e delle sale operatorie a quelli carichi di affettività delle camere da letto. Un tecnico in camice, con contorno di macchine, invece di un maschio, nudo.

Sarà davvero un affare per le donne? C’è da dubitarne. Di sicuro costerà di più, anche se pure molti uomini (e donne), comportavano prezzi da pagare. L’amore non si è sempre rivelato gratuito, ma almeno si poteva pensare che lo fosse, e comunque i variegati luoghi dell’intimità erano probabilmente più interessanti, ed emozionanti, di quelli precostituiti dalla burocrazia ospedaliera.

Nei nuovi scenari che si annunciano però (e l’insistenza fa pensare che non siano solo provocazioni mediatiche), un fenomeno appare con chiarezza: la cacciata dell’uomo dal ciclo riproduttivo. Era già stata annunciata dalle legislazioni abortiste, che gli toglievano quasi sempre (con particolare durezza in Italia), ogni diritto di parola sulla decisione della compagna di abortire il bimbo concepito con il suo seme. Con alcune conseguenze: l’esperienza psicoterapeutica dimostra che la disponibilità, ma anche la capacità, dell’uomo a generare, è direttamente legata alla sua sicurezza che il figlio faccia parte di un progetto condiviso dalla donna, e che la vita del piccolo non venga messa a rischio da ripensamenti successivi.

Certo, ci sono anche sempre stati, e ancora ci saranno, maschi irresponsabili, superficiali, o nevrotici, incapaci di assumersi la responsabilità riproduttiva. Nella sua maturità e integrità psichica e affettiva però, l’uomo si sente profondamente coinvolto nella riproduzione, e vive il suo fallimento (aborto compreso, perfino quando lui è consenziente), come una profonda ferita, ed un fallimento personale.

Come potrà vivere, l’uomo maschio, la sua eventuale espulsione dal processo riproduttivo? E come vive, già oggi, questi primi annunci del suo possibile destino di emarginazione? Sicuramente con tristezza, e rabbia. Se non servi a far continuare la vita, a livello profondo ti percepisci come inutile. Soprattutto se il tuo corpo, e la tua psiche, sono stati invece programmati per quello.
Nessuno protesti più, o si stupisca, per le depressioni dei maschi, o i loro incomprensibili scoppi di violenza. Sono i primi effetti dei tecnoscienziati onnipotenti, o dei politici che cancellano con un tratto di penna il non più nominabile nome del padre.

Il Mattino di Napoli, 4 febbraio 2008

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sabato 9 febbraio 2008

La Chiesa inglese apre alla Sharia ma è subito polemica

di Dimitri Buffa


L'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ritiene che sia ormai “inevitabile” introdurre nel sistema giuridico britannico alcuni aspetti della Sharia, la legge islamica. Non ha precisato esattamente quali ma ha fatto allusioni al matrimonio, al divorzio e al diritto di famiglia.

Il suo giudizio peserà ora come un macigno in un dibattito più che all’ordine del giorno in Gran Bretagna, dove i musulmani sono circa due milioni.

Ma anche nel resto d’Europa dove da anni ferve la polemica sulla tolleranza religiosa e sul dialogo tra le diverse fedi monoteistiche.

La massima autorità spirituale della Chiesa Anglicana, di cui è notoriamente a capo la stessa regina Elisabetta II, ha sottolineato che le leggi britanniche hanno già da tempo recepito istanze di altre confessioni ed è quindi opportuno “un adeguamento costruttivo” della sharia in materie come il diritto di famiglia e come la cosiddetta finanza islamica.

“Alcuni aspetti della Sharia sono riconosciuti nella nostra società e nelle nostre leggi – ha dichiarato Williams alla Bbc - quindi non stiamo parlando di una cosa aliena né di un sistema antagonista”.

L’arcivescovo ha comunque ribadito che “nessuna persona assennata può pensare che in Gran Bretagna si possa permettere quel genere di disumanità, spesso associato con l'applicazione della legge islamica in alcuni paesi musulmani, come la pena capitale e l'atteggiamento discriminatorio verso le donne”.

In sostanza per Williams, “recepire la Sharia non deve significare in alcun modo prevaricare i diritti garantiti a tutti i cittadini”.

Inutile dire che nell'opinione pubblica britannica questo tema tocca un nervo scoperto, soprattutto dopo gli attentati suicidi del 7 luglio 2005 a Londra.

Nei giorni scorsi il vescovo anglicano di Rochester, Michael Nazir-Ali, di origine araba, denunciò alla polizia di avere ricevuto minacce di morte per un articolo a sua firma, in cui affermava che gli integralisti islamici hanno trasformato alcune aree del paese in zone interdette ai non musulmani.
Il termine inglese usato era stato questo: “no go areas”.

Naturalmente l’esternazione dell’ “arcibishop” al famoso programma “BBC’s world” non ha lasciato silenti altri leader religiosi e poltici. E lo scetticismo è la cifra che sembra prevalere nei loro commenti.

Con l’unica eccezione di Mohammed Shafiq, un arabo di religione islamica considerato tra i più noti pensatori della Fondazione (definita sul “Telegraph” come “un think tank”) di Tariq Ramadan. Il quale ha dichiarato ai giornalisti che “le posizioni dell’arcivescovo di Canterbury dimostrano che la shar’ia è un tipo di giurisdizione che nelle materie regolate dal diritto civile funziona benissimo, e questo è stato già visto all’interno di molti paesi occidentali”.

Di segno del tutto opposto invece il pensiero e le parole di Stephen Green, direttore nazionale di Christian Voice, un network che conta molte radio e anche un quotidiano e un sito internet in Inghilterra: “Questo è un paese cristiano che ha leggi cristiane, se i musulmani desiderano vivere sotto la giurisdizione shar’iatica non hanno da fare che emigrare in tutti quei paesi dove la shar’ia è tuttora legge vigente”.

E poi ha precisato: “Qualunque accomodamento con la shar’ia è fuori dalla realtà, e non aiuta affato la coesione sociale. Nel tempo la legge cristiana è stata erosa dal secolarismo, ma questo paese resta fondato su valori cristiani”.

Neanche Gordon Brown, almeno a quento riferiscono le indiscrezioni dei giornali inglesi come il “Daily telegraph” e “The times”, avrebbe preso tanto bene l’estemporanea uscita del suo “arcibishop”.

Ai media il suo portavoce ha detto seccamente che “benché alcune concessioni nella legislazione britannica siano state fatte per le esigenze dei mussulmani (recentemente la “social security” ha dato parere favorevole al pagamento degli assegni familiari per tutte e quattro le mogli dei poligami britannici di fede islamica, ndr) la sharia non può diventare una giustificazione per agire contro le leggi dello stato britannico”.

Anche in Inghilterra non mancano infatti episodi tragici di cronaca nera, paragonabili a quello accaduto in Italia a Berscia (dove si sta celebrando il relativo processo) con la povera Hina Salem, massacrata dal padre perché non si atteneva ai costumi patriarcali islamici.

E anche in Inghilterra esistono musulmani moderati che vorrebbero integrarsi perfettamente con le leggi vigenti nel regno di Her Majesty.

Persone che considerano l’ideologia di Tariq Ramadan, in qualche maniera avallata dall’arcivescovo di Canterbury, come qualcosa di pericoloso e da combattere.

Cauto anche il commento, raccolto dal “Times”, del rabbino Danny Rich, capo esecutivo del giudaismo liberale inglese: “sono rimasto sorpreso delle parole dell’Arcivescovo, qui la comunità ebraica ha imparato il valore dell’integrazione con lo stato anche se, laddove la legge lo permette, apprezza di potere regolare alcune materie secondo le leggi delle autorità rabbiniche, da noi comunque la legge dello stato inglese prevale sempre su quella religiosa”.


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domenica 27 gennaio 2008

Animus Tuus Dominus!


Giovani Siciliani in piazza Politeama (Palermo) festeggiano le dimissioni di Cuffaro



V. Bellini, Suoni la tromba!, da "I Puritani"
(inno ufficiale della Sicilia)


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sabato 26 gennaio 2008

Cari laici, allegria, la Chiesa vi salverà

Dilaga e appassiona la diatriba su “Dio e politica”. Ieri [30 dicembre 2007] (di nuovo) Eugenio Scalfari sulla Repubblica, Barbara Spinelli sulla Stampa, addirittura Sandro Bondi sull’Unità, Piergiorgio Odifreddi sulla Repubblica e il cardinal Bertone dovunque: tutti a cimentarsi con la stessa questione.
Allora vorrei chiedere ai nostri commentatori e ai nostri politici – specialmente a Marco Pannella, ma anche a Eugenio Scalfari – di indovinare chi ha pronunciato le parole che seguono. Sentite che bomba: “Per me non c’è politica che non sia contemporaneamente religione. La politica serve la religione. La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani, perché uccide l’anima. Sono fermamente convinto che oggi l’Europa non stia mettendo in pratica lo spirito di Dio e del cristianesimo, bensì lo spirito di Satana”.
Non si tratta di un prelato, né di un politico cattolico. E’ il Mahatma Gandhi. Sì, proprio quello che i radicali di Pannella hanno trasformato – con incredibile disinvoltura – in loro simbolo.

Era forse anche lui integralista, baciapile e confessionale? Difficile sostenerlo. Gandhi non era cattolico e viveva in un Paese dove i cristiani sono una piccola minoranza. Gandhi inoltre non aveva niente a che fare col fondamentalismo di cui anzi fu vittima (fu ucciso da un fanatico indù). Ma grazie all’incontro con la cultura europea (ovvero la democrazia inglese, “esportata” in India) aveva interiorizzato ciò che il cristianesimo aveva portato nel mondo. Innanzitutto la sacralità della persona umana, di ogni singolo essere umano, di cui nessuno può abusare, che nessuno può violare e uccidere.

Infatti Gandhi sosteneva l’esatto opposto delle idee dei radicali italiani sui temi fondamentali come l’aborto (“mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto è un crimine”). A lui era chiaro che non si può sostenere a parole la dottrina della “non violenza” e poi giustificare e teorizzare l’uccisione degli esseri umani più indifesi e innocenti. Così come non si può gridare “Nessuno tocchi Caino” e poi legalizzare la soppressione di milioni e milioni di Abele. Questa era la “religiosità” gandhiana in politica.
Eredità laica perché cristiana: è stato infatti il cristianesimo che ha inventato la laicità dello stato e delle istituzioni umane ponendo loro dei limiti (i diritti della persona umana e i diritti di Dio). Prima di Cristo il potere ha sempre sacralizzato se stesso, imponendo ai popoli sterminati sacrifici umani. In un memorabile discorso alla Sorbona l’allora Cardinale Ratzinger sostenne che il cristianesimo era stato il vero “Illuminismo” che aveva dissolto le tenebre delle superstizioni. Sia le superstizioni delle religioni pagane che sacralizzavano la natura, impedendo fra l’altro all’uomo di conoscerla, dominarla e usarla e spesso sacrificando esseri umani. Sia la sacralizzazione del potere (l’Imperatore, lo Stato e via dicendo).

Certo è accaduto pure che degli uomini di Chiesa in passato abbiano in qualche modo appoggiato eccessivamente certi regimi detti “cattolici”. E hanno sbagliato: non a caso Giovanni Paolo II ha voluto chiedere certi dolorosi “mea culpa” alla cristianità. Così come sarebbe sbagliato oggi che degli ecclesiastici pretendessero di interferire in politica, esorbitando dai propri compiti pastorali (tentazione possibile e da rifiutare). Tuttavia sono proprio queste eccezioni che confermano la regola.

E’ stato il cristianesimo a “desacralizzare” il potere e il mondo. Anzi, per la verità Ratzinger afferma che già il primo libro della Bibbia, la Genesi, è la prima grande desacralizzazione del cosmo perché mostra il sole, la luna e le stelle come opere create (e non divinità) e quindi spalanca all’uomo l’avventura della conoscenza razionale e scientifica.
E’ in questo paradosso che sono sbocciate, nella storia, la democrazia e la libertà. Il paradosso è il seguente: la necessaria laicità è stata partorita storicamente ed è “garantita” da una “religione”. Questa verità ha trovato una conferma clamorosa proprio nel Novecento, quando è accaduto che l’abbandono del cristianesimo, anzi la lotta ad esso, ha permesso l’esplodere di ideologie assolutiste e neopagane, che di nuovo sono tornate tragicamente a divinizzare lo Stato, il Capo, la Razza, il Partito, la Classe e quant’altro (ultimamente la Scienza, o meglio la sua degenerazione scientista, viene presentata come nuova ideologia indiscutibile da adorare).

Ancora Ratzinger ha scritto che quando si rifiuta “la speranza che è nella fede” si rifiuta anche “il senso di misura della ragione politica”. Allora nella politica si proiettano speranza messianiche, palingenetiche e accadono le tragedie che abbiamo visto consumarsi nel Novecento: “Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.
Il cristianesimo è il vero illuminismo che libera da queste mitologie oppressive e disumane: “il primo servizio che la fede fa alla politica” scrive Ratzinger “è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo”. Infatti il cristianesimo ha reso possibile quel pensiero liberale autentico – penso a Karl Popper – che rifiuta come pericolosi e tragici le utopie e ogni “perfettismo” indicando proprio l’ “imperfetto” come il terreno vero di lavoro dell’uomo. “Il cristianesimo, in contrasto con le sue deformazioni” scriveva ancora il cardinale Ratzinger “non ha fissato il messianismo nel politico… Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile”.
Accettare l’imperfetto non significa affatto rassegnarsi a un mondo sbagliato o ingiusto, ma riconoscere che la realtà è “semper reformanda”, scorgere dappertutto miglioramenti da portare, darsi da fare per cambiare continuamente il mondo senza pretendere mai di raggiungere l’ordine perfetto. E’ il rifiuto di ogni fondamentalismo, di ogni massimalismo, di ogni fanatismo (sia religioso che giacobino).

Infatti il cardinale Ratzinger – parlando a deputati della Cdu tedesca - osò teorizzare la profonda moralità del compromesso: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.
Il cardinale concludeva con questa sciabolata: “Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Questa è la vera scuola della laicità. La voce della Chiesa, la tradizione cristiana, è il miglior antidoto all’insorgere di ogni fanatismo, al risorgere di ideologie totalitarie e di ogni fondamentalismo. Il paradosso di fronte al quale si trova l’Europa e l’Italia è questo: se vogliono restare laiche, cioè regno della libertà e dei diritti umani (di tutti, bambini compresi), hanno bisogno della voce della Chiesa e della tradizione cristiana. Appena la mettono al bando calano le tenebre – come si è visto nel Novecento – e sulla nostra terra si scatenano i dèmoni.

Antonio Socci, su Libero del 31 dicembre 2007

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Altroché se quell'Angelus è politica...

Politica viene da “polis”, significa “città” e l’Angelus è l’annuncio decisivo: sta per entrare nella città degli uomini il Re dell’universo…

di Antonio Socci

La preghiera dell’Angelus (che ricorda l’Annunciazione, il “sì” di Maria e l’incarnazione di Dio) è politica con la P maiuscola. Politica vera, non politichetta. E’ la politica di Dio: annuncia il ribaltamento del potere nel mondo, l’annientamento di tutti i poteri, l’inizio della loro fine (anche il presuntuoso potere degli intellettuali di cui Dio si infischia). E’ l’unica vera rivoluzione ed ha un bel volto di fanciulla: è la rivoluzione della tenerezza e dello stupore.

Nessun potere può sentirsi più sicuro da quell’attimo in cui, alla periferia dell’Impero romano (e di tutti gli imperi della storia), una bellissima fanciulla quindicenne, inerme e indifesa, ma coraggiosissima e decisa a tutto per il Signore, ha detto il suo “sì” a Dio. E’ da quel “sì” che Dio volle domandare e a cui volle sottoporsi, che tutte le donne, considerate fino ad allora nulla in quelle civiltà, acquistarono il diritto, nella storia, di poter dire “sì” o “no”, come creature libere.
v Grazie a quel “sì” è entrato nella storia l’unico vero Potente, l’unico vero Re. Pochi giorni dopo il suo sì, Maria, col cuore che scoppiava di felicità, cantando e danzando, ha svelato alla cugina Elisabetta cosa sarebbe accaduto. E’ la sua profezia: “(Dio) ha spiegato la potenza del suo braccio/ ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore/ ha rovesciato i potenti dai troni/ ha innalzato gli umili”.

Ha rovesciato i potenti dai troni? Ha innalzato gli umili? Ma quando e dove? La nostra generazione ha visto come il più vasto, duraturo e disumano degli Imperi del Male, quello che aveva provocato il più oceanico macello di cristiani della storia (più di 100 milioni di vittime), quello che si estendeva da Trieste all’Alaska e che nessuno immaginava di poter mai abbattere, in una notte si è totalmente disintegrato. Afflosciato su se stesso. La bandiera rossa è stata ammainata dal Cremlino il 25 dicembre del 1991, il giorno di Natale, quando nasce il Leone di Giuda, il vero Re. E la fine dell’Unione Sovietica era stata decretata l’8 dicembre 1991.

Vi dice niente questa data? L’8 dicembre è la festa liturgica dell’Immacolata concezione che ci porta a Fatima. Dove la Madonna apparve ai tre bambini portoghesi, proprio nel 1917, preannunciando la rivoluzione bolscevica in Russia che infatti si sarebbe perpetrata di lì a poche settimane. E, dopo aver messo in guardia da immani persecuzioni, la Vergine concluse il suo drammatico messaggio così: “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà”. E così è stato l’8 dicembre ‘91, festa del’Immacolata. Contro qualunque immaginazione umana o calcolo politico, sorprendendo tutti. Il crollo del potere più granitico e orrendo porta il segno dell’Immacolata.

Questo è l’evento a cui ha assistito la nostra generazione. Ma da duemila anni, da quel “sì” pronunciato da una ragazzina ignota a tutti in terra, tutta la storia umana è stata ribaltata. Perché prima dominavano le tenebre più disumane e barbare. Tutti gli imperi e tutte le religioni della storia – come ha insegnato il grande René Girard - si fondavano sui sacrifici umani. Non solo quelli agli dèi, a migliaia, ma quelli decretati da re e imperatori per lotte e conquiste. Tutta la struttura sociale e civile si fondava sulla schiavizzazione di interi popoli, sull’arbitrio del potente sul debole. Donne, bambini e ammalati valevano meno di niente e la loro vita era di norma violata e soppressa.

Non a caso nel Vangelo, nell’episodio delle tentazioni, Satana dice a Gesù (e rivela a noi: è un grande scoop politico) che tutti i regni della terra sono nelle sue mani. Tutti i poteri (anche quello che ciascuno di noi impone nella dinamica dei rapporti quotidiani). E’ per spazzar via questo crudele padrone che il Re è venuto. E ha vinto. Non con la forza, ma con l’amore. Non uccidendo, ma lasciandosi uccidere. E mostrando – come ripete sempre Benedetto XVI – che a vincere nella storia non sono i crocifissori, ma i crocifissi.

A vincere oltrecortina non è stato il feroce Stalin che sembrava onnipotente e che oggi è polvere, ma i tanti inermi martiri, macellati in odio a Cristo. Alla fine il loro amore e la loro fede hanno aperto la strada alla potenza di Dio che domina la storia e vince. Per questo i cristiani sentono la preghiera dell’Angelus con tanta commozione.

Perché è l’annuncio che la notte è finita. La storia umana secondo Hegel è una immensa macelleria. Ebbene, da quel “sì” di Maria sulla notte della storia, che gronda sangue innocente e crudeltà, è esplosa l’alba, il volto di un Re potente e buono che vince. Dante, nella Divina Commedia, racchiude in una bellissima terzina l’attimo cruciale dell'Annunciazione come il momento in cui finalmente il Cielo si apre sul mondo, soccorre gli uomini e piove una pace nuova, sconosciuta alla storia umana: “L’angel che venne in terra col decreto/ de la molt’anni lagrimata pace,/ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto”.

Per restare a Firenze, c’è un bellissimo filmato della Rai, in bianco e nero, dove compare Giorgio La Pira che si lancia in una vertiginosa lettura teologica del pianeta terra. Il sindaco santo è inquadrato davanti all’antico convento di San Marco, dove lui viveva, e dice col suo candido sorriso: “Firenze è il centro del mondo, San Marco è il centro di Firenze e l’Annunciazione del Beato Angelico (che è affrescata lì, nda) è il centro di San Marco. Quindi l’Annunciazione è il cuore della storia”.

Da quell’Annuncio nel mondo è entrata la luce. E – di conseguenza – tutto quello che nella nostra civiltà c’è di vero, di buono e di bello. In quella terra, l’Europa, che ha accolto l’annuncio cristiano è fiorita l’umanità. E’ sbocciata la pietà per gli ammalati e sono stati inventati gli ospedali, la passione per la conoscenza (e sono nate le università e la scienza), la sacralità di ogni persona umana ed è sorta la libertà dei popoli. E la passione per la bellezza che ha fatto fiorire di arte la nostra terra, soprattutto nel ricordo di quella ragazzina di Nazaret, la donna più rappresentata e amata, in ogni angolo d’Italia e d’Europa.

La preghiera dell’Angelus – che fu carissima a Giovanni Paolo II - forse è di origine francescana. E non stupisce, considerato l’amore di Francesco per la Madre di Gesù. La prima notizia infatti è datata 1269, quando san Bonaventura da Bagnoregio, generale dell’ordine, a un Capitolo prescrisse ai suoi frati di salutare ogni sera la Madonna col suono della campana e la recita di alcune Ave Maria in ricordo dell’Incarnazione di Dio.

Fece propria questa pratica anche fra’ Bonvesin de la Riva, grande letterato milanese (1240-1313), dell’Ordine degli Umiliati, cosicché nella città di Milano si cominciò ogni sera a suonare l'Ave Maria. Da Milano questa pratica dilagò. Accade perciò che Papa Giovanni XXII (1245-1334) ordina al suo Vicario che a Roma si suonino ogni giorno le campane affinché ciascuno “si ricordi” di recitare tre Ave Maria in memoria dell'Annunciazione. La preghiera si chiamerà popolarmente “il saluto dell'Angelo”. E dal 1400 si cominciò a recitarla anche al mattino, finché nel 1456 papa Callisto III ordinò che le campane suonassero l’Angelus anche a Mezzogiorno.

Il re di Francia, a quel suono, s’inginocchiava sulla nuda terra come il più umile dei suoi contadini. In ricordo di quel “sì” di Maria. Memorabile resta il quadro del pittore francese Jean François Millet (1814-1875), intitolato “Angelus”, dove un giovane contadino e la sua giovane donna, in un campo, al tramonto interrompono il lavoro e recitano, raccolti, quella preghiera. Perché dopo quell’ “Ave” (che è l’inverso di “Eva”), la Vergine, la nuova Eva, ci ha donato il Liberatore ed è iniziata la nuova storia del mondo, la nuova creazione. Non solo “un altro mondo è possibile”, ma c’è già.

Da “Libero”, 20 gennaio 2008

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mercoledì 16 gennaio 2008

VIETATO AL PAPA IL TEMPIO DELL'IGNORANZA

L'ennesima vergogna per l'Italia è andata in scena con l'impedimento al Papa di tenere un intervento all'Università La Sapienza di Roma. Ancora una volta una piccola minoranza violenta ha deciso per tutti, senza che il governo, lo Stato abbiano mosso un dito per impedire questo ennesimo insulto alla democrazia. Il presidente del Consiglio, il ministro dell'Interno, quello dell'Università - e anche autorevoli esponenti dell'opposizione - si sono stracciate le vesti quando il delitto si era già consumato, ma per giorni, quando la polemica aveva preso una piega dagli esiti prevedibili, hanno osservato il più assoluto silenzio rendendosi complici di quanto accaduto.

Quanto agli argomenti di quei docenti che hanno preteso di non fare entrare papa Benedetto XVI nell'Università fondata da papa Bonifacio VIII, vi proponiamo l'anticipazione dell'editoriale che sarà pubblicato su "Il Timone" di febbraio.


NANI E MOLOSSI
di Gianpaolo Barra

Forse vi sorprenderete, ma a me piacciono i cani. Due o tre volte in vita mia, sono andato a vedere una esposizione canina, dove sfilano esemplari selezionati di tutte le razze. Preciso: mi piacciono i cani grossi, enormi, maestosi, quelli che i cinofili classificano con il termine di “molossi”. Alti, imponenti, muscolosi, in genere pacifici. E tra questi – ve ne sono di diverse misure – quelli che apprezzo di più sono capaci di pesare oltre cento chili, anche fino a 120.

Hanno un bel carattere. Di solito non reagiscono, se provocati tardano a rispondere, se sei un malintenzionato che tenta di entrare nel giardino di casa dove fanno buona guardia, questi giganti ti si piazzano davanti, ti fissano negli occhi, come a dirti: “pensa a quello che stai per fare”. Certo, se poi non ci pensi, peggio per te. Ti saltano addosso e non hai scampo, sei finito. Se ti atterrano, possono schiacciarti come si fa con una bistecca. Se ti mordono, la loro presa è terribile: un allevatore mi ha detto che la forza del morso del mastino inglese – un molosso enorme – equivale a molte centinaia di chili per cm2. Si capisce bene che con un paio di morsi di questo genere ti ritrovi dimagrito di dieci chili.
Insomma, mi piacciono i molossi per questa loro forza immensa.

Tuttavia, qualche volta – anzi: spesso – succede che se uno di questi bestioni si trova di fronte un cane “nano”, uno di quei “chiwawa” notoriamente attaccabrighe e abbaiatore, il molosso non reagisca. Anzi, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, si limita ad osservare, con sguardo languido e compassionevole, piegando il capo da un lato, come se provasse tenerezza, ma ben consapevole che basterebbe un soffio per polverizzare la bestiola “rompiscatole”. Non solo: “pro bono pacis”, il gigante è capace pure di scostarsi, indietreggiare, cedere il passo o lasciare il posto.
Osservando la scena, un marziano, che ignora tutto sulla cinofilia, dirà che il chiwawa è più coraggioso, determinato e perfino più forte del povero molosso.
Un intenditore, invece, sa che il gigante non vuole approfittare della sua forza e lascia perdere. Non vale la pena sprecare un millesimo di energia per farsi valere.
Perché ho scritto queste cose? Perché mi sono venute in mente appena ho saputo della vicenda accaduta all’Università “La Sapienza” di Roma.

Come è noto, poco più di una sessantina di docenti hanno brigato – riuscendoci – per impedire al Papa di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico. Il Pontefice avrebbe dovuto tenere un discorso davanti al Rettore, al corpo docenti e agli studenti. Ma ha preferito soprassedere di fronte alla reazione scatenata dai contestatori.
Il Papa ha fatto bene, naturalmente. E il mondo ha coperto di ridicolo l’Università, quei professori, quegli studenti e – forse – anche il nostro povero Paese.
Ma sì, pensateci bene. Il mondo ha visto ripetersi esattamente quella scena sopra descritta.

Di fronte a un gigante del pensiero teologico, a un fine cultore del pensiero filosofico, di fronte a un intellettuale di statura molossoide, un gruppo di “chiwawa” del pensiero, un manipolo di nanetti della docenza, dei quali la storia non ricorderà nemmeno il nome, tanto insignificante è la loro statura intellettuale e rozza la loro educazione, ha deciso di emettere un “abbaio”.
E il gigante, come succede in questi casi, li ha guardati con compassione. E ha lasciato perdere.
Il nostro marziano, ignaro di come funzionano le cose sulla terra, si farà probabilmente impressionare da cotanta prova di forza.
Chi se ne intende, invece, vede l’abisso che separa le intelligenze dei protagonisti.
Quella del Papa giganteggia.
Quella dei contestatori non risponde all’appello. É fuggita tempo fa, spaventata dal proprio stesso abbaio.

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lunedì 14 gennaio 2008

Il mondo scopre l'affaire "rifiuti"

Grazie a un lavoro certosino dell'Abate Vella, possiamo renderci conto di come il mondo stia scoprendo in queste ore la verità sull'affaire "rifiuti" in Campania. A seguire i ritagli di giornale tratti dal blog Il Consiglio.

“In più, la polizia sostiene che la Camorra scarica a Napoli camion e camion di rifiuti dalle industrie del nord Italia a prezzi più bassi della competizione legale, aggiungendoli al cumulo di rifiuti”.
8 gennaio 2008 – The Telegraph (Gran Bretagna)

“La camorra ha esacerbato il problema smaltendo illegalmente i rifiuti industriali provenienti dal nord Italia nei siti del meridione”.
8 gennaio 2008 – Somalinews (Somalia)

“Gli inquirenti dicono che la camorra paga i camionisti per raccogliere i rifiuti industriali di aziende nel nord Italia a prezzi più bassi di quelli possibili nel mercato legale”.
8 gennaio 2008 – Macau Daily Times (Cina)

“Eliminando la competizione con offerte sottocosto e stravolgendo le procedure di sicurezza, l'ecomafia manda rifiuti indutriali dal nord e li scarica illegalmente nelle aree attorno a Napoli in un giro d'affari che l'ambientalista Raffaele Del Giudice dice raggiunga un valore di crca 2,5 miliardi di euro all'anno”.
9 gennaio 2008 – IOL News for South Africa (Sud Africa)

“Aziende gestite dalla camorra vincono in genere i contratti per lo smaltimento dei rifiuti delle industrie del nord Italia eliminando la competizione con offerte sottocosto, quindi lo smaltiscono illegalmente e senza trattamento nei fiumi e nelle discariche campane”.
9 gennaio 2008 – Fox News (USA)

“La camorra ha riempito le discariche, non solo con rifiuti urbani ma anche con rifiuti industriali trasportati da tutta l'Italia”.
9 gennaio 2008 – Reuters (USA)

“Molte discariche in Campania sono controllate dalla camorra, che fa ottimi affari stravolgendo le procedure di trattamento dei rifiuti e scaricando rifiuti industriali provenienti dal nord”.
10 gennaio 2008 – Sydney Morning Herald (Australia)

“«Un quarto dei rifiuti tossici ed industriali prodotti nel nord Italia è spedito a sud attraverso aziende del nord con legami con la Camorra», ha aggiunto Raffaele Del Giudice, un altro attivista di Legambiente”.
10 gennaio 2008 – National Post (Canada)

“Molte discariche in Campania sono controllate dalla camorra, che fa ottimi affari stravolgendo le procedure di trattamento dei rifiuti e scaricando rifiuti industriali provenienti dal nord”.
11 gennaio 2008 – AFP Agence France Press (Francia)

“Eliminando gli operatori legali con offerte sottocosto, le gang hanno preso controllo di discariche come quella di Pianura. Le gang controllano anche lo smaltimento di rifiuti ed usano i siti che gestiscono per smaltire non solo i rifiuti urbani napoletani ma anche, e questo è il fatto cruciale, i rifiuti tossici industriali provenienti da lontano”.
11 gennaio 2008 – The Independent (Gran Bretagna)

Nel frattempo al nord...

E così i rifiuti vengono mandati in Sicilia in base ad accordi non dissimili da quelli che la camorra avrebbe fatto con le aziende del nord...

Nota ore 10:00 Am - Apprendiamo con piacere che oltre al MIS (leggi il comunicato) anche L'Altra Sicilia ha organizzato una protesta simbolica contro l'arrivo dei rifiuti in Sicilia. Alleghiamo il testo del comunicato stampa appena arrivato:

Navi spazzatura verso la Sicilia

Bruxelles, 13 gennaio 2008

L'ALTRA SICILIA, constatato il pericolo gravissimo che corre in questo momento la Sicilia, con l'arrivo della quantità più impottante dei rifiuti provenienti dalla Campania destinati alla solidarietà delle varie regioni, si oppone al connubbio PRODI/CUFFARO

Domani 14 gennaio alle ore 9, Francesco Paolo Catania, consigliere del Com.it.es (Comitato degli Italiani all'estero) per la circoscrizione Bruxelles-Brabante-Fiandre, eletto nella lista L'ALTRA SICILIA, nonché presidente dello stesso movimento, occuperà, simbolicamente la sede consolare italiana di Bruxelles insieme ad un gruppo di simpatizzanti in segno di protesta contro l'arrivo dei rifiuti campani in Sicilia.

"Non capiamo cosa c'entri la Sicilia in tutto questo" sostiene Catania, "ci sono prove inconfutabili di come in Campania non ci sia posto per la spazzatura perchè le industrie del nord hanno occupato tutto lo spazio con i loro rifiuti tossici. Siano loro solidali".

"La verità purtroppo" continua Catania, "è che ancora una volta i politicanti siciliani riescono a dare il peggio di se stessi. La connessione tra l'arrivo dei rifiuti in Sicilia ed il via libera del governo allo scellerato piano dei rifiuti di Cuffaro è sin troppo ovvia. L'ennesima truffa ai danni del Popolo Siciliano si sta consumando e noi Siciliani della Diaspora non abbiamo intenzione di stare a guardare".

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domenica 13 gennaio 2008

Cartoline da Palermo

Ai nostalgici di una Sicilia che non c'è più segnalo le cartoline da Palermo della collezione di Giuseppe Romano. E' incredibile come la nostra Capitale, e la Sicilia tutta, fosse molto meglio amministrata nel passato. Guardando queste cartoline balza subito all'occhio come le strade fossero perfette, squadrate, pulite, senza "fosse", con la segnaletica al posto giusto. Queste cartoline testimoniano di una civiltà che non c'è più, ma che forse possiamo ancora ritrovare. Buona visione.

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GB: Camera, mozione numero 666 per separazione fra Chiesa e Stato

Londra, 11 gen. (Ap) - Che alla Camera dei Comuni britannici venga presentata una mozione per la piena separazione fra Chiesa e Stato è un fatto abituale: curioso invece che l'ultima proposta in tal senso porti il biblico 666, il Numero della Bestia nel Libro dell'Apocalisse.

E' incredibile che una mozione come questa abbia casualmente questo numero, sembra che Dio o il diavolo vi abbiano messo lo zampino", ha commentato il parlamentare liberal-democratico Bob Russel.

Il testo della mozione chiede semplicemente il "disestablishment" della Chiesa d'Inghilterra, ovvero la fine dello status della comunione anglicana come chiesa ufficiale del Regno; una chiesa di cui il sovrano fa parte per legge e ne è il Governatore Supremo e capo nominale, sebbene la guida spirituale effettiva sia affidata all'Arcivescovo di Canterbury.

Tali mozioni vengono presentate soprattutto per motivi di visibilità o per portare all'attenzione dell'opinione pubblica determinate questioni e non vengono quasi mai discusse: fino ad ora il documento ha avuto tre firmatari.

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sabato 12 gennaio 2008

In memoria di Piersanti Mattarella

Ci sono eroi di serie A ed eroi di serie B. Solo il Fronte Nazionale Siciliano sembra essersi ricordato di Piersanti Mattarella nell'anniversario del suo assassinio. La cosa mi lascia personalmente sgomento. Non capisco come mai quasi nessuno si ricordi di questo nostro eroe, che ha tutto il diritto di essere ricordato insieme ai padri della nostra piccola Patria. Forse perché era democristiano? Forse perché l'anticattolicesimo è l'ultimo pregiudizio accettabile? Fatto sta che, al di là delle mie personali convinzioni, fra tutte le forze sedicenti sicilianiste, solo il F.N.S. ha sentito ufficialmente il bisogno di commemorare questo nostro eroe.

Il comunicato stampa datato 5 gennaio 2008 del F.N.S. mi ridà per un attimo la speranza che la Nazione Siciliana esista. Che esista gente capace di guardare al di là del proprio orticello ideologico per comprendere nel suo sguardo tutta la nazione. Per comprendere nel senso più etimologico del termine, ovverosia di "prender con", superando barriere e pregiudizi.

Di questa pietas e di questo amor di patria è fatta la Nazione che amo!

Come Siciliano, dico grazie a Piersanti Mattarella per avere sacrificato la sua vita per la libertà dei Siciliani, e in anni ben peggiori di quelli che viviamo. E dico grazie al Fronte Nazionale Siciliano per aver saputo tenere vive - fin dal 1964, con moderazione e determinazione, e sfindando il conformismo dominante - le speranze di indipendenza del Popolo Siciliano.

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mercoledì 9 gennaio 2008

La rivincita di Dio

Lo sforzo ciclopico di estinguere nell’uomo il naturale bisogno di Dio, che ha caratterizzato gli ultimi due secoli, è, con tutta evidenza, miseramente fallito. Il paradigma della modernità non ha sconfitto il Cristianesimo, ma viene anzi da esso messo in questione. Il fenomeno è tanto più macroscopico in quanto nasce dal basso e si contrappone alle tendenze dominanti dell’establishment politico e mediatico....

di Roberto de Mattei


Lo scorso 26 ottobre, sul “Corriere della Sera”, Sergio Romano ha dedicato un editoriale al carisma e alla popolarità di Benedetto XVI, attestata dal crescente afflusso di pellegrini a San Pietro, in numero ancora maggiore di quanto ne registrava Giovanni Paolo II.

L’articolo di Romano si conclude con un invito ai “laici” a «difendere i loro valori (…) con altrettanto zelo e altrettanto vigore» del nuovo Pontefice.

Un altro noto organo di informazione internazionale, il settimanale “The Economist”, ha pubblicato, nel mese di novembre, un dossier di venti pagine, intitolato In God’s name, in cui, con malcelata inquietudine, si analizza il peso e il ruolo che la religione sta sempre più assumendo nelle vicende politiche e sociali del XXI secolo. Come il “Corriere della Sera”, anche “The Economist”, nel revival religioso mondiale, accosta al Cristianesimo altre religioni, a cominciare dall’islamismo. Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente era il titolo di un libro di Rodney Stark e Massimo Introvigne, apparso nel 2003, in cui, suffragandolo con dati statistici e sociologici, si descriveva la nascita di un “mercato religioso” sempre più ricco e variegato. Lo sforzo ciclopico di estinguere nell’uomo il naturale bisogno di Dio, che ha caratterizzato gli ultimi due secoli, è, con tutta evidenza, miseramente fallito. Il paradigma della modernità non ha sconfitto il Cristianesimo, ma viene anzi da esso messo in questione.

Il fenomeno è tanto più macroscopico in quanto nasce dal basso e si contrappone alle tendenze dominanti dell’establishment politico e mediatico. L’appello di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI all’inserimento delle radici cristiane nel Trattato europeo, ha avuto nel mondo politico italiano una flebile eco e, in Europa, ha trovato più oppositori che sostenitori. Ancora peggiore è la situazione nel mondo della cultura e della comunicazione.

Basta sintonizzarsi con qualsiasi emittente televisiva, per essere investiti da messaggi grondanti un radicale relativismo morale.

Nelle maggiori librerie nessun libro di apologetica è esposto negli scaffali; proliferano invece i trattati di “ateologia” e i volumi di scherno od offesa al Cristianesimo.

Eppure l’esigenza naturale di sacro erompe, soprattutto tra i giovani, anche quando essi la vivono in maniera contraddittoria. I volumi anticristiani diffusi dalle librerie Feltrinelli e gli attacchi del “Corriere della Sera” a Padre Pio o a Pio XII rimangono discussioni riservate a polverosi club intellettuali, senza alcuna presa sull’uomo comune. Il libro di Benedetto XVI Gesù di Nazareth (Rizzoli 2007), ha avuto invece un formidabile successo.

Non è mancato chi ha storto il naso affermando che il Papa non dovrebbe esprimersi in libri personali, ma solo attraverso atti ufficiali di Magistero. Il Papa, però, si affida alla carta stampata proprio per allargare la sua udienza al di là dei lettori abituali dell’“Osservatore Romano” e, non a caso, un vecchio professore criptomodernista come Giovanni Miccoli lo attacca proprio su questo punto: il fatto che il Papa affermi che il suo recente libro «non è in alcun modo un atto magisteriale», per cui «ognuno è libero di contraddirmi» significa – osserva allarmato Miccoli – che egli rivendica il diritto di promulgare in altra sede atti magisteriali che non possono essere contraddetti dai fedeli.

In difesa della fede è l’equivoco titolo del libro di Miccoli, di cui sconsigliamo la lettura. Consigliamo invece di leggere In nome di Dio (Rizzoli 2007), un bel libro dello storico inglese Michael Burleigh, recensito in questo numero di Radici Cristiane.

La rivincita di Dio è comunque un fatto innegabile. Il pericolo è che la richiesta religiosa dell’uomo contemporaneo sia soddisfatta da naturaforme di falsa religiosità. Il fenomeno della “New Age” rientra nelle false risposte ad un’autentica domanda.

Ma lo stesso islamismo può essere considerato una pericolosa tentazione. A differenza del Cristianesimo, che esige per la conversione una seria trasformazione della propria vita, l’Islam si limita a imporre ai propri adepti prescrizioni rituali, spesso ipocritamente praticate, senza chiedere un profondo mutamento interiore. Ciò può attirare molti giovani dei nostri tempi (uomini più che donne), insoddisfatti del materialismo, ma non disposti a rinunciare a uno stile di vita edonista e libertario. Il pericolo di un certo ecumenismo è proprio questo: enfatizzando i presunti punti di accordo delle diverse religioni, piuttosto che le loro differenze qualitative, incoraggia di fatto la scelta della via più facile, che non sempre è quella più vera.

Infine, e per concludere. Un approccio di tipo puramente sociologico alla religione è riduttivo e, malgrado la pretesa scientificità dell’osservatore, non dà conto del fenomeno studiato. Il Cristianesimo non è un insieme di dogmi, di riti, di comportamenti. Non è un particolare modo di pregare o di rapportarsi col prossimo. Non è una religione sullo stesso piano
delle altre.

Il Cristianesimo è l’unica religione vera, fondata da Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda Persona della Santissima Trinità, Grazia incarnata. Il ritorno di Dio può essere spiegato solo considerando il ruolo della Grazia, che eleva l’uomo dalla condizione naturaforme le a quella soprannaturale. I monaci buddisti che manifestano a Rangoon, non possono essere messi allo stesso livello dei monaci cattolici, la cui vocazione è stata ben documentata dal film di Philip Gröning Il Grande Silenzio (2005). L’abisso che li separa è, appunto, la vita della Grazia.

Nessun’altra chiesa o religione, al di fuori di quella cattolica, conserva e trasmette la Grazia soprannaturale, di cui Gesù Cristo è la fonte. Gli sforzi dei laicisti di scimmiottare i carismi della Chiesa, per replicarne i successi, ricordano la sciagurata sfida di Simon Mago a san Pietro e ai primi Apostoli: sono tentativi destinati ad infrangersi contro la realtà della storia, di cui la Divina Provvidenza è unica infallibile guida.

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